Questione di sguardiChe cosa vuol dire abitare il Medioccidente, il luogo dove Oriente e Occidente si incontrano

Nel suo nuovo libro, Giuseppe Lupo prova a definire una categoria sfuggente: uno spazio culturale che non coincide con una geografia ma con un intreccio di tradizioni, memorie e visioni del mondo

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Prima ancora di riflettere sulla categoria di Medioccidente, è necessario capire se sia corretto usare questa espressione scritta tutto attaccato oppure, più classicamente, divisa. Potrebbe sembrare una distinzione inutile e forse anche fuorviante, ma Medioccidente e Medio Occidente non indicano la stessa cosa. Entrambi i termini non sono stati ancora codificati dalle categorie geopolitiche – questo va detto – e dunque non sono ancora entrati nel linguaggio comune. Questa premessa è d’obbligo in quanto rende evidente quanto un processo di elaborazione sia dunque necessario. È quel che ha fatto, per esempio, Edward Said in Orientalismo, un libro che descrive in che misura le narrazioni dell’Europa ottocentesca, l’Europa degli Imperi e delle colonie, siano riuscite a costruire l’immagine di una orientalità, ammesso che questa parola abbia diritto di esistere.

Non basta pronunciare il nome Oriente per essere sicuri di aver individuato una regione più o meno ampia che sta a levante rispetto all’Europa ed è stata visitata, in un tempo favoloso, prima da Alessandro Magno, poi da Marco Polo, infine da Matteo Ricci. Ognuno di loro ha conosciuto certamente un luogo che, nonostante le diverse epoche a cui risalgono i loro viaggi, portava questo nome, anche se non indicava la medesima geografia. Ha ragione Alessandro Vanoli quando nell’Invenzione dell’Occidente si chiede: «È mai possibile che uno spazio di quelle dimensioni sia tutto uguale? È mai possibile che in un mondo che va dai Dardanelli alla Malesia la gente “orientale” ragioni tutta allo stesso modo?».

Non è facile delineare cosa significhi abitare il Medioccidente, ma anche in questo caso sarà necessario far coabitare tutto ciò che concorre a una sua costruzione o invenzione, cioè a formare una tradizione epistemologica, più o meno come ha operato Said con l’Oriente. In effetti, su quest’ultimo argomento occorre mettere le mani avanti e dichiarare, magari rischiando di essere tacciati di sommarietà, quel che egli asserisce nelle battute preliminari del suo libro: «Ho ritenuto ingenuo tentare un’esposizione enciclopedica dell’orientalismo, in primo luogo perché adottando l’ipotesi guida dell’“immagine europea dell’Oriente” il materiale di cui avrei dovuto occuparmi sarebbe stato virtualmente illimitato».

Le domande sono legittime e toccano la questione dell’uniformità interpretativa, anche se ormai da più di mille anni – e anche grazie al viaggio di Marco Polo – siamo in grado di distinguere, almeno nominalmente, un Estremo Oriente da un Medio Oriente. Se ciò avviene in virtù di una differenziazione adattata a esigenze geopolitiche o se ci sia sotto il bisogno di affermare altro è un problema su cui non ha molto senso soffermarsi. La stessa distinzione tra Estremo e Medio Oriente non è possibile applicarla dalla parte opposta del globo, quella occidentale appunto, perciò poniamo sotto l’etichetta di Occidente tanto chi vive a Venezia quanto chi soggiorna in California. «Vi fu un tempo in cui l’Occidente non esisteva» ci ricorda sempre Vanoli. E ci sono voluti secoli per arrivare oggi a formulare una proposta genericamente accettata di Occidente: «Un insieme di paesi economicamente sviluppati […] che condividono una certa idea di libertà e garanzie individuali, liberalismo e democrazia, oltre soprattutto a una chiara economia di mercato». Se questo è l’Occidente a cui ci riferiamo dovendo far coincidere categorie economiche e geografiche, penseremmo subito «agli Stati Uniti e all’Unione Europea», ma presto ci verrebbe spontaneo aggiungere anche «il Canada e l’Australia» e, via andando, anche «il Giappone, la Nuova Zelanda e la Corea del Sud». La stessa Cina, lo dicevamo prima, così come si presenta nel Terzo millennio, ha acquisito una posizione totalmente occidentale, pur essendo stata il luogo dell’Estremo Oriente a cui guardarono Marco Polo e Matteo Ricci.

Prospettive variabili
È chiaro che si tratta di ragionamenti su modelli esportati o importati. Possono essere diverse le ragioni che allontanano o avvicinano ciò che è accaduto a est rispetto a quanto si è verificato a ovest, ma dovrebbe far riflettere il modo in cui la vecchia Europa è entrata in contatto prima con l’Estremo Oriente, poi con l’Estremo Occidente. L’arrivo degli europei in Cina, infatti, è avvenuto senza colonizzazione, nelle forme di un’avventura individuale. Nelle Americhe postcolombiane, al contrario, la cultura europea ha esercitato un’azione di conquista esportando lingua, religione, leggi, eserciti, economia, tradizioni culturali e antropologiche.

Non tutto ciò che si trova a ovest di una potenziale linea di separazione rispetto all’est può sentirsi sotto lo stesso ombrello del termine Occidente e di sicuro questa definizione oggi quasi mai è in grado di contenere una latitudine talmente vasta da comprendere al suo interno un ventaglio di città diversissime tra loro come Praga e New York, Parigi e Chicago, Lisbona e San Francisco, Londra e Dallas. «L’Oriente e l’Occidente sono stati storicamente l’uno dentro l’altro» ricorda l’islamista Renata Pepicelli nel suo saggio Né Oriente né Occidente. «Di fronte a questa realtà non si può parlare di un’Europa dalle radici esclusivamente cristiane, ma bisogna considerare anche quelle islamiche così come quelle ebraiche».

Ci troviamo di fronte a un panorama di prospettive variabili, di orizzonti che si allungano e si accorciano in base alle denominazioni, ciascuna delle quali risulta approssimata. Ciò non aiuta a fare chiarezza sia perché nel corso dei secoli le definizioni hanno sempre avuto un valore relativo e hanno smesso di indicare significati precisi nel momento stesso in cui sono cambiati gli scenari storici, sia perché – aggiunge ancora Pepicelli – «l’utilizzo di categorie descrittive e analitiche quali Occidente e Oriente ci blocca in un tempo senza storia e in spazi dell’immaginario distorti, impedendoci di cogliere la dirompente e inarrestabile portata delle trasformazioni del reale». L’impressione è che, per marcare un orizzonte, non basta trovare un nome, per quanto nessuno dubiti dell’importanza di farlo. Ma che dietro un nome (o a una definizione) ci debba essere per forza un insieme di elementi per i quali quel determinato territorio acquista senso.

Qualcosa però ci obbliga a pensare che da qualche parte dovrà pur esserci la possibilità di tracciare il confine del Medioccidente, circoscrivibile non tanto in uno spazio fisico, quanto in una geografia morale: un comprensorio di destini umani – abitudini, filosofie, tradizioni, memoria, interpretazioni del tempo, visioni del futuro – che, anziché essere inserito in un preciso territorio, rivendica una dimensione dell’anima, una «nostalgia del paradiso», così la chiamava Mircea Eliade nel Trattato di storia delle religioni, ormai quasi ottant’anni fa.

Se vogliamo trovare i caratteri di questa medioccidentalità non serve, dunque, incamminarsi verso una tanto maniacale quanto infruttuosa ricerca di prove, piuttosto mettere insieme alcuni tasselli, i più convincenti anche se parziali, a cominciare dalla riflessione di Franco Cassano, contenuta in quel passo del Pensiero meridiano in cui distingue tra l’Ovest e l’Est, due categorie geografico-morali che egli assume in termini non relativi, ma assoluti, senza specificare rispetto a quali coordinate spazio-temporali: «L’Ovest narra la storia della libertà individuale, del romanzo del singolo, che attraversa il mondo facendone esperienza. L’est narra invece l’importanza di ciò che ci precede, della coesione sociale, di tutto ciò che attornia l’avventura dell’io». Seguendo le rotte del sole, secondo Cassano, si verificherebbe il passaggio da una dimensione comunitaria a una dimensione individuale, dall’io che si confonde con il tutto all’io che si distingue rispetto al tutto. Ed è questo, in ultima analisi, uno dei tratti più determinanti di questa ricerca: se l’Occidente si manifesta sempre più luogo dell’io, il Medioccidente rivendica invece il principio del noi e questo noi risente di un’origine orientale.

Medioccidente

Tratto da “Medioccidente. Un’alternativa geografica, politica, culturale”, di Giuseppe Lupo (Marsilio), 22 euro, 192 pagine.

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