Il senso di Giorgia per la sintesiMeloni è dalla parte di Orbán e di Trump, ma anche di Zelensky e dell’Ue

Anche ieri la Presidente del Consiglio è tornata a proporre la sua ricetta per l’unità dell’Europa e dell’Occidente: fare finta che le contraddizioni non esistano e che non occorra scegliere da che parte stare

LaPresse

Nell’eterno giorno della marmotta della politica italiana, ieri è andato in scena lo spettacolo trimestrale delle comunicazioni del Governo in vista del prossimo Consiglio europeo. Come nelle occasioni precedenti, è successo quel che doveva succedere. Il Campo Largo si è diviso su quattro risoluzioni che dicono tutto e il contrario di tutto; nel caso di Italia Viva e Più Europa pure su un documento comune con Azione, in un coraggioso – ironia – atto di libertinismo trans-coalizionale.

Secondo le migliori tradizioni della sinistra italiana, quanto più la retorica dell’unità si fa pressante e ultimativa, tanto più ci si riesce a dividere non solo tra simili, ma pure tra uguali. Dev’essere una questione di karma, che accompagna tutte le incarnazioni possibili dell’antagonismo contro le destre, rigorosamente al plurale: da quello comunista del tempo che fu a quello mediocremente luogocomunista del tempo che è e, a quanto pare, sarà.

La maggioranza si è unita invece su un documento che non dice niente: cinque pagine e undicimila cinquecento sessantacinque battute di niente, in cui solo Roberto Vannacci è riuscito a ravvisare «un incredibile sostegno a Zelensky» (neppure nominato nella risoluzione di maggioranza), fantasiosamente derivandolo dall’auspicio di un «progresso diplomatico per il raggiungimento della pace in Ucraina» e dal «sostegno multidimensionale al Paese e alla popolazione», la formula dorotea con cui da alcuni mesi il centro-destra ha sostituito il riferimento agli aiuti militari, che l’Italia, al pari della Spagna, ha da oltre un anno smesso di fornire, se non per quel poco che basta a non arrivare, anche in questo caso, a zero.

C’è da dire che nel confronto tra i capaci di tutto della destra e i buoni a nulla della sinistra (copyright di Marco Pannella) la specie dei primi palesa un evidente vantaggio evolutivo rispetto a quella dei secondi, per una migliore adattabilità a un ecosistema politico-mediatico in cui l’unità o le divisioni sono forme della rappresentazione e non della realtà e dunque non sono sottoposte a uno scrutinio, né a un giudizio di merito. Uniti da cosa? Divisi su cosa? Che importa.

Così Forza Italia e Lega riescono a firmare gli stessi documenti di politica estera senza essere d’accordo quasi su nulla – perché gli accordi e i disaccordi in fondo valgono fino a un certo punto, come disse Antonio Tajani del diritto internazionale – e Movimento 5 stelle e Alleanza verdi e sinistra neppure riescono a fare un documento comune, malgrado divergano forse solo sul colore dell’inchiostro con cui vorrebbero che l’Ucraina firmasse la resa alla Russia.

In uno spettacolo che è stato quel che è stato – Matteo Renzi ha anche riadattato al suo intervento due pezzi di Sanremo – e che non merita, a mio parere, ulteriori approfondimenti, vale invece la pena approfondire un passaggio della replica di Meloni al Senato, in cui la presidente del Consiglio, rispondendo alle critiche di Mario Monti e Carlo Calenda, ha esteso la sua particolarissima idea di unità – vogliamo chiamarla unità di grado zero? – dal perimetro della coalizione di Governo a quello dell’Europa e dell’intero Occidente.

La tesi di Meloni è che il solo fatto di ammettere le divisioni che attraversano l’Europa e l’Occidente avrebbe un effetto ulteriormente disgregativo e che quindi, per scongiurare gli scenari peggiori, occorrerebbe «contromanovrare rispetto a quelle spinte». Dunque, se Viktor Orbán continua a porre il veto sull’erogazione del prestito da 90 miliardi di euro deliberato dal Consiglio europeo a favore dell’Ucraina, per Meloni è «impraticabile aggirare il principio dell’unanimità richiesto per le modifiche al bilancio dell’Unione europea» e dunque occorre «una soluzione politica».

E ancora, rispondendo al segretario di Azione, ha aggiunto che schierarsi contro Orbán e Trump non significherebbe difendere, ma pregiudicare l’unità dell’Occidente, «perché fino a prova contraria non siamo noi che decidiamo cosa sia l’Occidente, non siamo noi che decidiamo chi sia l’Occidente». Dunque «anche quando dovessimo non essere legittimamente d’accordo», avremmo comunque il dovere di «cercare delle sintesi, perché questa è la cosa secondo me più preziosa che possiamo fare per la famosa unità dell’Occidente».

Come avevamo già notato, nell’idea geografica e antistorica dell’Europa e dell’Occidente prediletta da Meloni è occidentale ed europeo tutto ciò che sta in Europa e in Occidente. L’Europa e l’Occidente però non sono il contenitore territoriale delle più svariate esperienze politiche – il New Deal e il nazismo, l’economia sociale di mercato e il comunismo, la democrazia e il fascismo – ma sono una particolare esperienza politica, alternativa a tutte le altre, con una proiezione globale e universalistica.

L’Europa e l’Occidente non sono un posto nel mondo, ma l’endiadi della società aperta, dello stato di diritto e della democrazia costituzionale. La prima a saperlo dovrebbe essere una leader politica che viene da una storia, la cui conversione europea e occidentale è stata tardiva, sofferta e contrastata e, per buona parte, anche da lei successivamente rinnegata.

Questa idea contraffatta dell’Europa e dell’Occidente oggi viene comoda alla presidente del Consiglio perché le consente di sfuggire a ogni responsabilità e di addebitare le contraddizioni della sua politica a quelle della realtà che le tocca di attraversare. È dalla parte di Zelensky, ma anche dalla parte di chi gli fa la guerra, per procura del Cremlino. È dalla parte dell’Europa, ma anche dalla parte di quanti lavorano per distruggerla e neppure lo nascondono, mentre lei, in un volenteroso sforzo di sintesi, vorrebbe ricomporla come si fa con i cadaveri squartati.

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