Volere, votareSe è così, allora, aboliamo il referendum

Una democrazia matura consente ai cittadini di giudicare norme e riforme nel merito. Trasformare ogni consultazione popolare in un test politico sull’esecutivo svuota la partecipazione civica e riduce uno strumento costituzionale a un semplice sondaggio

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Se è così, aboliamo il referendum e facciamolo per davvero. Mettiamolo per iscritto. Approviamo una nuova e definitiva riforma costituzionale e diciamolo chiaramente: «il referendum non lo vogliamo, non vogliamo che gli elettori scelgano liberamente e responsabilmente se alcune norme vanno loro bene oppure no. Non vogliamo che una legge sia giudicata per quello che è e contiene. Non vogliamo che i cittadini scelgano liberamente se non per un voto di fiducia verso i rispettivi partiti. Non vogliamo alcuna istanza di democrazia diretta, neppure di controllo, se non come pantomima della democrazia rappresentativa».

Sarebbe più coerente con lo spirito del tempo, perché se ogni volta che si vota un referendum dobbiamo prima verificare chi governa, con chi governa, chi voterà con noi, quale sia l’alleanza internazionale del momento e quale la temperatura morale del contesto politico, allora il referendum è già finito. Sulla giustizia e su qualsiasi altro tema.

Jean-Jacques Rousseau, ne “Il contratto sociale”, scrive che la sovranità non può essere rappresentata: può essere delegata l’amministrazione, non la volontà generale. Non si tratta di riprodurre il modello assembleare del Settecento, ma di ricordare un principio: la fonte ultima del potere resta il popolo. Ma come possiamo scegliere se la conoscenza non passa più per l’analisi della norma, ma viene subordinata a una pre-campagna elettorale utile a misurare consensi e percentuali dei partiti?

Se oggi diciamo – in molti lo stanno dicendo – che una riforma non va sostenuta perché proposta da un Governo che non stimiamo o di cui temiamo l’evoluzione futura, stiamo introducendo un criterio pericoloso: non giudichiamo più il merito della norma, ma l’identità di chi la propone. Significa dunque affermare che la volontà popolare è legittima solo quando l’iniziativa proviene da un soggetto politicamente rassicurante o più affine a noi.

Le decisioni popolari possono essere sbagliate, azzardate, avventuristiche. Vox populi non è vox dei. Ma se la Costituzione prevede che in alcuni casi sia il voto dei cittadini a confermare o rigettare quello dei partiti in Parlamento, o si accetta e si consente che i cittadini votino a prescindere dai rispettivi partiti oppure a che serve il referendum? La separazione dei poteri è anche questo, a ben guardare: quella del potere del popolo da quello dei propri rappresentanti.

Il conflitto regolato che dovrebbe essere cardine di una democrazia forte, fondata sulla partecipazione attiva e responsabile dei cittadini, viene distrutto pezzo dopo pezzo in un contesto infodemico, il cui unico obiettivo non è realizzare il principio del conoscere per deliberare, ma mobilitare i cittadini, manipolarli e trascinarli nel teatrino delle indignazioni a comando. Un esempio banale: online gira una parte della riforma costituzionale che non è conforme alla legge uscita in Gazzetta Ufficiale; molte persone la ripostano, credendo sia vera.

Il referendum dovrebbe essere una crepa nel circuito dei luoghi chiusi e autoreferenziali, mentre oggi diventa uno strumento di propaganda in cui chi vota per una parte e per l’altra sente la necessità di mettere sul tavolo argomenti tutt’affatto diversi dal merito del quesito. Un’intersezionalità che si fa programma, a spese dell’istituto referendario.

Non si può dire: «Non si può votare senza guardare il contesto», come se il contesto fosse solo il Governo in carica; in questo caso il contesto è una discussione che dura da quarant’anni, è un dibattito giuridico trasversale, è l’equilibrio dei poteri dello Stato, è l’intervento di ridefinizione dell’architettura istituzionale.

Il referendum non è un espediente scenico, è un passaggio di maturazione democratica e, se trasformiamo ogni referendum in un voto pro o contro il Governo pro tempore, lo impoveriamo, anzi lo cancelliamo. Lo riduciamo a un sondaggio. E allora sì, aboliamolo, se non siamo in grado di accettare il rischio di una nuova riforma, il rischio di una scelta, il rischio di doverci, dopo un eventuale sì, opporre a tutte le leggi illiberali emanate in questi anni dal Governo Meloni.

Aboliamolo, in nome di una purezza morale, dimenticandosi della grave decisione dell’attuale opposizione e pure dell’attuale maggioranza di aver detto «sì» al referendum sul taglio dei parlamentari, minando ulteriormente la credibilità e le responsabilità del Parlamento. Aboliamolo se riteniamo che il cittadino non sia in grado di giudicare una norma per quello che è, e non per ciò che in un futuro potrebbe accadere, come se in quello stesso futuro nessuno potesse più opporsi a leggi che si ritengono ingiuste. Aboliamolo se dobbiamo additare come ingenuo, complice o traditore chi nella sinistra voterà sì, come quanti hanno sottoscritto l’appello “Un sì al referendum, non al governo”, promosso da Europa Radicale.

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