La cultura dell’offesaChi ha paura di Mr. Cattivik?

Ha vinto 7 Bafta, 5 British Comedy Awards, 2 Premi Emmy, 4 Golden Globes. E la scorsa estate la sua comicità feroce è andato sold out a Milano. Ma Ricky Gervais divide ancora

Ricky Gervais promuove la serie tv 'Afterlife.' Courtesy of Armando Gallo/ZUMA Studio

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema delle identità, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

La Corte Banale Internazionale s’è riunita e l’imputato è stato rinviato a giudizio: La Repubblica Trasversale di Offesilandia contro Ricky Gervais, stand up comedian inglese da record (ha incassato così tanto all’Hollywood Bowl, da finire nel Guinnes dei Primati), commediografo, autore di format per Bbc e Netflix, multimilionario per diritto d’autore. Lui, però, si dichiara se non innocente quantomeno sorpreso. E senza nominare un pool di avvocati ha scelto d’imbastire la difesa su un postulato logico.

Questo: «Le persone che s’offendono», ha detto a un convegno dell’unione studentesca di Oxford, «lo fanno perché confondono l’oggetto delle mie battute col bersaglio delle medesime». Ecco lo slittamento cognitivo sul quale si basa la confusa conformazione di schieramenti che lo sostiene o mette all’indice. Da un lato, i no-woke convinti d’aver trovato un paladino col coraggio di dire “negro” e “handicappato” e kyrie eleyson – sì, l’ordine naturale delle cose, finalmente chiamate con il loro nome. E le femministe Terf (Trans-Exclusionary Radical Feminist), che impazziscono alle frecciate indirizzate alle nuove donne con barba e pene («Incontriamoci a metà strada ragazze: i baffi ok, ma l’uccello no»). Dall’altro, i woke meno elastici, che lo vedono come un populista di grana grossa e faticano a cogliere il paradosso del suo umorismo. In mezzo, i milioni che lo vanno a vedere e ridono gorgogliando, come i 9 000 che hanno riempito il Forum di Milano nella prima e unica data italiana dell’ultimo tour, Mortality, lo scorso luglio.

Ricky Gervais è nato il 25 giugno 1961 da Lawrence Raymond “Jerry” Gervais, operaio e muratore franco-canadese e irochese trasferitosi in UK durante la Seconda guerra mondiale, e da madre inglese, Eva Sophia House. Credits: Zuma press / Alamy Stock photo

Ma il tarlo del perseguitato ormai l’ha colto e non c’è volta che non cominci uno show con una captatio benevolentiae o un’introduzione che fornisca la password della sua comicità. Che non solo rivendica il diritto all’offesa, ma dell’offesa sostiene la funzione fondamentale. Per esempio sul tema dell’appropriazione culturale, l’insieme di pratiche che un gruppo dominante (tradotto: maschi bianchi e cisgender) mutua da un gruppo sottomesso (nel caso: i neri) utilizzandole a piacimento, Gervais, nato nella cittadina working class di Reading nel 1961, argomenta: «Quando ero piccolo prendere dagli altri e mischiarsi un po’ con loro era considerata una cosa bella», dice nello spettacolo Armageddon.

E prosegue: «Invece adesso tutti addosso a Gwen Stefani appena si fa i dreadlock. O al cuoco Jamie Oliver se cucina il jerk chicken come i caraibici. Epperò siamo noi ad avere il diritto di risentirci, visto che i neri l’espressione “negro” la usano liberamente senza chiedere il permesso: quella parola, in fondo, l’abbiamo inventata noi». E giù con un altro spiegone, che in realtà è un discorsetto rassicurante e blandente indirizzato al suo pubblico, ma non privo tuttavia di sottigliezze ermeneutiche: «L’effetto comico arriva proprio quando affermo una verità che in realtà non intendo, in modo che voi siate liberi di ridere per la cosa sbagliata sapendo benissimo qual è quella giusta. Vi sfido a offendervi e naturalmente voi non vi offendete. Ma altri lo fanno ed è un bene, perché se nessuno s’arrabbiasse avrei fallito. Provocare è un dovere: la scienza provoca. Insegnare provoca. Le opinioni provocano. E anche le offese, provocano».

Epperò, in un’epoca senza regnanti espliciti né divine infusioni di potere, dove gli intoccabili si fingono popolo e il popolo non sa di essere tale, la figura del giullare non gode di amnistie né di obiettivi precisi. Per cui, in una recente intervista alla Bbc, ha dovuto spiegare per l’ennesima volta che l’umorismo serve a metterci davanti ad argomenti tabù in modo che appaiano meno paurosi. E che è vero, lui scherza sull’Aids, la Shoah, i malati terminali e le carestie, cose terribili che provocano danni. «Mentre le battute, danni, non ne fanno mai». Se non a chi le pronuncia, si direbbe.

Nel 1983 iniziò la sua carriera artistica con il suo migliore amico, Bill Macrae, nel duo new wave Seona Dancing, di cui fu cantante. Il successo arrivò nel 2001 con la serie televisiva della Bbc The Office. Credits: Zuma press / Alamy Stock photo

Dopo aver presentato per 5 volte i Golden Globe, l’apparizione del 2020 gli è costata la radiazione probabilmente per la storta intercessione di Tom Hanks, che mentre Gervais sparava col lanciafiamme sulla platea di stelle è stato inquadrato a contorcersi per il fastidio. Ecco un estratto: «Judi Dench in Cats era perfetta, anche perché la cosa che ama più al mondo è sdraiarsi, alzare una gamba e leccarsela da sola». Poi: «The Irishman era così lungo che al termine della proiezione la fidanzata di Di Caprio era troppo vecchia per i suoi gusti».

E poi la stoccata contro le star impegnate: «Chiedo agli attori di non usare questo palco per discorsi politici, visto che se l’Isis aprisse una piattaforma di streaming spedireste i vostri agenti a cercarvi del lavoro. Salite, ritirate il premio e andatevene. Che la maggior parte di voi ha frequentato meno giorni di scuola di Greta Thunberg». E pensare che la fama planetaria era partita proprio dai Golden Globe, edizione 2004, quando insieme al co-autore Stephen Merchant fu premiato per la sitcom The Office. Anche allora le telecamere inquadrarono la platea, beccando Clint Eastwood chiedere alla moglie: «E chi diamine è questo tizio?». La risposta, fino a poco tempo prima, sarebbe stata “nessuno”.

Gervais era esploso da poco. Si era laureato in filosofia nel 1983 perché la facoltà aveva meno ore di corsi rispetto a biologia. Poi s’era modellato il look sullo stile di David Sylvian e fondato un duo pop chiamato Seona Dancing, incidendo due singoli, uno dei quali fu un tormentone nelle Filippine. Ma non bastava per sopravvivere. Così aveva vivacchiato tra lavori d’ufficio, appuntandosi i tratti paranoici di colleghi e capi, riversati poi nel mockumentary The Office. Segue l’impiego in una radio londinese, la coraggiosa puntata pilota e lo sbarco sulla Bbc. «La prima cosa in cui mi impegnai davvero». Stand-up comedy, compresa, che dopo 8 tournée ancora considera il suo terzo lavoro dopo scrittura e regia.

Tra i comici che lo hanno influenzato, Gervais annovera Stan Laurel (Stanlio) e Oliver Hardy (Ollio), Groucho Marx, Peter Edward Cook e Christopher Gues.

Sposato con l’autrice tv Jane Fallon, ha un profilo X da 14,5 milioni di follower da dove rilancia petizioni animaliste. Nel tentativo perenne di testare il polso alla offence culture che combatte sfidandola giocando tra il diritto di parlare e quello di ferire: «Dio ha inventato l’uomo senza armatura, senza unghie ma col cervello, grazie al quale ha superato indomito le epoche, le glaciazioni e le pestilenze. Finché un giorno, nel XXI secolo, ha iniziato ad aver paura delle parole», teorizza. Salvo poi, fornendo altro materiale alla pubblica accusa, cambiare argomento e dire: «L’altro giorno guidavo ubriaco e ho quasi investito una vecchietta. Ho visto che si era spaventata allora l’ho fatta salire in auto, e l’ho violentata. E meno male che aveva l’Alzheimer: così, quando mi ha denunciato, nessuno le ha creduto». E quale sia l’oggetto della battuta, e quale invece il bersaglio, spetta a chi ride comprenderlo, alla giuria stabilirlo.

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