
«All’inizio è partita in maniera seria come proposta culturale e educativa, cioè volevo dire: io sto dalla parte delle donne, però bisognerà fare un lungo lavoro e serviranno dei secoli, se io ho dei cugini a Palermo che vengono educati dai padri in una certa maniera, fascista diciamo, con e senza le virgolette». Io, vi dico la verità, non avevo chiamato Roberto Dall’Acqua per sapere dei cugini con e senza virgolette di Roberto Dall’Acqua. Io l’avevo chiamato perché volevo esser certa fosse lui l’altra metà della storia. La mia storia non era Roberto Dall’Acqua: era Luke Leitch.
Luke Leitch è un signore inglese che vive in Italia. Tre giorni fa è andato a intervistare per Vogue America Maria Grazia Chiuri prima della sua prima sfilata per Fendi, e a un certo punto, è una cosa che leggendo il pezzo capisci se sai un po’ come sono fatte le riviste patinate, a Leitch si è acceso lo sguardo.
Perché la Chiuri si è scaldata, e Leitch ha capito che non ci voleva molto: bastava mettere quella tirata in apertura e lasciarle dei pezzi in italiano, per ottenere l’eccezione alla tradizione. Decenni di blandissime interviste in cui i personaggi ritratti da Vogue non dicessero accuratamente niente, e poi arriva Maria Grazia from Rome e dice: mi parte la brocca.
Leitch aveva chiesto della collezione uomo, e la Chiuri gli ha dato una risposta che, nel tono (solo chi non sa né leggere né scrivere pensa che dalla trascrizione d’un parlato non emerga il tono), mi ha ricordato una descrizione che, in un Sanremo di ventidue anni fa, Concita De Gregorio scrisse di Simona Ventura: te la immagini ginocchioni, con le maniche arrotolate, che aggiusta la lavatrice.
Con lo stesso spirito pratico ma anche indomito, m’immagino la Chiuri dire che gli stilisti possono disegnare per le donne, ma le stiliste non possono disegnare per gli uomini. Dire che i geni sono solo uomini, i creativi solo uomini. Vi ricopio una frase così come la riporta Leitch perché tradotta si perde l’alternanza tra italiano e inglese che è quella che funziona.
«What about Miuccia Prada? But she’s a founder, eh? Chanel, poverina? Schiaparelli? It’s like chefs: a chef is a man. And a cuoca is not equal». Fa molto ridere, ma naturalmente non è vero, così come non è vero che nessuno parla delle sorelle Fendi ma tutti di Lagerfeld perché è un uomo, che è una cosa che la Chiuri dice più avanti, nel passaggio «I’m sorry, eh! Mi parte proprio la brocca!».
Parliamo di Karl Lagerfeld perché era un genio, e il genio non è ereditario, come abbiamo occasione di constatare ogni giorno nel secolo in cui sono tutti figli di qualcuno. E non è vero neanche che una cuoca venga valutata meno, semmai il contrario: cuoche piuttosto scarse ottengono la stella Michelin sennò sono tutti uomini e pare brutto.
Solo che il fatto che non sia vero che Lagerfeld è il patriarcato che opprime i meriti delle sorelle Fendi posso notarlo io, che sono nata con l’apparato riproduttivo femminile: se lo notasse Leitch, lo sbranerebbero. Se lo notassi io, alla Chiuri partirebbe comunque la brocca, ma la conversazione collettiva al massimo potrebbe darmi dell’ancella del patriarcato, mica dire che sono un bruto che come minimo a casa picchia la moglie.
Non è solo perché nessun giornalista contraddice mai uno stilista (cioè: un inserzionista), che Leitch tace: è perché è un ottimo momento per approfittarsene, essendo donna. Quando Chiuri dice che, se un uomo avesse venduto quanto vendeva lei a Dior, avrebbero detto che aveva il senso degli affari, mentre di lei dicono che è «commerciale», aggettivo che si percepisce con che disprezzo venga pronunciato, non so se dica la verità. So però che la veridicità dell’assunto non è importante: se c’è una cosa che Michela Murgia ha insegnato alle femmine di questo secolo, è che il piglio conta più del senso.
E qui veniamo a Roberto Dall’Acqua, chiunque egli sia. A Sanremo c’è un gruppo da me (e da voi) mai sentito nominare, si chiamano Bambole di pezza. Il loro pubblico sono evidentemente le mie coetanee che, non essendosi trovate un lavoro rispettabile, spiegano il femminismo alle dodicenni in video in cui si mettono i filtri per sembrare più carucce perché se non son riuscite a trovarsi un lavoro rispettabile figuriamoci a farsi passare i complessi.
Questo Dall’Acqua alza la mano, in sala stampa, per dire a queste tizie che la contrapposizione tra uomini e donne, «nel quasi tremila», è un po’ vecchia. Quelle, prevedibilmente, dicono che c’è il patriarcato e non c’è la parità, e lui insiste: «A casa mia comanda mia moglie». A quel punto io penso che lavori per loro. Non può esistere, nel 2026, uno che non sappia che per una frase così sarà massacrato per giorni: lo sta facendo apposta.
Quindi, la prima cosa che chiedo a Dall’Acqua quando lo chiamo è quanti anni abbia. Mi dice che ad aprile ne compie 63. E che conosce molte psicologhe (dev’essere la versione femminista di «ho tanti amici gay»). E che no, non si aspettava questo casino perché lui non segue i social (dovrei presentargli quella editor che diceva che “L’era della suscettibilità” non era una buona idea perché quei temi lì interessavano solo ai social: magari s’innamorano).
Dall’Acqua dunque non lo fa apposta, Dall’Acqua è parte del non scarno dossier di uomini che pensano di poter dire e fare le cose che era normale dire e fare nel 1996, e che quando fanno un frontale con l’opinione pubblica poi per settimane dicono alle amiche che non si era mai vista una cosa così; e le amiche (tra cui io) capiscono che è inutile spiegare che veramente si era vista molte volte, succede venti volte al giorno da anni: è inutile perché quella tipologia di uomini non si accorge di nulla che non la coinvolga personalmente.
Ci sono ovviamente altrettante donne altrettanto ottuse, ma è un buon momento per approfittarsene. È un momento in cui c’è un mercato per le rivendicazioni pseudofemministe, un mercato per l’indignazione, un mercato che si autoalimenta con narrazioni in cui le donne sono sempre poverine («Chanel, poverina» è una maglietta favolosa, fossi Chiuri ci penserei, assai meglio di «We should all be feminists»)
Alla sfilata di Fendi, il giorno in cui usciva su Vogue l’intervista di Leitch a Chiuri, c’era Chiara Ferragni, finalmente tornata a presenziare a sfilate di marchi non minori dopo due anni di castigo che ora dovrei dire sono più di quanti ne sarebbero stati inflitti a un uomo. Era anche da Prada il giorno dopo, ma lì la lente femminista s’è spostata.
In prima fila c’era Mark Zuckerberg con la moglie, e se a voi sembrava che il faldone fosse «fantastiliardari malvestiti alle sfilate», lo stesso in cui catalogare Bezos da Dior, è perché non siete abbastanza ossessionati: Mark e Miuccia, ho letto ieri, sono due temibili nemici delle donne che produrranno insieme occhiali con la telecamera col riconoscimento facciale che permetteranno agli uomini di violare la privacy delle donne.
Una volta era il meteo. Salivi in ascensore, o arrivavi al bar, o ti trovavi in un qualunque consesso senza una qualsivoglia abilità come conversatore, e ti buttavi sul tempo che faceva. Era risolutivo. Ora il meteo è diventato cambiamento climatico, e si rischia di litigare. Il nuovo argomento da buttar lì senza pensarci troppo è il femminismo. Non puoi dire «che bel sole», ma puoi dire «che brutto patriarcato».
«Nelle caverne, era lei che mandava il marito a cacciare, o era il marito che la teneva nelle caverne a fare da mangiare?», mi chiede Dall’Acqua, che poco prima mi ha detto «quando devo dire qualcosa lo dico, senza pensare alle conseguenze» e poco dopo mi dirà «è una provocazione». E io ho una grandissima nostalgia di quando a risollevare i momenti di bassa marea della conversazione bastavano le mezze stagioni.