
Per la terza volta in poco più di un anno, un alleato chiave della Russia è stato rovesciato senza che Vladimir Putin facesse nulla di sostanziale per impedirlo. L’uccisione di Ali Khamenei in un’operazione congiunta americana e israeliana in Iran si aggiunge alla caduta di Bashar al-Assad in Siria e all’arresto di Nicolás Maduro in Venezuela. Tre prove non hanno bisogno di indizi: la Russia non ha alcun potere nella sua sfera di influenza; Stati Uniti e Cina fanno un altro sport geopolitico.
Al momento la Russia non è neanche una potenza regionale, come la definì Barack Obama. Cioè non è in grado di influenzare in modo determinante la sicurezza, gli equilibri politici e i conflitti nella propria regione. Può imporre costi significativi agli attori locali, come sta avvenendo da quattro anni in Ucraina, ma non detta le regole del gioco. Anzi, è costretta a reagire in silenzio agli shock prodotti da Donald Trump, valutando attentamente come muoversi per non soccombere e fare la fine dei suoi alleati.
Quella di Obama non era un’offesa, ma una diagnosi: la credibilità di una potenza si misura sulla capacità di influenzare gli esiti nei momenti critici, e la reazione del Cremlino ai bombardamenti su Teheran è stata inesistente sul piano operativo. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha denunciato un’«aggressione palese», mentre Putin ha parlato di una «cinica violazione» delle norme internazionali (ovvero ciò che sta facendo la Russia in Ucraina dal 2014). Tutto qui, qualche comunicato diplomatico e niente più. La naturale e antipatica conseguenza per Teheran del partenariato strategico siglato ad aprile 2025 che aveva rafforzato la cooperazione economica e diplomatica tra Russia e Iran, ma senza la clausola più importante: quella della difesa reciproca.
Per molto tempo Putin è riuscito a farci credere che la Russia potesse essere di nuovo il contraltare militare degli Stati Uniti nel mondo, come durante la Guerra Fredda. Per oltre un decennio il Cremlino è stata abilissimo a compensare la limitatezza della sua economia, un prodotto interno lordo paragonabile a quello della Spagna, usando strumenti asimmetrici: l’uso di contractor militari come il gruppo Wagner in Africa e Medio Oriente, campagne di disinformazione elettorale a colpi di bot e partiti estremisti in Europa, operazioni nelle zone grigie che restavano sotto la soglia della guerra aperta. Dalla Libia alla Siria, passando per Mali, Cuba e Venezuela, la Russia ha offerto il proprio sostegno politico, economico e diplomatico a chiunque promettesse di destabilizzare il mondo, sperando che tutti non incassassero allo stesso momento.
In tempi di relativa pace tra le grandi potenze, la guerra ibrida a basso costo di Putin ha funzionato. Mosca poteva destabilizzare a costi contenuti, intervenire in Siria, influenzare referendum a Londra e Roma, elezioni negli Stati Uniti, spostare equilibri locali e regionali senza affrontare una risposta sistemica coordinata. Ma quando le altre potenze hanno iniziato a giocare duro, la sproporzione strutturale è emersa. La Russia non ha la profondità economica né la superiorità tecnologica per sostenere un confronto simultaneo su più teatri.
Quando la resistenza ucraina ha mostrato al mondo che l’esercito russo non era la macchina invincibile che molti temevano, il Cremlino ha raddoppiato la scommessa politica: consolidare un fronte di Paesi ostili all’Occidente con una filiera militare sempre più interconnessa. Corea del Nord per le munizioni, Iran per i droni, Venezuela e Cuba come avamposti simbolici e strategici nell’emisfero occidentale, Cina come partner decisivo sul piano economico e diplomatico.
A nessun analista sfugge che la vera superpotenza emergente è la Cina, ma Pechino, per tradizione strategica, evita lo scontro militare diretto e preferisce espandere la propria influenza attraverso commercio, investimenti e tecnologia. In questo spazio la Russia pensava di potersi ritagliare un ruolo di arbitro nei conflitti regionali, un protettore di regimi isolati, il volto militare di un mondo multipolare. O nella peggiore delle ipotesi per Mosca, alfiere delle autocrazie in un mondo bipolare, in tutti i sensi.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Putin ha provato a mettere un ultimo asso sopra il suo castello di carte. Il summit di Anchorage avrebbe dovuto essere la scena finale: la Russia di nuovo riconosciuta come potenza globale, seduta da pari a pari con Washington dopo anni di isolamento. In cambio, il Cremlino avrebbe facilitato un dialogo sulla guerra in Ucraina, offrendo una de-escalation controllata. Un bluff, visto che la Russia non potrà smantellare facilmente la sua economia di guerra senza pesanti ricadute interne.
Lo scambio implicito era chiaro: riconoscere la centralità americana nell’emisfero occidentale e ottenere maggiore tolleranza per le ambizioni russe nello spazio post-sovietico. Una divisione delle sfere d’influenza accettata da Trump, senza pensarci troppo su, pur di vincere il Nobel per la pace e passare alla storia. Sfruttano la vanità del presidente degli Stati Uniti, Putin ha ottenuto ciò di cui aveva più bisogno: legittimità e tempo; ma alla fine dei conti, solamente questo.
Poi la dinamica è cambiata. Trump ha capito che non avrebbe mai ricevuto il Nobel e ha cominciato il suo interventismo a casaccio, non tanto negli obiettivi, ma nel metodo: uccidere i vertici nemici e vedere cosa succede. Colpire per primi, alzare la posta, testare i limiti dell’avversario ha funzionato due volte. Il Venezuela è stato il primo smacco, ma lontanissimo da casa, mentre l’eliminazione di Khamenei è avvenuta invece in una regione che Mosca considera parte del proprio perimetro strategico. Se gli Stati Uniti possono colpire un partner russo in quell’area senza subire conseguenze dirette, l’idea di “sfere di influenza” negoziate appare molto più debole di quanto il Cremlino avesse sperato.
La verità è che la Russia non può fare molto di più. L’attacco all’Iran ha messo in evidenza un limite strutturale: Mosca vuole essere il centro di un ordine alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti, ma non ha le risorse per garantire sicurezza ai suoi partner. Può offrire armi, sostegno diplomatico, propaganda. Non può offrire protezione contro una superpotenza e presto anche i russi si renderanno conto che nei fatti Mosca è già da tempo nella sfera di influenza della Cina. Xi Jinping sta solo aspettando che il cadavere delle ambizioni putiniane passi sul fiume Giallo.