Sorpresa!Gli Stati Uniti non ci hanno avvisato dell’attacco all’Iran, ma è normale

Governo e opposizione litigano sul mancato avvertimento di Washington e Tel Aviv. Ma la riservatezza era necessaria per sicurezza operativa, che ha lasciato fuori anche gli alleati. Il vero nodo resta il ruolo marginale dell’Europa nelle decisioni strategiche

AP/LaPresse

Ha detto Guido Crosetto, ministro della Difesa, in un’intervista a La Stampa, che «Nessuno era stato informato, non solo noi» dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il riferimento, ha evidenziato il quotidiano torinese è agli altri Paesi europei. Lo stesso Crosetto, a Repubblica, ha affermato che gli Stati Uniti hanno avvisato l’Italia «quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso». Qualche ore prima Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, aveva spiegato che l’Italia era stata informata «dal governo israeliano ad attacco in corso. Mi ha chiamato il ministro Gideon Saar ieri (sabato, ndr) mattina presto quando l’attacco già iniziato». Al Corriere, invece, Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha detto: «Tajani ha dichiarato di essere stato informato ad attacco già iniziato». Ma ha anche aggiunto: «Del resto, bastava osservare i movimenti della flotta Usa: tutti si aspettavano questo attacco da un momento all’altro».

Questo è il governo. Passiamo all’opposizione.

Giorgia Meloni «non interviene, eppure l’amicizia che rivendica» con il presidente statunitense Donald Trump «non gli ha impedito di non avvertirla dell’attacco, tanto da avere il nostro ministro della Difesa bloccato a Dubai», ha attaccato Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. «Il nostro governo, a dispetto di quel che diceva Giorgia Meloni del rapporto speciale con Trump, non viene neppure informato», ha dichiarato Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle. «Non possiamo che constatare l’umiliazione che il governo Meloni ha subito da Trump, Italia uno dei pochi Paesi europei non avvisati dell’imminente attacco militare in Iran», ha sostenuto Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde.

Sia la maggioranza sia l’opposizione, dunque, usano in maniera simmetrica l’elemento sorpresa. Eppure, la polemica sulla “mancata informazione” dice più della nostra discussione interna che della realtà delle operazioni militari. Non siamo davanti a una questione di garbo diplomatico o di amicizie personali tra leader. Siamo davanti a un’operazione costruita sulla compressione estrema del tempo e sulla massima tutela dell’operational security.

In questo tipo di azioni il criterio è elementare: meno persone sanno, meglio è. Ogni capitale informata in anticipo è un nodo in più nella catena comunicativa. Ogni briefing aggiuntivo moltiplica il rischio – non necessariamente per malafede, ma per semplice fisiologia dei sistemi complessi. Quando sono coinvolti bombardamenti su target sensibili, personale sul terreno, finestre temporali ristrette, l’opsec vince su tutto.

La sorpresa, in questi casi, non è un effetto collaterale: è parte integrante del disegno. Se, come riportato dalla stampa internazionale, il timing è stato addirittura anticipato per sfruttare una riunione simultanea di alti dirigenti iraniani, significa che la finestra utile era strettissima. Il bersaglio non era solo un edificio, ma un momento. E i momenti non si condividono in anticipo con un perimetro allargato di interlocutori.

Ridurre tutto alla telefonata ricevuta ad attacco in corso significa applicare categorie da vertice bilaterale a una dinamica da piano d’attacco. Sono piani diversi. Questo non assolve né condanna il governo. Semplicemente sposta la questione. L’opposizione parla di «umiliazione» di Meloni da parte di Trump. La maggioranza si difende sottolineando che anche altri europei non sapevano. Ma entrambe le parti usano l’elemento sorpresa come argomento di politica interna, mentre la sorpresa è esattamente ciò che rende possibile l’operazione.

La domanda seria non è se l’Italia sia stata avvisata mezz’ora prima o mezz’ora dopo. La domanda è un’altra: l’Italia – e con essa l’Europa – ha un peso nel processo che porta alla decisione strategica, oppure entra in scena solo quando si tratta di gestirne le conseguenze diplomatiche?

Qui il discorso si allarga. Se le capitali europee vengono informate a cose fatte, non è necessariamente un segnale di scortesia. È il riflesso di un dato strutturale: quando gli Stati Uniti (e, in questo caso, Israele) assumono il rischio diretto di un’azione militare ad alta intensità, restringono il circuito decisionale al minimo indispensabile. Il punto, allora, non è l’orario della chiamata. È la posizione dell’Europa nel decision loop occidentale. E su questo terreno la polemica italiana, così com’è impostata, rischia di essere un diversivo.

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