
Non stiamo entrando in una crisi energetica: ci siamo già dentro, anche se non ovunque con la stessa intensità. La guerra in Iran scatenata da Donald Trump ha causato il blocco di uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. La disponibilità di petrolio e gas si è ridotta in tempi così rapidi da lasciare ai governi uno spazio di intervento minimo. Il razionamento non è più un’ipotesi, ma una pratica già in atto nelle economie più fragili, mentre in Europa sta prendendo forma in maniera più gradualei.
A differenza dello shock petrolifero del 1973, che portò a misure di austerità esplicite come domeniche senza auto, razionamenti e limiti ai consumi, o della crisi energetica del 2022 seguita all’invasione russa dell’Ucraina, gestita soprattutto attraverso sussidi pubblici e diversificazione delle forniture, questa fase si distingue per la rapidità con cui si diffonde. I contraccolpi si trasmettono quasi in tempo reale, costringendo i governi a inseguire una crisi che evolve più rapidamente della loro capacità di risposta.
Come spiega un interessante approfondimento del Financial Times, le prime conseguenze sono visibili nelle economie emergenti, dove l’energia pesa di più sulla produzione e sui bilanci pubblici. Nelle Filippine è stato dichiarato lo stato di emergenza e introdotto il lavoro da remoto per ridurre i consumi, con effetti immediati sulle attività commerciali; in Zambia il governo ha sospeso tasse su benzina e diesel mentre i prezzi di altri carburanti continuano a salire; in Bangladesh sono state imposte interruzioni quotidiane delle forniture e limiti alla vendita, con stazioni di servizio che restano senza carburante per ore.
In questi paesi il meccanismo è immediato: quando energia e carburanti diventano più costosi o scarseggiano, la spesa si contrae rapidamente. I consumi non essenziali vengono tagliati, mentre le imprese rallentano la produzione, rinviano gli investimenti e, nei settori più energivori, arrivano a fermare parte delle attività perché i costi non sono più sostenibili.
L’effetto si propaga a catena. Meno produzione significa meno ore lavorate e quindi meno reddito, che a sua volta riduce ulteriormente la domanda. Intanto il rincaro dell’energia si trasmette a trasporti, alimentari e beni di base, comprimendo il potere d’acquisto. Si crea così una spirale in cui crescita debole e prezzi elevati si alimentano a vicenda. Nei paesi più dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili, questo processo è ancora più rapido perché non esistono alternative interne. Per contenere i consumi, i governi intervengono direttamente sull’economia perché una distruzione della domanda si traduce subito in minor produzione, lavoro e reddito
Quando la pressione supera una certa soglia, la crisi smette di essere solo economica e diventa un problema di ordine pubblico. In Bangladesh, le forniture intermittenti hanno prodotto code di chilometri ai distributori, razionamenti e una crescita del mercato nero; nel distretto di Narail un gestore di stazione di servizio è stato ucciso dopo aver negato carburante a un camionista rimasto in attesa per ore.
Come riporta il Washington Post, episodi simili si stanno verificando anche altrove. In Pakistan, a Sialkot, un lavoratore di una stazione di servizio è stato ucciso dopo essersi rifiutato di riempire taniche di carburante, mentre i rivenditori del Khyber Pakhtunkhwa segnalano un rischio crescente di disordini legati alla scarsità. In India, la pressione si manifesta soprattutto attraverso accaparramento e mercato nero: a Hyderabad la polizia ha sequestrato centinaia di bombole di GPL destinate alla rivendita a prezzi triplicati, mentre in città come Ahmedabad si sono formate lunghe file ai distributori.
In Europa l’impatto non si è visto subito in una carenza diffusa, ma in una progressiva riduzione dei margini di sicurezza costruiti dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. L’Unione europea parte da una posizione relativamente più solida perché negli ultimi anni ha diversificato le sue forniture stringendo nuovi accordi con Stati Uniti, Norvegia e Nord Africa e al momento ha una dipendenza limitata dal Golfo. Per questo motivo nelle prime settimane il problema è stato percepito soprattutto come un aumento dei prezzi.
Come riportato da Politico Europe, anche la Commissione europea ha invitato gli Stati membri a promuovere il lavoro da remoto dove possibile, ridurre i limiti di velocità sulle autostrade, incentivare il trasporto pubblico, il car sharing e forme di guida più efficienti, oltre a scoraggiare gli spostamenti non essenziali, in particolare i viaggi aerei.
Non è una preoccupazione esagerata. Nelle prossime settimane i carichi di gas liquefatto e di carburanti raffinati tenderanno a spostarsi verso i mercati disposti a pagare di più, riducendo la disponibilità per il continente. Questo è particolarmente critico per prodotti come diesel e carburante per aerei, di cui una quota significativa arriva proprio dalla regione oggi colpita dalla crisi. Se queste forniture restano limitate, il rischio non è solo un aumento dei prezzi, ma la necessità di ridurre direttamente i consumi.
Le tensioni stanno già emergendo nei settori più esposti. Il prezzo del carburante per l’aviazione è raddoppiato in poche settimane e alcune compagnie stanno valutando tagli alle rotte e riduzioni della capacità. La tensione principale riguarda sempre più carburanti specifici come diesel e jet fuel, essenziali per trasporti e logistica. L’Europa resta esposta di più su questi prodotti raffinati perché una quota significativa di questi transita proprio dallo Stretto di Hormuz. Il blocco ha quindi colpito il segmento più difficile da sostituire rapidamente, restringendo l’offerta disponibile e spingendo gli operatori a competere su un mercato globale sempre più teso. Senza contare che il caro gas continua a spingere verso l’alto anche il costo dell’elettricità.
Per questo Bruxelles sta cercando di muoversi su due piani. Nell’immediato, prepara interventi per contenere l’impatto su famiglie e imprese, anche attraverso aiuti mirati e maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato. Nel medio periodo, insisterà sull’accelerazione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da mercati esterni instabili. Non a caso dopo una riunione straordinaria il Commissario europeo per l’energia e le politiche abitative Dan Jørgensen ha definito la situazione «molto seria» avvertendo che anche una fine immediata del conflitto non riporterebbe rapidamente alla normalità.
Un altro problema da non sottovalutare è la competizione globale per risorse sempre più limitate. I flussi di gas naturale liquefatto e prodotti raffinati si stanno spostando verso le aree disposte a pagare di più, in particolare l’Asia, lasciando l’Europa più esposta nel breve periodo. La deviazione delle forniture, unita alla capacità produttiva già prossima ai limiti, riduce ulteriormente la possibilità di compensare la perdita dei flussi attraverso Hormuz.
Se la crisi dovesse protrarsi, il rischio è quello di entrare in una fase di stagflazione, cioè una combinazione di crescita debole e prezzi elevati che mette in difficoltà gli strumenti tradizionali di politica economica. L’aumento dei costi energetici rallenta l’attività produttiva e riduce i margini delle imprese, mentre allo stesso tempo si trasmette ai prezzi finali, mantenendo alta l’inflazione. In questa situazione le banche centrali si trovano davanti a un dilemma: alzare i tassi per contenere i prezzi rischia di deprimere ulteriormente la crescita, mentre mantenerli bassi può alimentare l’inflazione. Anche i governi avranno margini limitati, perché sostenere famiglie e imprese con sussidi aumenta il debito pubblico proprio mentre il costo del finanziamento cresce.