
Oggi dovrebbe confessare un eccesso di ottimismo e di ingenuità chi temeva che la maggioranza di governo avrebbe trasformato il successo referendario in un perdurante alibi garantista, per dare libero e disinibito sfogo alle ancora represse pulsioni giustizialiste e quindi sperava che il successo dei No potesse almeno raffreddare i calori e rallentare la corsa di una giustizia in stile Delmastro pre-bisteccheria.
C’era però anche chi pensava che non fosse un grande affare buttare il bambino della separazione delle carriere con l’acqua sporca in cui la destra l’ha prima partorito e alla fine affogato e che il successo del No non avrebbe fermato alcunché, ma semmai istigato la maggioranza a rivincite immediate e furenti.
Checché si pensasse e si pensi di una riforma ormai tumulata per decenni nella fossa delle occasioni perdute, i fatti stanno dando ragione ai secondi (mi do ragione da solo, lo so). Il referendum è stato perso, ma la maggioranza non ha per questo perso, né moderato il vizio di una demagogia legislativa law and order, che quando riguarda il fenomeno migratorio assume – e non da oggi – anche un tratto orgogliosamente razzista.
A provarlo è stato proprio l’inguacchio del decreto sicurezza quater su espulsioni e rimpatri volontari, la cui palese illegittimità costituzionale – anche prima dei rilievi del Quirinale – non sfuggiva affatto al nostro legislatore patriottico e semmai rappresentava ai suoi occhi il segno più visibile (e auspicabilmente più apprezzato) di un’intransigenza anti-immigrazionista incurante dei limiti del giuridicamente corretto.
Il fatto stesso che, pure dopo lo stop del Capo dello Stato e le proteste degli avvocati, Giorgia Meloni abbia ribadito che “la norma rimane, perché è una norma di assoluto buon senso”, inaugurando un nuovo possibile braccio di ferro con il Quirinale sulla riformulazione della disposizione incriminata, chiarisce che ci troviamo di fronte a qualcosa che non è frutto di un caso, di un errore o dell’iniziativa estemporanea di qualche vannacciano in pectore carambolata tra gli articoli di un decreto del Governo.
A dire la verità, neppure l’informazione ha aiutato a comprendere davvero il gioco della maggioranza, visto che dell’inguacchio per giorni ha raccontato solo un pezzo, quello sull’introduzione del compenso agli avvocati che persuadono gli stranieri ad andarsene, ma non anche l’altro, altrettanto essenziale, sull’abolizione del compenso per il gratuito patrocinio degli avvocati i cui clienti, ahinoi, proprio non se ne vogliono andare.
Così, ancora ieri, Meloni ha potuto dire, per difendere la linea dell’esecutivo, che la norma sul compenso degli avvocati ausiliari nelle procedure di rimpatrio volontario è la semplice estensione della norma sul gratuito patrocinio degli stranieri che impugnano i provvedimenti di espulsione e a nessuno dei giornalisti al suo seguito è scappato, a quanto pare, di ricordarle che il decreto che ha introdotto la prima norma ha pure abolito la seconda. D’altra parte, a forza di considerare la menzogna un irrinunciabile attrezzo del mestiere politico, questa non cessa solo di essere moralmente percepita, ma anche giornalisticamente rilevante.
Non sappiamo come questa vicenda si concluderà dal punto di vista politico – il Quirinale accetterà che si cambino le parole di una norma, ma non il suo contenuto? – ma sappiamo già come proseguirà politicamente fino alla fine della legislatura.
Una maggioranza caduta su una riforma garantista, che non le apparteneva culturalmente e di cui si era appropriata in un braccio di ferro di torti uguali e contrari con la magistratura, passerà il prossimo anno cercando di raschiare il fondo del barile dei consensi xenofobi, senza alcuno scrupolo di coerenza o di decenza giuridica e senza alcun timore di finire smentita o bloccata dal Quirinale o dalla Corte Costituzionale, ma al contrario esibendo ciascuna battuta d’arresto come una medaglia al valore patriottico.
Come l’illusione che il no al referendum avrebbe portato la maggioranza a più miti consigli, così presto svanirà anche quella che lo sganciamento obbligato dal delinquente della Casa Bianca porterà la destra italiana più lontana dal sovranismo bianco dell’America Maga.
Il cleavage etnico-razziale rimarrà a lungo la questione politicamente dirimente in un Occidente in preda alla sindrome dell’assedio e non c’è nessuna ragione per ritenere che la destra italiana abbia i mezzi, prima ancora dei fini, per farne un’elaborazione meno etnicista e razzista di quella che l’ha portata al potere, tra l’evocazione del fantasma della sostituzione etnica e l’inseguimento del miraggio dell’autarchia demografica.