Le prime crepe nel fronte occidentale sulla crisi iraniana emergono da Berlino. Friedrich Merz rompe infatti il sostegno fin qui solo formale all’iniziativa di Stati Uniti e Israele e ammette pubblicamente la propria delusione per una strategia che non ha prodotto i risultati annunciati. Il cancelliere tedesco ha ricordato che Stati Uniti e Israele avevano lasciato intendere di poter risolvere il problema iraniano «in pochi giorni». «Ora devo constatare che non è stato risolto», ha dichiarato a un evento della Cdu-Csu, aggiungendo che Germania e Unione europea stanno lavorando a «proprie idee europee» per uscire dall’impasse. Un messaggio che suona come una bocciatura politica della linea americana e israeliana. Merz, del resto, aveva già parlato in giornata di una leadership statunitense «umiliata» dalla capacità iraniana di tenere aperto il braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz nonostante la pressione militare e navale.
La presa di distanza tedesca si accompagna a quella britannica. Londra, per bocca del ministro di Stato Stephen Doughty, ha chiarito di non sostenere il blocco dei porti iraniani deciso dagli Stati Uniti. Il Regno Unito continua a chiedere la riapertura di Hormuz e la piena libertà di navigazione, ma mette l’accento soprattutto sulla diplomazia, sulla de-escalation e su un cessate il fuoco stabile, segnando così una differenza rispetto alla strategia coercitiva di Washington.
Teheran ha immediatamente sfruttato queste divisioni. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore iraniano Amir Saeid Iravani ha chiesto «garanzie credibili» contro nuovi attacchi di Stati Uniti e Israele prima di poter contribuire alla sicurezza del Golfo, accusando inoltre Washington di comportarsi «come pirati e terroristi» attraverso sequestri e intimidazioni contro il naviglio commerciale. La Repubblica islamica prova così a rovesciare la narrativa occidentale: non Iran responsabile della paralisi, ma Iran vittima di una guerra economica e navale.
È in questo quadro che si inserisce la nuova proposta iraniana recapitata agli Stati Uniti attraverso la mediazione pachistana: riaprire lo Stretto di Hormuz e porre fine alle ostilità in cambio della revoca del blocco navale americano, rinviando però a una fase successiva qualsiasi discussione sul programma nucleare.
Un’offerta che Donald Trump considera insufficiente. Secondo indiscrezioni del New York Times, il presidente statunitense non intende accettare un’intesa che non affronti subito il nodo atomico, vero obiettivo strategico dell’intera operazione. La linea è stata ribadita anche dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha escluso accordi incapaci di impedire a Teheran di mantenere una capacità nucleare di soglia.
Il risultato è uno stallo sempre più evidente: l’Iran ritiene di avere dimostrato che né gli attacchi né il blocco sono bastati a piegarlo; Washington non vuole chiudere con un compromesso limitato; gli alleati europei iniziano a prendere le distanze. Ed è proprio qui che Teheran intravede il suo successo più importante: trasformare l’impasse militare in una frattura politica dentro il campo occidentale.