Cannes al ventoL’Italia perde peso internazionale perché non valorizza élite culturali, sportive e creative

Nei contesti internazionali più competitivi il Paese arretra nonostante le eccellenze diffuse. La difficoltà non è produrre qualità ma selezionarla e sostenerla fino a farla emergere dove si costruisce rilevanza globale

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Erano dieci anni che, al Festival di Cannes – nato nel 1946 incoronando “Roma città aperta” – non accadeva una cosa del genere. Su 2541 film proposti, provenienti da 141 Paesi, non ce n’è nemmeno uno italiano nella selezione ufficiale della settantanovesima edizione. Ce l’ha fatta il Costa Rica, non l’Italia. Non è una svista, è un segnale.

L’Italia ha smesso di essere un Paese competitivo nei luoghi dove si misura il presente. Non è una questione di talento, è una questione di sistema. Nel calcio, l’esclusione dal Mondiale 2026, dopo quelle del 2018 e del 2022, non è un incidente, è un processo. Nel sistema dell’arte e dell’audiovisivo, la marginalità nelle grandi piattaforme internazionali – dalla Biennale di Venezia alla Berlinale, fino allo stesso Festival di Cannes – racconta la stessa storia con un linguaggio diverso.

E oggi la stessa crepa attraversa anche la moda. L’Italia resta una potenza produttiva, ma non è più il luogo dove nascono le visioni. Le grandi maison storiche continuano a esistere, ma sempre più spesso senza una direzione creativa riconoscibile, senza firme capaci di segnare un’epoca. La Settimana della Moda di Milano conserva il suo peso industriale, ma fatica a dettare l’agenda culturale globale, come accadeva in passato.

Il punto è uno solo: l’Italia seleziona male. La retorica nazionale continua a raccontare un Paese pieno di eccellenze, ed è vero. Ma quelle eccellenze non arrivano quasi mai nei luoghi decisivi: si fermano prima, vengono filtrate, rallentate, sostituite. Nel calcio, dopo la vittoria agli Europei del 2021, il sistema si è seduto: non ha riformato i vivai, non ha investito sui giovani, non ha cambiato i modelli di formazione.

La FIGC continua a muoversi dentro equilibri interni, più attenta alla stabilità che alla trasformazione. Il risultato è una Nazionale che arriva sempre tardi rispetto al calcio che cambia. Nella cultura accade qualcosa di più sofisticato, ma non diverso: la rappresentanza italiana nelle grandi rassegne internazionali non segue una strategia di posizionamento globale, ma segue reti, appartenenze, linguaggi riconoscibili dentro circuiti ristretti.

Il sistema non premia chi rompe, ma chi si integra. Il caso della Biennale di Venezia è emblematico: l’Italia ospita la più importante esposizione d’arte contemporanea del mondo, ma fatica sempre più a esprimere artisti capaci di imporsi davvero nel discorso globale. La presenza italiana appare spesso confinata, poco incisiva, raramente centrale. Il paradosso è evidente: siamo il centro geografico dell’evento, ma non il centro culturale.

Nel cinema, il quadro è persino più netto. Alla Berlinale la presenza italiana si è progressivamente rarefatta, spesso relegata fuori dal concorso principale o assente dai premi rilevanti. Al Festival di Cannes, come visto, si arriva addirittura all’assenza totale dalla selezione ufficiale. E, se si guarda ai Premi Oscar, il dato diventa strutturale: l’Italia non vince un Oscar significativo da oltre un decennio, segnale di una difficoltà profonda a competere nei circuiti internazionali più esigenti.

Così, mentre altri Paesi costruiscono filiere – dalla formazione alla distribuzione – l’Italia resta ferma su una somma di individualità. Senza sistema, anche il talento diventa irrilevante. Nella moda, il fenomeno è ancora più evidente: il sistema ha smesso di produrre nuove firme forti, riconoscibili, capaci di segnare un’epoca, e le direzioni creative diventano intercambiabili, spesso internazionali, talvolta effimere.

Il prodotto resta eccellente, ma il racconto perde forza e, senza racconto, oggi, non esiste leadership culturale. Il dato più inquietante è questo: la crisi è simmetrica. Nel calcio, i giovani migliori crescono poco o vanno via; nel cinema, i progetti più innovativi faticano a essere prodotti e distribuiti; nell’arte, la ricerca più radicale resta ai margini o trova riconoscimento altrove; nella moda, il sistema produce, ma non guida più.

Non è un problema di risorse, è un problema di cultura della selezione. Si è affermata negli anni una mediocrazia stabile: un sistema che non premia i migliori, ma quelli che garantiscono equilibrio. Nessuno disturba davvero, nessuno rompe davvero e, soprattutto, nessuno rischia davvero. Questo modello funziona finché il confronto resta interno, ma quando il campo diventa globale, il limite esplode.

Le grandi competizioni internazionali – sportive o culturali – non premiano la continuità: premiano l’innovazione, la capacità di anticipare, la costruzione di visione. L’Italia, oggi, non anticipa, insegue. Per questo resta fuori dai Mondiali, per questo fatica a pesare nelle Biennali, per questo nel cinema esce dai radar dei grandi festival, per questo nella moda continua a produrre eccellenza, ma sempre meno direzione. Il punto, allora, non è chiedersi perché non siamo stati selezionati. Il punto è più scomodo: capire perché non siamo più selezionabili.

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