Il Mali torna a essere l’epicentro dell’instabilità saheliana e, insieme, il banco di prova più delicato della proiezione russa in Africa. Gli attacchi coordinati lanciati nel fine settimana da jihadisti e ribelli separatisti hanno infatti colpito simultaneamente Bamako, Kati, Kidal, Gao, Mopti e Sévaré, in quella che diversi osservatori descrivono come la più vasta offensiva contro lo Stato maliano dal 2012. Secondo le autorità, nell’assalto è rimasto ucciso anche il ministro della Difesa, il generale Sadio Camara, figura chiave della giunta militare.
A guidare l’offensiva sono stati due attori distinti ma convergenti sul piano tattico: il Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim), affiliato ad al-Qaeda e oggi principale minaccia jihadista nel Sahel, e il Fronte per la liberazione dell’Azawad (Fla), cartello separatista tuareg che rivendica l’autonomia – se non l’indipendenza – del nord del Paese. La novità non è soltanto l’ampiezza geografica degli attacchi, ma il livello di sincronizzazione dimostrato: autobombe, infiltrazioni, colpi contro basi militari, droni e assalti urbani hanno evidenziato un salto qualitativo nella capacità operativa dei gruppi armati.
Il simbolo politico più pesante è Kidal. La città del nord, storica roccaforte tuareg, era stata riconquistata nel 2023 dall’esercito maliano con il decisivo supporto dei contractor russi della Wagner, diventando il manifesto della “nuova sicurezza” promessa dalla giunta di Assimi Goïta dopo la rottura con Parigi. Oggi proprio lì si consuma la contro-narrazione: i separatisti rivendicano di averne ripreso il controllo, mentre fonti indipendenti parlano di un ripiegamento delle forze maliane e dell’Africa Corps, la struttura con cui il ministero della Difesa russo ha assorbito e riorganizzato l’eredità della Wagner nel continente.
È questo il punto che rende la crisi maliana qualcosa di più di una nuova fiammata insurrezionale. Da quasi cinque anni Bamako ha affidato la propria sopravvivenza politica e militare a Mosca: prima ai mercenari di Wagner Group, poi all’Africa Corps. In cambio della progressiva espulsione dei partner occidentali – le truppe francesi dell’operazione Barkhane, gli istruttori europei e la missione Onu Minusma – il Cremlino ha offerto protezione ravvicinata alla giunta, intelligence, supporto aereo e operazioni di controinsurrezione. La promessa implicita era semplice: meno condizionalità politica e più sicurezza immediata.
Ma gli eventi delle ultime ore mostrano il limite strutturale di questo modello. La presenza russa ha certamente rafforzato il dispositivo di difesa del regime e consentito alcune vittorie simboliche, ma non ha ricostruito la capacità dello Stato di controllare il territorio. Ha privilegiato la sopravvivenza della leadership militare, non la resilienza delle istituzioni. E quando l’insurrezione è tornata a colpire in maniera simultanea su più fronti, l’apparato securitario “made in Russia” ha rivelato tutte le sue fragilità: incapacità preventiva sul piano dell’intelligence, difficoltà nel proteggere asset sensibili e reazione prevalentemente difensiva.
La morte di Camara accentua il colpo d’immagine. Non si tratta di un semplice comandante caduto sul campo, ma dell’uomo che più aveva incarnato il legame con Mosca dentro la giunta. Il fatto che sia stato colpito nella sua residenza a Kati – cuore del potere militare a pochi chilometri da Bamako – produce un messaggio devastante: nemmeno il vertice del regime è davvero al sicuro.
Per il Cremlino la posta in gioco è ampia. Il Mali è il laboratorio principale della strategia russa nel Sahel, replicata con sfumature diverse anche in Burkina Faso e Niger: sostegno ai regimi militari, assistenza armata, narrativa anti-occidentale e accesso crescente a miniere, basi e influenza diplomatica. Se Bamako dovesse apparire vulnerabile nonostante anni di supporto russo, verrebbe incrinata la credibilità dell’offerta securitaria che Mosca presenta come alternativa a quella occidentale.
Al tempo stesso, la crisi impone cautela analitica. La cooperazione tra Jnim e Fla non equivale a una saldatura politica stabile. I jihadisti puntano a delegittimare e logorare lo Stato maliano inserendosi nelle fratture locali; i tuareg separatisti mirano invece a ridefinire i rapporti di forza nel nord e a rilanciare la questione dell’Azawad. È una convergenza di convenienza, non necessariamente un progetto comune di governo. Tuttavia basta e avanza, nel breve periodo, per mettere Bamako sotto una pressione senza precedenti.
Ciò che emerge è quindi una doppia crisi. La prima è interna al Mali: la giunta di Goïta, salita al potere promettendo ordine e sovranità, si ritrova oggi a fronteggiare l’attacco più duro della sua stagione. La seconda riguarda Mosca: la Russia aveva venduto sicurezza rapida e capacità di deterrenza, ma si ritrova a dover spiegare perché, sotto il proprio ombrello, il Mali sia ancora – o forse più di prima – esposto all’avanzata di jihadisti e ribelli.
Nel Sahel, insomma, non è soltanto il regime di Bamako a vacillare. È la tenuta stessa del modello russo di esportazione della sicurezza.