Ogni promessa è debito pubblicoL’agonia di Meloni, il narcisismo di Conte e l’Italia che non si sente tanto bene

Palazzo Chigi perde un altro pilastro della sua narrazione (i conti in ordine) mentre la crescita rallenta e la spesa aumenta. Il governo galleggia senza risorse e l’opposizione a guida populista rilancia ricette insostenibili contro Nato e Bruxelles

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Ieri è caduto un altro muro di quella fortezza Bastiani che è Palazzo Chigi, cioè la favoletta dei conti in ordine. L’Italia resta sotto procedura d’infrazione perché, secondo i dati Eurostat, lo scorso anno il deficit italiano si è attestato al 3,1 per cento, cioè 0,1 punti per cento al di sopra della soglia fissata dall’Unione europea. Per capirci, entro la fine dell’anno, l’Italia è destinata a superare la Grecia come paese più indebitato dell’Unione europea. Ma la notizia peggiore è un’altra: l’Italia ha il debito pubblico più alto d’Europa e il governo rivede al ribasso le stime della crescita del Pil. Non ci sono dunque le risorse per rilanciare un Paese fermo, malgrado i soldi del Pnrr. La spesa aumenta, la crescita rallenta. La crisi internazionale fa il resto.

Dopo tre anni e mezzo di governo, la presidente del Consiglio dovrebbe spiegare al Paese come stanno realmente le cose. E non si dica che si tratta di notizie inattese. Già ai primi di aprile Bankitalia aveva fatto capire alla premier che galleggiare non basta più e che fosse giunta l’ora di dire la verità agli italiani. Altro che immaginare, per l’anno prossimo, una manovra di bilancio dal sapore elettorale.

Come infatti ha osservato Politico, in questa situazione il governo non potrà promettere bonus e prebende tipici di una manovra preelettorale. La domanda, pertanto, è: conviene a Giorgia Meloni presentare, a fine anno, una legge di bilancio lacrime e sangue a pochi mesi dal voto?

Uno sconsolato Giancarlo Giorgetti, quello bravo, si è presentato ieri in conferenza stampa con l’aria di un condannato a morte, senza la minima idea di come fare ripartire il Paese. Anche da questi dati oggettivi si comprende come una gran parte degli imprenditori ormai abbia perso la fiducia nel governo Meloni, che – si vede a occhio nudo – il massimo che può fare è vivacchiare alla giornata.

Per questo è inevitabile che nella maggioranza vi sia chi si sta chiedendo se non convenga anticipare le elezioni in autunno, per provare a chiedere un nuovo mandato senza trascinare in lungo l’agonia. E anche per stroncare sul nascere i desideri di chi – potentati economici tipo la famiglia Berlusconi – ipotizza un nuovo centrodestra demelonizzato o, almeno, spurgato dai toni più populisti e sovranisti.

Naturalmente, in quest’aria da fine impero, le forze di opposizione giocano le loro carte. Nella competizione fra il Partito democratico e il Movimento 5 stelle, che è evidentemente una gara non sui contenuti ma di potere, s’avanza Giuseppe Conte, che parla di sé stesso come della reale alternativa al fallimento di Giorgia Meloni.

«Cosa farei ora?», chiede l’avvocato, come se toccasse naturaliter a lui. Ecco la risposta: «Ricostruirei. Perché l’Italia è forte. Ora, vista l’emergenza, bisogna subito andare a sospendere gli accordi sul riarmo in sede Nato e a Bruxelles. Bisogna rivedere gli accordi firmati sul Patto di stabilità, che ci strangola. Prendiamo le risorse dagli extraprofitti di banche, colossi energetici e industria delle armi». Molta fuffa de sinistra, oltre che tutti propositi contrari agli impegni già assunti non dalla Nato, ma dal Parlamento europeo e italiano a proposito del Rearm. È evidente che l’uomo di Volturara Appula, a caccia di voti, punta a scavalcare a sinistra un Pd già molto «sancheziano» e neoterzomondista.

Ma sono chiacchiere. Su Conte, il responsabile del Superbonus, vale a imperitura memoria quanto scrisse il grande intellettuale riformista Biagio de Giovanni, scomparso ieri: «Davanti a noi sta un uomo inquietante, che ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza batter ciglio, annegando la politica in un pantano di potere senza idee».

Insomma, da un lato abbiamo un esecutivo che non riesce a governare la realtà. Dall’altro, un’opposizione che fatica a interpretarla. In mezzo, un Paese che rallenta, si indebolisce e smette di credere alle narrazioni, qualunque sia il segno politico. Tra l’agonia di Giorgia Meloni e l’autocandidatura di Conte a prenderne il posto, l’Italia non si sente tanto bene.

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