Il conflitto in Iran è giunto in una fase di sostanziale stallo, con un incerto cessate il fuoco, un inedito, e pure un po’ surreale, blocco dello Stretto di Hormuz sia da parte iraniana che americana e soprattutto con l’assenza da parte statunitense di una qualche exit strategy. Washington, e soprattutto Gerusalemme e Riad, hanno raggiunto un obiettivo parziale: l’indebolimento delle capacità missilistiche e di produzione nucleare di Teheran, la decapitazione della leadership ed un generale indebolimento del regime, tutti fattori però non sufficienti a determinare il crollo del regime stesso e l’apertura di una stagione di cambio di regime.
I guerriglieri curdi non hanno ottenuto nessuna garanzia di no fly zone da Donald Trump e si sono tenuti, perlomeno fin d’ora, alla larga dal conflitto; il variegato fronte delle opposizioni all’estero non è riuscito ancora a trovare una figura unificante e il regime iraniano non ha accennato in alcun modo a mollare la presa interna, con molteplici indizi che fanno anche pensare ad un possibile accresciuto peso dei Guardiani della Rivoluzione nella gestione autoritaria del paese.
La fatica bellica per Washington è evidente e numerose fonti del Congresso statunitense hanno denunciato in questi giorni la drammatica riduzione delle scorte di missili da crociera stealth a lungo raggio, dei missili intercettori Patriot, e dei missili di precisione terrestri. Senza contare le tensioni che il conflitto ha generato sull’economia globale, sul prezzo del greggio, sullo shock energetico subito da numerose nazioni, unitamente al crollo del turismo nel Golfo e ad un indebolimento generale delle monarchie sunnite, storicamente alleate dell’Occidente, colpite da ripetuti attacchi iraniani contro le infrastrutture civili, energetiche ed economiche della regione.
A tutto ciò si aggiunge un errore strategico compiuto da Washington: l’avere affidato al Pakistan il ruolo di mediazione del conflitto in corso. Per molti versi è incomprensibile: il Pakistan non ha né uno vero status riconosciuto di potenza regionale, e neppure una capacità di dialogare davvero con soggetti molto diversi e distanti fra loro, prerogativa che, per esempio, era stata acquisita negli anni dal piccolo sultanato dell’Oman, capace contemporaneamente di concludere accordi economici con Israele, mantenere una ricca rete di relazioni politiche e diplomatiche con il regime degli ayatollah, rimanere equidistante nella crescente competizioni intra-sunnita fra Emirati ArabI Uniti ed Arabia Saudita.
Il Pakistan negli ultimi vent’anni è poi diventato sostanzialmente un stato vassallo di Pechino al quale ha affidato gran parte del proprio interscambio economico e commerciale, un’ampia cooperazione in materia di intelligenze, difesa e sicurezza ed un legane a filo doppio garantito dalla realizzazione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), quella ampia rete di infrastrutture e investimenti cinesi fra la regione uigura del Xinjiang, i passi del Karakorum sull’Himalaya, fino al porto pakistano di Gwadar, che permetteranno alla Cina di avere uno definitivo accesso all’Oceano Indiano ed una presenza stabile a poche centinaia di miglia dallo Stretto di Hormuz.
L’asse Pechino-Islamabad rende il Pakistan un soggetto non adatto a svolgere un ruolo di mediazione soprattutto alla luce della molteplicità di relazioni politiche economiche e commerciali che legano la Repubblica Popolare Cinese con la repubblica Islamica dell’Iran. Non è un mistero che Teheran deve gran parte della sua sopravvivenza nei confronti di lunghi anni di sanzioni occidentali all’esportazione dei propri prodotti petroliferi verso la Cina, ampiamente ripagati con un’intensa militare a tutto campo: la Cina ha costantemente sostenuto Teheran con un’ampia cooperazione in materia di intelligence ed ha fornito all’Iran una molteplicità di tecnologie dual use civile/militare, nonché tutti i componenti chimici in grandissime quantità per produrre il combustibile necessario al proprio sistema di missili balistici.
In più, l’asse politico e militare fra Cina, Iran e Russia è un fatto consolidato negli anni da una molteplicità di accordi, scambi di informazioni, tecnologia e forniture belliche e soltanto nello scorso mese di febbraio le Marine dei tre paesi hanno promosso le esercitazioni militari congiunte Maritime Security Belt 2026 nelle acque fra Il Golfo di Oman e il Golfo Persico.
Affidare al Pakistan un ruolo di mediazione nel conflitto fra Stati Uniti e Iran è stata dunque una scelta inappropriata e rischiosa ed anche un regalo a Pechino che in questo modo ha aumentato le proprie leve nel grande Medio Oriente, sostenendo contemporaneamente una parte in conflitto ed il potenziale mediatore.
Ma c’è di più e riguarda direttamente l’India. In questi giorni ricorre il primo anniversario della strage di Pahalgam quando lo scordo 22 aprile del 2025 nel Kashmir indiano ventisei persone, per lo più turisti indù, sono state brutalmente uccise da miliziani islamici. Le autorità indiane hanno puntato il dito contro il gruppo armato The Resistance Front (Trf), legato alla Lashkar-e-Taiba, l’esercito dei giusti, con basi militari in territorio pakistano e apertamente sostenuto dal Pakistan. L’India rispose pochi giorni dopo l’attentato con l’operazione militare Sindoor colpendo con precisione nove campi terroristici legati ai gruppi terroristi di Lashkar-e-Taiba, Jaish-e-Mohammad e Hizbul Mujahideen.
Durante quel breve conflitto di soli quattro giorni, la Cina fornì supporto di intelligence in tempo reale al Pakistan monitorando i movimenti bellici indiani e mentre ancora infuriava lo scontro militare fra India e Pakistan, la Cina bloccò un riferimento diretto al gruppo terroristico TRF all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Lo stesso sostegno di intelligence, peraltro, fornito dalla Cina a Teheran durante tutte le fasi del conflitto in corso Iran-Stati Uniti.
La scelta del Pakistan come mediatore del conflitto in corso è dunque errata non soltanto nell’immediato, ma soprattutto in prospettiva e non è certo questo il momento di alienarsi l’India, che avrà nel medio periodo un crescente ruolo nel Golfo e nel Grande Medio Oriente e che ha soprattutto interessi sostanzialmente collimanti con quelli occidentali.
A conflitto concluso, il dilemma delle strozzature geo-politiche e geo-economiche di Hormuz e Bab el Mandab continuerà ad essere uno delle questioni non risolte del sistema delle relazioni internazionali e l’India ha nelle sue mani (peraltro insieme all’Europa) una delle chiavi per risolvere in modo modo permanente i vincoli imposti dalle strozzature di Hormuz e Bab el Mandab, con il rilancio e l’attuazione del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), quella possibile rete di collegamenti marittimi e ferroviari che sarà in grado di bypassare gli Stretti ed evitare ogni forma di coercizione politica, militare ed economica in un’area ancora cosi cruciale per l’economia e la stabilità globale.