
Nel pieno degli anni di piombo, in Italia, l’ipotesi di introdurre la pena di morte per i reati di terrorismo contro lo Stato fu sostenuta come concreta opzione di giustizia da alcuni autorevoli nomi della cultura antifascista. Dopo il sequestro di Aldo Moro e l’eccidio degli uomini della sua scorta lo fece Ugo La Malfa. Pochi anni più tardi, toccò a Massimo Mila e Leo Valiani.
La pena di morte come “debito di pura giustizia”, secondo la definizione di Mila, appariva un corollario politicamente necessario della cosiddetta strategia della fermezza, giuridicamente giustificato dall’articolo 27 della Costituzione, che allora non escludeva del tutto la pena di morte, ma l’autorizzava nelle leggi militari di guerra – il bando definitivo fu votato dal Parlamento molti anni più tardi, nel 2007 – a cui molti ritenevano andassero ragguagliate le leggi anti-terroristiche.
La legislazione emergenziale non si spinse fino alla pena di morte, ma introdusse comunque numerose misure eccezionali e derogatorie dei principi fondamentali del diritto penale di pace, pur senza inaugurare uno speciale diritto penale di guerra anti-terroristico.
Intanto, fuori dall’arco costituzionale, a sostegno della pena di morte il Movimento Sociale Italiano animava una mobilitazione popolare e una raccolta firme su una petizione rivolta al Parlamento e i sondaggi, all’inizio degli anni ’80, registravano un favore popolare imponente e, in alcuni casi, maggioritario per la pena capitale.
Un terrorismo sanguinario, una popolazione impaurita e sdegnata, una élite democratica travolta da un sentimento di impotenza e di rivalsa e una destra più che compromessa con la violenza politica, che si presentava come l’ultimo presidio di legge e ordine di una nazione assediata. Era la fotografia dell’Italia nel pieno degli anni di piombo.
Questo precedente ci aiuta a leggere quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Israele, con la nuova disciplina della pena capitale sia nei tribunali civili dello stato ebraico, sia in quelli militari della Cisgiordania. Ci aiuta, ovviamente, a patto di mantenere il senso delle proporzioni tra la sfida del terrorismo alla democrazia italiana e quella che il terrorismo arabo e palestinese dal 1948 porta alla stessa esistenza dello stato di Israele e alla vita di quasi otto milioni di ebrei che vi abitano.
Dopo il pogrom del 7 ottobre, la guerra di Gaza e poi quella contro Houthi, Hezbollah e la casa madre terroristica iraniana, un pezzo di Paese inabitabile e la parte rimanente costretta a fare avanti e indietro dai rifugi, si può certo considerare sciagurato, ma purtroppo anche inevitabile che una maggioranza, quella di Benjamin Netanyahu, che i sondaggi danno sconfitta alle prossime elezioni scelga un tema facile e popolare – la pena di morte per i terroristi – come arma di propaganda e che la punta di lancia di questa campagna sia un partito estremista e razzista, come quello di Itamar Ben Gvir, la cui paradossale credenziale law and order è di essere l’erede istituzionalizzato di un movimento terrorista anti-arabo.
D’altra parte è anche difficile liquidare il favore in Israele per la pena di morte contro i terroristi come un’esclusiva della destra suprematista. Si tratta di una posizione che tutti i sondaggi dimostrano essere diffusa in buona parte della società israeliana e che anche leader e partiti che alle prossime elezioni saranno determinanti per costruire una possibile (e più che auspicabile) maggioranza anti-Netanyahu si guardano bene dall’avversare come una reazione incivile e disumana alla sindrome dell’assedio.
Proprio questa sindrome, d’altra parte, la destra suprematista continua a fomentare per trarne vantaggio sia in termini congiunturali, in vista delle prossime elezioni, sia strutturali, per cambiare l’antropologia politica dell’ideale sionista e la natura costituzionale dello stato ebraico. La stessa operazione che, mutatis mutandis, Donald Trump sta tentando con la democrazia americana.
Anche dopo l’approvazione della nuova legge sulla pena capitale, la discussione sulle incombenti degenerazioni della democrazia israeliana è finita in Italia sostanzialmente ostaggio della pregiudiziale ostilità verso la esecrata “entità sionista”, coltivata per parecchi decenni in modo trasversale nella cultura politica italiana, in particolare cattolica e di sinistra.
Si tratta, per intendersi, dell’ostilità che ha portato a trasformare Francesca Albanese e il suo umanitarismo antisemita in una icona della resistenza antifascista, a disprezzare Liliana Segre come una fiancheggiatrice del suprematismo ebraico e una complice di Netanyahu, a giustificare la discriminazione pubblica degli ebrei indisponibili all’abiura di Israele e a interpretare le violenze dei coloni contro gli arabi in Cisgiordania come il peccato originale del colonialismo israeliano, da cui liberare la Palestina dal fiume al mare.
In questo caso, l’uso pretestuoso e parassitario della pena di morte votata dalla Knesset come ennesimo capo di accusa contro Israele in sé è tanto più osceno se confrontato alla totale assenza di calore, mobilitazione e impegno politico che nelle file dei censori di Israele si è sempre registrata, laddove il boia non è l’estrema ratio penale contro crimini esecrabili in una democrazia, bensì il vertice dello Stato totalitario e della sua amministrazione, la regola e non l’eccezione della vita civile e la clausola di salvaguardia di regimi politici assassini, ma anti-sionisti e dunque scriminabili dallo scandalo e dall’orrore e giustificati da un’inclinazione alla violenza, che “non viene dal nulla”.
Le convulsioni della democrazia israeliana sono da anni sotto gli occhi di tutti, ma Israele, grazie a Dio, non è ancora quella Rhodesia ebraica che sognano Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich e quello stato di eccezione permanente, che da anni ha tentato di costruire Netanyahu e che dopo la rielezione di Trump conta sul convergente disegno americano della tabula rasa di tutte le antiche alleanze e di tutti gli obiettivi di diritto che queste perseguivano o proteggevano.
Ci sono ottime possibilità che la Corte Suprema di Israele neutralizzi questa nuova legge e che i cittadini israeliani, con il voto determinante di due milioni di arabi, tra qualche mese mandino a casa Netanyahu e decretino il ritorno a una normalità sionista, quella in cui i Meir Kahane venivano banditi dalla scena pubblica e i loro epigoni non facevano i Ministri della sicurezza nazionale.
Parlare della pena di morte approvata dalla Knesset tacendo di questa realtà di Israele non è una forma di intransigenza umanitaria, ma è la solita cattiva coscienza antisionista.