Rublo e castigoLe entrate extra del petrolio non bastano a fermare la crisi dell’economia russa

La riforma fiscale voluta dal Cremlino ha estesto l’Iva anche alle piccole e medie imprese un tempo escluse, facendo salire costi e complicazioni burocratiche. In un’economia già debole, sempre più attività stanno chiudendo o tagliando personale per sopravvivere

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La crisi dello stretto di Hormuz permette alla Russia di mascherare ancora per un po’ la sua economia in perenne crisi. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas sta infatti portando entrate, insperate fino a pochi mesi fa, nelle casse del Cremlino, proprio mentre il sistema delle piccole e medie imprese è sotto pressione per l’aumento dell’IVA, passata dal 20 al 22 per cento. Dopo il crollo di febbraio, il gettito da petrolio e gas è passato da meno di 10 miliardi di dollari a circa 19 miliardi in un solo mese, quasi il doppio. Per Mosca è stato un sollievo immediato: più spazio fiscale per finanziare la spesa pubblica e minor pressione sul deficit statale che a inizio di quest’anno stava peggiorando rapidamente. Il Fondo monetario internazionale ha corretto verso l’alto la previsione di crescita della Russia per quest’anno portandola dallo 0,8 per cento, trainato dall’industria militare, fino all’1,1 per cento. 

Ma il regalo di Trump non può fare miracoli per risollevare l’economia interna russa. La scelta del Cremlino di spostare una parte sempre maggiore del peso fiscale sulle piccole e medie imprese non sta pagando come sperato. L’aumento dell’IVA da solo avrebbe dovuto portare circa 1.000 miliardi di rubli all’anno, ma il modo in cui è stato introdotto ha creato problemi immediati. Fino al 2025, chi incassava meno di 60 milioni di rubli l’anno, circa 650mila euro, poteva restare fuori dal sistema IVA. Questo permetteva a molte attività piccole o medio piccole di avere regole più semplici, meno burocrazia e costi amministrativi più bassi. Nella versione iniziale della riforma, approvata nel 2025, la soglia sarebbe dovuta scendere subito a 10 milioni di rubli, circa 110mila euro. Quindi le imprese che fino a quel momento avevano goduto di un sistema relativamente semplice si sarebbero trovate, nel giro di un anno, a compilare nuovi documenti e spesso assumere un contabile dedicato.

Dopo le proteste delle associazioni di categoria, il governo ha modificato l’applicazione della misura: non più un taglio immediato da 60 a 10 milioni, ma una discesa graduale. Da quest’anno la soglia è scesa a 20 milioni, nel 2027 scenderà a 15 milioni e nel 2028 a 10 milioni, con periodo iniziale di tolleranza in cui eventuali errori fiscali non verranno puniti, per dare alle imprese il tempo di adattarsi al nuovo sistema. Il cambiamento meno brusco non ha cambiato la sostanza: già quest’anno una parte significativa delle piccole imprese russe è entrato in un sistema fiscale più costoso e più complicato, proprio mentre i ricavi rallentano e i costi aumentano.

Lo racconta bene un approfondimento del Financial Times che descrive come l’aumento della pressione fiscale, insieme al calo della domanda e all’aumento dei costi, stia constringendo ridimensionarsi, chiudere o ripensare il proprio modello di business. Nel 2021 Elena Valeeva aveva aperto assieme al marito uno studio di ceramica a Perm, espandendo l’attività fino ad avere addirittura tre sedi: dopo cinque anni, con i ricavi in calo e le tasse in aumento, ha deciso di vendere tutto e lasciare la Russia. Il Financial Times racconta anche il clima diffuso tra gli imprenditori: solo una minoranza si dice sicura di poter continuare l’attività, mentre molti stanno anticipando le conseguenze delle nuove tasse riducendo i costi o chiudendo prima ancora che arrivino i primi pagamenti. In città come Mosca e Volgograd si moltiplicano i casi di ristoranti e caffè che abbassano le serrande, anche in zone centrali, segno che la crisi non riguarda più solo le attività marginali ma sta colpendo il cuore del tessuto urbano.

Dasha Litvinova dell’Associated Press ha raccontato in un reportage altre storie che mostrano quanto la pressione sulle pmi sia diffusa. A San Pietroburgo, l’imprenditrice Darya Demchenko ha dovuto chiudere uno dei suoi quattro saloni di bellezza e vendere un altro per restare a galla: con la riforma fiscale è uscita dal regime semplificato che le permetteva di pagare una quota fissa annuale e i costi operativi, tra affitti, forniture e servizi bancari, sono saliti fino al 30 per cento: «Non mi sono mai sentita così poco protetta».

Il caso emblematico è quello della panetteria Mashenka di Mosca, il cui proprietario Denis Maksimov è arrivato a rivolgersi direttamente a Vladimir Putin durante la lunga diretta televisiva annuale in cui il dittatore risponde a domande selezionate da cittadini e imprenditori. «Comprendiamo che la situazione per il paese non è facile, ma guardiamo al futuro senza ottimismo», ha detto Maksimov a Putin, avvertendo che molte attività rischiano di non sopravvivere. Il caso ha avuto grande visibilità mediatica e ha portato temporaneamente nuovi clienti alla panetteria, ma non si vive di sole elemosine elargite dal regime. Nonostante l’attenzione del Cremlino e la promessa di possibili agevolazioni, Maksimov ha ammesso di star valutando la chiusura.

Il problema è strutturale. Le piccole e medie imprese rappresentano oltre il 20 per cento del prodotto interno lordo russo e danno lavoro a circa 31 milioni di persone, cioè il 40 per cento della forza lavoro. Colpirle significa aumentare il gettito oggi, ma rischiare di indebolire ciò che resta della base dell’economia nel medio periodo. Secondo le associazioni di categoria, in particolare Opora Russia, la principale organizzazione che rappresenta le piccole e medie imprese, circa un imprenditore su dieci è colpito direttamente dalla riforma e centinaia di migliaia di attività rischiano di uscire dal mercato. Per chi supera i 20 milioni di rubli di fatturato, il nuovo sistema significa almeno il sei per cento sui ricavi e almeno il cinque per cento di IVA. 

Le imprese che sopravvivono hanno reagito come spesso accade: hanno alzato i prezzi e ridotto il personale per contenere le spese. Anche il Cmasf, un centro di analisi vicino al Cremlino, ammette che la produzione industriale civile russa è scesa di circa il due per cento nei mesi invernali. I materiali da costruzione sono in calo, l’acciaio produce meno, i macchinari restano sotto i livelli degli anni precedenti e anche il settore automobilistico ha rallentato di nuovo. Le fabbriche legate alla guerra continuano a lavorare grazie agli ordini pubblici, il resto dell’economia fatica.

Il risultato è un’economia sempre più divisa in due. Da una parte ci sono energia e industria militare, che tengono grazie alla spesa dello Stato e alla crisi nello stretto di Hormuz. Dall’altra c’è l’economia normale, fatta di imprese, negozi e servizi, che è sempre più in crisi. Finché le entrate extra da petrolio e gas restano alte, questo equilibrio può reggere. Ma è fragile e dipende da fattori esterni che il Cremlino non controlla. Se i prezzi dell’energia dovessero scendere o le esportazioni venissero colpite di nuovo, il sistema si troverebbe con meno soldi e con un’economia interna già indebolita.

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