La più grande verità che abbia imparato sugli uomini è una verità che ho imparato a non dire a cena se non voglio che sulla tavolata cali il silenzio. La più grande verità che ho imparato sugli uomini l’ho imparata tardi (come tutto): avevo già passato i trenta.
Conobbi un tizio di discreto successo con le signorine, discreto successo che dipendeva dalle ragioni su cui si basa il fascino maschile: parlantina, disponibilità economica, posizione lavorativa che nel mondo delle signorine che frequenti sia considerata di successo (sono tutti criteri ovviamente non universali: un centravanti sarà l’ambizione di una e Massimo Cacciari quella d’un’altra; siamo in pochissime a capire che il centravanti e Massimo Cacciari fanno lo stesso lavoro).
Il tizio, cui un numero ragionevole di donne lanciava le mutande, era un buco nero di insoddisfazione e rancore. Inspiegabile, finché non capii che esiste un modello diffusissimo di uomo: quello cui a scuola non la davano.
Da quando l’ho capito, è diventato uno dei miei criteri di analisi della popolazione preferiti, ma ormai so che agli uomini quasi mai lo si può dire. Ho un amico – di vertiginoso successo adulto con le donne – che, ogni volta che rievoco qualche commercio carnale del liceo, mi dice che devo smetterla di mentire: lo sanno tutti che al liceo non scopa nessuno.
Ogni volta gli rispiego daccapo che tutte scopavano, al liceo (negli anni in cui andavamo a scuola io e lui, non in questi anni sessuofobici in cui i sedicenni pensano di avere relazioni con gente con cui si mandano messaggi). Solo che la media di una scuola in genere è di una mezza dozzina di maschi scopanti, e tutte le femmine.
Se sei femmina, negli anni degli ormoni rutilanti non vai mai mai mai in bianco: le uniche che non fanno sesso sono quelle che non lo vogliono fare. Se vuoi farlo, tra il momento in cui decidi e il momento in cui trovi uno disponibile passano sette minuti (possono diventare sette giorni se quello che hai puntato è il bello della scuola e intorno a lui c’è più traffico).
Gli uomini cui al liceo non la davano sono più motivati a fare carriera, a fare soldi, a fare conquiste. Se il mio amico non l’avessero mandato in bianco in quello scientifico di Bologna, non sarebbe diventato il figo cui lanciano a cinquant’anni tutte le mutande che gli hanno negato a quindici.
Tuttavia anche le femmine, che non hanno in media dovuto ammazzarsi di seghe per sfogare gli ormoni furenti, hanno ricordi irrisolti. Io, per dire, ho ripensato per vent’anni a quello che mi aveva spezzato il cuore al liceo. Direi «il bello della scuola», non fosse che aveva cambiato persino più scuole di me. Comunque: un figo pazzesco. Poi ci torniamo, ora dobbiamo parlare di banchieri.
Vis Raghavan ha 59 anni, ne aveva 57 quando, poco più di due anni fa, la capa del gruppo Citi ha annunciato di averlo strappato a JP Morgan per 52 milioni di dollari, e che sarebbe diventato il loro capo dell’investment banking (roba di gente che non spende più di quel che guadagna), una divisione che all’epoca era in crisi, avendo nel 2023 fatto profitti per soli 4 miliardi e 600 milioni di dollari.
(Ho letto di Raghavan dopo aver visto su Twitter, o come si chiama ora, gente sostenere che Silvia Salis è «ricchissima» perché in tv aveva una camicia da cinquecento euro, e ho pensato che a salvarci dall’assalto alla Bastiglia è la confusione mentale dell’umanità rispetto a cosa siano i veri soldi).
Ieri, dunque, il Financial Times pubblica un articolo firmato da ben quattro giornalisti per svelare il mirabile scoop che in realtà quando Citi se l’è preso JP Morgan lo stava cacciando, Raghavan, a causa dei suoi comportamenti inappropriati. E tu pensi sarà come minimo uno che, come Weinstein, se aveva l’impellenza di sfogarsi si faceva una sega in una pianta da arredamento in un ristorante (mica avrete rimosso questo favoloso dettaglio weinsteiniano).
Pare che adesso questo tizio che nessuno di noi aveva mai sentito nominare fosse in procinto di sostituire Jane Fraser, l’amministratrice delegata che lo aveva assunto, e quindi i dipendenti preoccupati – chissà se gli stessi che due anni fa dicevano proprio al Financial Times che era «un colpaccio per Jane», e che Vis era «molto credibile» – si sono decisi a sfogarsi col giornalismo d’inchiesta, il quale ha fatto il suo bravo articolo su questo mostro, che a JP Morgan ne aveva combinate così tante che stavano giusto giusto per cacciarlo, ma se n’è andato prima lui. Che in che guai si sarà infilato, legge una con grandi aspettative.
La prima cosa che leggo è un elenco di insulti che Raghavan avrebbe usato verso i suoi collaboratori, per uno dei quali ha talmente la mia invidia che credo me ne approprierò, è così bello che vorrei averci pensato per prima: «spreco di calorie». Una volta sentii un intellettuale dire di un ricco che era un «inutile pezzo di carne», e finora era il mio usato sicuro degli insulti preferito, ma «spreco di calorie» potrebbe rimpiazzarlo.
Poi ci sono due testimonianze secondo le quali Raghavan avrebbe descritto il proprio stile di comando come «tenerli per le palle», e a questo punto dell’articolo c’è una tenera precisazione: «Un portavoce di Raghavan ha detto che l’espressione non è stata usata intendendo i genitali». Pensa dover spiegare il linguaggio figurato a dei moralisti americani in cerca d’una testa da tagliare.
C’è anche un imprecisato parente fatto assumere in deroga al divieto aziendale, ma l’articolo la liquida come una vicenda di poco conto. Il vero punto dello scandalo arriva ora, è quello per cui dieci anni fa era stato allertato l’ufficio del personale come si confà in casi di codesta gravità. Vado a tradurre dal paragrafo con cui il Financial Times lancia il pezzo.
«Raghavan avrebbe raccontato la storia d’una donna attraente che l’avrebbe distratto quando era uno studente. Ora, avrebbe detto un gruppo di ragazzi al loro primo giorno di lavoro, “lei è grassa”, mentre lui è un dirigente di JP Morgan».
Amici, romani, compatrioti, giornalisti d’inchiesta, ex liceali: mi state dicendo che la cosa più normale e immedesimabile che abbia fatto questo tizio – che ha studiato a Bombay: sarà stato uno dei mille cui le studentesse indiane non la davano preferendogli qualcuno di più caruccio, perché è da grande che capisci che dell’uomo non devi guardare lo zigomo ma la carriera – cioè essere soddisfatto che sul lungo periodo l’avesse avuta vinta lui sul piano dei risultati visibili, state dicendo che vi scandalizza? State negando di fare esattamente la stessa cosa?
L’uomo che mi spezzò il cuore al liceo si fece vivo nel mio anno di maggior fighezza adulta. Sono pronta ad ammettere che il fatto che da un certo punto in poi non me ne sia mai più importato abbastanza da sbattermi per essere attraente – da stare a dieta, da andare spesso dall’estetista, da star scomoda sui tacchi: essere figa è un pacchetto manutenzione che le donne già sanno e gli uomini non riuscirebbero mai a immaginarsi – non è legato al mio essere diventata vecchia e saggia, ma all’aver già ottenuto il massimo risultato possibile.
Il massimo risultato possibile non è il matrimonio, non è la fotogenia, non è la collega invidiosa. Il massimo risultato possibile è rivedere il tuo ex che era il più figo del quartiere, e lui è uno dei pochissimi uomini che siano stati più fighi a vent’anni che a quaranta, e tu sei invece molto più figa di allora, anche perché dotata d’un guardaroba e d’un taglio di capelli più costosi (ma lui è un maschio etero, quindi non sa decodificare i vantaggi).
Raghavan, che guadagna in un anno quel che noi in una vita, aveva ancora bisogno della soddisfazione di vedere che a quella che da piccoli gli aveva spezzato il cuore era nel frattempo venuta la cellulite.
Raghavan, che non è diventato figo neanche da cinquantenne ricco, si consola nel modo in cui si consolano gli uomini di successo: dicendosi che quella è una culona e c’è la fila di modelle che vogliono uscire con me e coi miei fantastiliardi.
Solo dei ventenni che non sanno che sul lungo periodo l’unico carburante affidabile è la rivalsa nei confronti degli ex potevano chiamare frignando l’ufficio del personale. Solo dei ventenni che non sanno niente della vita possono indignarsi, invece di sapere che anche loro, un giorno, saranno Raghavan, e devono solo sperare che quella che ora non li vuole abbia la cortesia d’ingrassare.