Quando a Canterbury è arrivata la meningite, a marzo, io ero a Londra, ma non è per quello che la paranoica in me si è turbata. A svegliarsi è stata l’egomaniaca in me: Canterbury, la mia prima vacanza studio, la mia prima volta in Inghilterra, la prima volta che capii che mi piaceva la colazione salata, la prima volta che assaggiai la pizza di Pizza Hut (io dalle vacanze studio sono tornata sempre con grandi accrescimenti culturali: tanto valeva mandarmi a Ibiza).
Avevamo già fatto i “Canterbury Tales”, nel programma d’inglese? Forse sì, ma non me lo ricordo. Quel che ricordo è la sconvolgente scoperta che quel posto che noialtri pronunciavamo cantèrburi, gli indigeni lo chiamavano càntrburi.
Avevo quindici anni, non avevo ancora letto “La donna della domenica”, non avevo ancora fatto gli anticorpi al provincialismo: è probabile che, tornata a casa, mi sia piccata di pronunciarlo giusto. Senza sapere che la giustezza d’una pronuncia non è assoluta, ma è data dal contesto in cui stai parlando. Se ti trovi tra persone normali, italofone, e sei italiana, e dici càntrburi, quelle ti ridono in faccia.
Chissà se gli adulti mi risero in faccia o se a Bologna erano già a forma di adulti del secolo successivo, quelli così terrorizzati di sembrare non di mondo da affrettarsi ad annodare la lingua. Chissà se mi hanno presa a coppini come meritavo, o se hanno pensato che pronunciavo càntrburi perché ero proprio portata per le lingue.
Mentre tutti smaniano per stare sui giornali (parlandone da vivi) e pubblicare libri (parlando anche di loro da vivi), Mario Fillioley, uno dei tre o quattro intellettuali italiani d’un qualche valore che la mia generazione abbia prodotto, scrive le sue cosine dove capita purché non a pagamento (sarà ricco di famiglia). Ieri mattina mi è arrivata dal suo Substack una riflessione in cui dà ragione a Claudio Giunta sullo spostamento dei “Promessi sposi” dal secondo al quarto anno di superiori, e in cui soprattutto racconta una cosa illuminante sulla confusione semantica dei suoi allievi (Fillioley insegna alle medie).
Nel libro di testo c’era scritto «Qualcuno mi ha fatto recapitare dei fiori in ufficio», e i ragazzini non capivano. Era per la forma verbale? Macché: «No, no, è un verbo fattivo o causativo prof, forma un solo predicato verbale insieme all’infinito che lo segue» (spero sia finzione letteraria: sarebbe umiliante constatare che i ragazzini delle medie sanno definire le forme verbali meglio di noialtri che ci guadagniamo da vivere con l’italiano a orecchio).
Era che i ragazzini non sapevano cosa significasse «recapitare». Fin lì, niente di strano. Siamo sempre più miserabili lessicalmente, a volte mi viene il sospetto che questo paese sia stato involontariamente devastato da Germi e Monicelli, che hanno fornito la scusa perfetta – «supercazzola!» – a chiunque non capisca una parola appena meno di base di cane, pane, minestrina col dado.
Se in un articolo scrivi «acribia», arriva qualcuno a dirti che stai cercando di darti un tono, e forse allora ha ragione Giunta a dire che come fai a far leggere Manzoni a gente che, a liceo finito, arriva da lui all’università e chiede conto delle parole che non capisce, e le parole che non capisce sono roba tipo «zelo» o «adiacente». A voler dare dignità di cultura a tutto, siamo finiti così: che guai a dire che i videogiochi non sono cultura, epperò a giocare a “Fortnite” e a non leggere mai niente finiscono per esprimersi a rutti.
La parte interessante arriva quando il professor Fillioley spiega ai preadolescenti cosa significhi «recapitare», e quelli dicono: ah, certo, delivery. In cinquant’anni siamo passati da Carlo Fruttero, che sapeva l’inglese abbastanza da tradurne la letteratura ma ti prendeva giustamente per il culo se a Torino ti mettevi a pronunciare «Baaast’n», a un’umanità disastrata che annoda la lingua perché nessuno le ha mai spiegato che «fare lo sforzo di mettere assieme il suono Baaast’n è un’affettazione ridicola»; un’umanità che sa tutto malissimo, sia l’inglese sia l’italiano.
Tempo fa una signora che lavora in un’azienda di cosmetici mi ha riso in faccia perché avevo detto «rimmel», e io all’inizio non ho neanche capito perché. Poi mi sono resa conto che, nella comunicazione americanizzata che i social le servono sul telefono, lo vede chiamare sempre e solo «mascara», e quindi per lei «rimmel» sta dalle parti di «acribia». Se invece che «blush» dici «fard», è perché hai imparato l’italiano quando ancora era possibile impararlo, o perché ti dai un tono?
Di recente ho sfogliato l’edizione italiana d’un romanzo americano. Non lo faccio mai: sono il genere d’americanista Bonetto che non legge l’inglese tradotto, per la pigra ragione che se lo faccio poi noto tutte le intraducibilità accroccate alla meno peggio, m’incaponisco a chiedermi se fossero davvero intraducibili o se siano solo sciatterie, e mi deconcentro dalla lettura.
Quel romanzo, anche bello, parlava spesso d’un turno di notte, che nell’edizione americana era il night shift, dalle quattro a mezzanotte. Solo che per la trama era molto importante che esistesse anche l’overnight shift, da mezzanotte alle otto di mattina. E io lo so che «notte» somiglia a «night» più di quanto gli somigli «sera», ma non ti viene il dubbio che a logica sia quello dopo mezzanotte il notturno, e che quello prima tu debba chiamarlo «turno serale»?
No, non ti viene, e non viene a te che sei un adulto, che sei andato a scuola prima che il mondo si analfabetizzasse, e che di mestiere lavori con le parole. E allora possiamo mai aspettarci che dei dodicenni siciliani capiscano «recapitare»? Capiranno «deliverare», diamine. («Dodicenni siciliani» non è discriminazione geografica: Fillioley lavora ad Agrigento, ma sono certa che i dodicenni – ma pure i quarantaduenni – milanesi siano altrettanto incapaci di usare le parole. Quanto alla mia fiducia circa la capacità dei lettori di leggere, la denuncia la necessità di apporre questa parentesi).
Il libro italiano su cui si polemizzerà di più nei prossimi mesi s’intitola “Arkansas”. Quest’inverno se ne stava parlando a una cena, quando un commensale che era già nato quando uscì “La donna della domenica” ha ritenuto di redarguire gli altri: non si dice arcànsas, si dice àrcanso.
Mi è venuto da ridere tantissimo ma ho cercato di trattenermi. Mi è venuto da ridere perché il commensale era nato anche quando, nel 1992, il governatore dell’Arkansas venne eletto presidente degli Stati Uniti: urlava al televisore che non sapevano l’inglese? Non credo, eppure escludo che qualcuno, nei tg di questa nostra povera patria, dicesse àrcanso: la tv è sempre stata interessata a farsi capire dal pubblico.
Bill Clinton diventa presidente vent’anni dopo la pubblicazione di “La donna della domenica”. Quindi, quando Fruttero&Lucentini facevano dire a Massimo Campi che «Qualsiasi commesso d’abbigliamento, qualsiasi annunciatore della Rai, sa che si dice Baaast’n, è fiero di saperlo, e lo sfoggia tutte le volte che può», vedevano un futuro che non era quello di venti ma quello di cinquant’anni dopo.
Vedevano quest’oggi in cui, se chiamiamo il servizio clienti – per chiamare il quale dobbiamo cliccare su help – di chi ci deve recapitare – deliverare – la cena, per chiedere come mai il fattorino sia in ritardo, un tizio che come tutti non parla né l’italiano né l’inglese ci dirà che «il rider» sta arrivando, probabilmente avendo capito a spanne cosa stessimo chiedendo, essendogli la parola «fattorino» più oscura di quanto lo sia «recapitare» agli studenti di Fillioley o «zelo» a quelli di Giunta.
E quindi io non so come, quando andrà in televisione a promuovere il suo libro, l’autrice di “Arkansas” ne pronuncerà il titolo. Se sceglierà di farsi capire da chi poi deve chiedere il libro in libreria, o di far sapere alle Anna Carla Dosio in ascolto che lei è una di loro, e non direbbe mai «Boston con tutti e due gli “o”, ben rotondi».
Immagino opterà per la prima ipotesi: non c’è niente come avere un libro da vendere che trasformi tutti noi in piazzisti pronti a venire incontro alle difficoltà di tutti, del lettore che quando annunci che il libro non è ancora uscito ma si può già ordinare su Amazon ti chiede «ma poi si troverà anche in libreria?» e di quello che avrebbe voluto tanto leggerlo ma purtroppo si è confuso e ha comprato un ricettario con la copertina tanto simile.
Forse solo facendo il professore, un lavoro usurante per il quale non invidio né Fillioley né Giunta, entri in contatto coi limiti dell’umanità con la frequenza e l’usura con cui ti ci fa entrare la promozione d’un libro. Ed è allora che diventi non l’Anna Carla che è convinta di sembrare sofisticata pronunciando i luoghi americani come un’americana e non come una torinese, ma quella che ricorda a Massimo che «al mondo non ci sono solo le trenta persone che interessano a te». Che nel 1972 non potevano immaginare fossero trenta persone in grado di capire «acribia», «recapitare», «fattorino», e «rimmel».