
Il professor Paolo Becchi ha fatto circolare sui social una notizia tanto esplosiva quanto distorta: il Southern Poverty Law Center, una potente Ong statunitense nata a sostegno delle libertà civili e contro il razzismo, avrebbe pagato centinaia di migliaia di dollari a ex esponenti di ambienti neonazisti e del KKK con lo scopo di ricevere nuovi finanziamenti e sottoscrizioni.
Ha scritto Becchi: «La SPLC (nota istituzione che “combatte l’antisemitismo”) ha pagato 70.000 dollari al leader del Partito Nazista Americano. Un ex membro del KKK e direttore delle Aryan Nations. Lo stesso uomo che avevano elencato come estremista sul loro stesso sito web. In modo poi da raccogliere fondi appunto per la lotta all’antisemitismo. Dato che poi ottieni cento volte più soldi, conviene cercare qualche sballinato “nazi” e finanziarlo. Stesso meccanismo di Israele che, tramite Qatar, ha finanziato per anni l’ascesa di Hamas». In sintesi: finanziano i nazisti per raccogliere fondi contro l’antisemitismo.
È una tesi di forte impatto. Ma basata su un falso sillogismo. I fatti, per quanto contestati, solleverebbero interrogativi reali su metodi e trasparenza. Ma c’è una differenza fondamentale tra finanziare gruppi violenti e pagare informatori e infiltrati per smascherarne l’attività. L’accusa rivolta al SPLC è di aver attivato questi finanziamenti in segreto, senza darne comunicazione ai sottoscrittori. Una accusa paradossale a occhio e croce, ma che che nei post virali scompare del tutto.
Chiunque sappia come funziona il giornalismo investigativo sa che il ricorso a fonti interne — anche moralmente discutibili — non è un’anomalia: è un modo per penetrare ambienti chiusi e radicalizzati. Lo si può criticare, discutere, regolamentare. Non lo si può trasformare in prova di una strategia deliberata di alimentare l’odio per profitto. Come infiltrare agenti di polizia nella mafia o in organizzazioni terroristiche non significa potenziare la mafia o il terrorismo.
Il meccanismo narrativo è sempre lo stesso: un fatto controverso, decontestualizzato, a cui si attribuisce un movente nascosto, poi collegato a un caso più grande per dargli una parvenza di sistematicità. In questo caso si è arrivati al paragone con i finanziamenti a Hamas via Qatar — accostando operazioni di intelligence a strategie geopolitiche di lungo periodo. Non è analisi. È suggestione.
Dietro c’è una tesi più ampia: l’esistenza di una vera e propria industria dell’anti-odio, che avrebbe interesse ad alimentare le minacce che dichiara di combattere. Intercetta una sfiducia reale verso Ong e istituzioni. Ma parte da un’intuizione legittima — gli incentivi esistono — per arrivare a una conclusione indimostrata: che tutto si riduca a un cinico calcolo economico.
Lo Splc non è immune da critiche. Da anni è accusato di applicare la categoria “hate group” in modo eccessivamente ampio, includendo realtà non violente ma ideologicamente scomode. Chi decide cosa è odio esercita un potere enorme, e ha il dovere di esercitarlo con precisione. Proprio per questo la precisione non è negoziabile: bisogna sempre separare la risposta ai gruppi estremisti violenti da quella contro idee detestabili ma non traducibili automaticamente in violenza.
Di converso, se chiamiamo finanziamento del nazismo il pagamento a un informatore, perdiamo la capacità di distinguere tra fenomeni radicalmente diversi. E quando il linguaggio collassa tutto perde senso: tanto la lotta all’estremismo quanto la difesa della libertà di espressione. In una democrazia liberale la linea dovrebbe essere chiara: le idee si contrastano, la violenza si reprime. E, caro professore, le acque non si intorbidano.