È uno strappo che ha il sapore delle relazioni tossiche: totalizzanti finché durano, distruttive quando finiscono. E qui finiscono male. Il faro di ieri è diventato l’accusatore di oggi. «What a young beautiful woman», quanto sono lontani i tempi da Sharm el Sheik, era ottobre, quando Donald Trump sveniva per Giorgia Meloni, «where is she?», la cercava adulandola. La «giovane bella donna» oggi è una delusione, «non la riconosco più». Parlando al telefono con il Corriere della Sera (è la seconda volta) l’imperatore americano ha detto: «Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Il peccato della premier italiana è non aver sostenuto la guerra in Iran. Ma non l’ha nemmeno condannata («non condivido né condanno»): ecco che succede agli ambigui, le prendono da tutte le parti.
Quella di ieri pare una rottura che nemmeno tra i fidanzati più passionali. Un rapporto strettissimo, da parte di lui quasi filiale, a parte le smancerie da vecchio playboy, con lei calata nella parte di fedelissima adepta del magico mondo Maga che pare finito per sempre. La presidente del Consiglio è stata attaccata con troppa violenza – ma questo è Donald Trump, d’altronde – per non essere difesa addirittura da una Elly Schlein molto veloce a cogliere la novità con un discorso alla Camera, a braccio, da «right or wrong is my country», attaccare così il governo significa attaccare a brutto muso l’Italia: per cui solidarietà a Meloni.
Come ha detto Paolo Gentiloni, «le parole di Trump contro Meloni sono inaccettabili. Ci sarà tempo per rinfacciare gli errori, ora difendiamo l’Italia». E addirittura Francesco Boccia ha rincarato: «La nostra condanna a Trump è ferma. Perché offendendo il presidente del Consiglio offende l’Italia intera. Non è accettabile, quindi massima vicinanza a Giorgia Meloni». Espressioni di un fair play dovuto, nazionale.
Anche perché la rottura Trump-Meloni è avvenuta all’indomani della condanna della premier dell’inusitato attacco di Trump a Papa Leone XIV, dunque su una questione che ha visto governo e opposizioni uniti. E nella dichiarazione di Schlein ci può essere anche il messaggio subliminale di essere la leale antagonista di Meloni. Giuseppe Conte e Matteo Renzi hanno avuto toni molto meno solidali con la presidente del Consiglio: non è sfuggita la differenza dei toni della leader del Pd.
Dopodiché la questione vera riguarda le conseguenze dello strappo con l’uomo nero della Casa Bianca. È probabile che almeno in prima battuta Meloni possa apparire alleviata dall’ingombrante peso dell’incendiario di Washington. Cosa che forse le consentirà di immaginare una fase due della sua politica internazionale, che ieri ha segnato un’altra novità non da poco con la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele.
Solo che la stessa Meloni ha il piccolo problema di spiegare che per un anno e mezzo ha seguito quell’agenda trumpiana che ha portato dritti dritti a una guerra sballata in Iran e alla più seria crisi economica degli ultimi anni, i cui effetti devono ancora dispiegarsi per intero, a partire dai problemi enormi che si verificheranno questa estate sul fronte dei trasporti e del prezzo del carburante.
Insomma, la relativa popolarità di un giorno non è affatto detto che generi consenso di lunga durata. La realtà è semplice: Giorgia Meloni voleva essere il ponte tra Europa Stati Uniti, ma alla fine gli Stati Uniti l’hanno mollata e l’Europa dei Merz e dei Macron se la ride sotto i baffi.
Adesso è impossibile recuperare quell’immagine di rappresentate dell’uomo più odiato del mondo che Meloni si è appiccicata da sola. Mentre sul fronte interno ci sarà chi cercherà di occupare il ruolo di super trumpiano, vedi il generalissimo Roberto Vannacci che le morderà i polpacci togliendole un altro po’ di voti. Una maledetta primavera, per lei.