Tutti gli squilli al presidenteTrump parla al telefono con tutti, come Lotito

I giornalisti lo chiamano e lui parla senza mediazioni. La politica diventa una conversazione estemporanea che orienta mercati e alleanze. Più il presidente della Lazio che Kissinger nella gestione del potere

AP/Lapresse

In settimana riprenderanno, con buona probabilità, i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran, altro giro, altra corsa dopo il buco nell’acqua dei primi tentativi. La delegazione americana arriverà a Islamabad guidata dal vicepresidente J.D. Vance, proprio come l’ultima volta. Per un po’ la sua presenza è stata messa in discussione: perché le sue doti da negoziatore, o anche solo da talismano portafortuna, non sembrano all’altezza del compito, ma anche perché era stato lo stesso Donald Trump a dirlo.

La notizia l’aveva data il corrispondente da Washington dell’Abc Jonathan Karl – ex presidente dell’associazione dei corrispondenti dalla Casa Bianca, uno che le sue fonti le ha, e la ha buone. In questo caso, Karl aveva parlato direttamente con Trump, al telefono, e questi gli aveva detto che Vance non sarebbe andato a Islamabad per motivi di sicurezza, perché con i tempi stretti con cui si decidono queste cose, signora mia, il Secret Service non riesce a organizzare tutto per portare un vicepresidente in Pakistan. Poi il giornalista ha corretto il tiro, ha sentito la portavoce della Casa Bianca e lei ha confermato la presenza di Vance. Smentendo il presidente, che forse aveva parlato con troppa leggerezza di un tema delicato.

Karl è uno di quei giornalisti che hanno un filo diretto con Trump. Non proprio l’unico, c’è anche la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza e moltissimi altri giornalisti e conduttori televisivi americani. Trump risponde. Sempre. O quasi.

Trump non ha filtri. Risponde a chiunque, forse per un bisogno narcisistico di essere cercato: il telefono squilla, qualcuno lo vuole, è già una buona notizia. Un po’ meno per lo staff della Casa Bianca, che al Times ha definito quest’abitudine «un incubo senza fine», per problemi di sicurezza e potenziali incongruenze nelle informazioni condivise. Ma questo è Trump as himself, prendere o lasciare.

Chi conosce il calcio italiano avrà già colto una certa somiglianza con Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore della Repubblica, noto per telefonate infinite con tifosi e detrattori. Valerio Coletta su Ultimo Uomo le aveva catalogate come “Lotito Calling”, omaggio ai Clash. Conversazioni lunghe, spesso accese, mai interrotte. Lotito discute di tutto: mercato, allenatori, bilanci, stadio. Non molla mai.

Più di una volta, Lotito ha raccontato di avere diversi smartphone, uno per il lavoro, uno per la Lazio, uno per la vita privata. Tutti sempre accesi, gonfi di messaggi e di notifiche, sempre squillanti. Lui aveva pensato di separare i tre ambienti con tre telefoni e tre numeri diversi. I tifosi non glielo perdonano e lo tempestano di telefonate a tutte le ore.

Tra gli episodi più celebri ci sono le telefonate-scherzo degli speaker romanisti Alessandro Doria e Paolo Marcacci: fingendosi intermediari dello Shakhtar Donetsk, alternano italiano e finto ucraino. Lotito non batte ciglio, tratta, chiede cifre, propone contropartite. Vuole andare al punto. Se no si innervosisce.

Anche i giornalisti americani raccontano che Trump si innervosisce facilmente. Poi gli passa. Un adolescente che sbotta e si calma in fretta. Allora può esistere anche un “Trump Calling”. Solo che dall’altra parte del telefono non c’è il presidente della Lazio, ma quello degli Stati Uniti. La più antica democrazia del mondo, guidata incidentalmente da un (quasi) ottuagenario adolescenziale con un rapporto morboso con lo smartphone.

La settimana scorsa la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza ha telefonato a Trump, ed è stata la terza volta che il presidente le ha risposto. Una conversazione telefonica, durata sei minuti e mezzo. Trump ha attaccato Giorgia Meloni, che aveva criticato le sue parole sul Papa: «È lei che è inaccettabile. Non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e che farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità».

Da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a ordinare attacchi contro l’Iran, si è assistito a un fenomeno ricorrente sui social media: post che vantano interviste “esclusive” con il presidente degli Stati Uniti. Niente Studio Ovale, niente video. Solo citazioni, spesso senza contesto. La dinamica è semplice: i giornalisti chiamano a freddo il presidente sul suo cellulare, meglio la mattina presto o la sera tardi quando nessuno può inibirlo, lui risponde zelante a numeri sconosciuti, se dall’altra parte c’è un giornalista è il suo giorno fortunato.

In una Washington iper-securizzata e ossessionata dalle “fake news”, Trump è paradossalmente facilissimo da contattare, anche se per un minuto o meno. C’è chi dice che sia una sua strategia. Un modo per controllare il rapporto con la stampa. Forse Trump è in realtà un machiavellico stratega, erede spirituale della scuola di Henry Kissinger. Oppure, semplicemente, non può fare a meno di usare il telefono come un adolescente innamorato, come ha sempre fatto: già negli anni Ottanta, Trump rivendicava una quotidianità fatta di decine e decine di telefonate, senza soluzione di continuità. Spesso telefonava lui ai giornalisti, fingendosi il suo addetto stampa. Più Lotito che Machiavelli.

La telefonata diventa un teatro minimo: è senza mediazioni, ma anche effimera. La stessa idea di trasparenza è ambigua. Perché se da un lato dà l’illusione di un accesso immediato, dall’altro dissolve ogni garanzia di contesto, di verifica, di responsabilità. È un ritorno a una dimensione pre-istituzionale del dialogo con il potere, in cui l’autenticità coincide con l’immediatezza.

A Lotito va riconosciuto di avere più classe, nelle sue risposte. Anche quando chi chiama lo critica aspramente, Lotito non mette giù. Continua a ribattere punto su punto. Una cavalleria non dovuta per uno che riceve telefonate da tifosi e scherzi radiofonici ogni giorno. Nel caso di Trump, questa dinamica si carica di un’intensità ulteriore, quasi parossistica. Nell’ultimo anno e mezzo, a Washington il rapporto con la stampa è diventato una coreografia rigida, molti giornalisti sono stati esclusi dagli incontri formali per molte settimane, eppure il presidente continua a esporsi a una pratica che sa di improvvisazione. Concede micro-interviste di pochi secondi, frasi dette magari da un campo da golf che finiscono per orientare mercati e alleanze. Una comunicazione immediata ma evanescente, il più delle volte priva di contesto o di possibilità verifica.

Si vede che Trump e Lotito sono uomini d’altri tempi. E a guardar bene hanno anche qualche altro tratto comune. Entrambi si addormentano sul luogo di lavoro, esibiscono il loro celodurismo nei risultati ottenuti anche quando la realtà li smentisce, hanno un problema con il dissenso.

C’è qualcosa di profondamente anacronistico, e per questo affascinante, nel gesto di rispondere al telefono a chicchessia, scavalcando segreterie, filtri e protocolli. Lotito e Trump, ciascuno a modo suo, incarnano l’impulso di riportare la parola a un corpo a corpo, dove per esercitare la propria autorità si deve vincere uno scontro verbale, bisogna avere l’ultima parola. In fondo, i due si somigliano, e può darsi che se si incontrassero a cena troverebbero un’ammirazione reciproca nei modi e nelle ambizioni. Starebbero bene anche l’uno nei panni dell’altro: Trump tra i presidenti caciaroni e istrionici della Serie A, Lotito a rispondere alle chiamate dallo Studio Ovale mentre chiede all’intelligenza artificiale di ritrarlo nelle vesti di Gesù.

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