
Per la Russia la linea del fronte comincia ormai molto prima del fronte. Sempre più soldati russi perdono la vita prima di scontrarsi con le difese ucraine: gli attacchi dei droni colpiscono quando mezzi, munizioni e carburante devono ancora raggiungere le posizioni d’attacco. Questa novità delle ultime settimane nel campo di battaglia ha prodotto due conseguenze. La prima è che l’offensiva russa di primavera non ha portato ad alcun sfondamento nel Donetsk. La seconda è che i blogger nazionalisti russi, o almeno ciò che rimane di loro dopo l’opera di censura su Telegram del regime putiniano, comincia a descrivere l’avanzata come insostenibile.
Non è bastato al Cremlino aumentare la pressione militare: tra il 23 e 24 marzo Mosca ha lanciato quasi mille tra droni e missili contro l’Ucraina, la più vasta offensiva aerea dell’intera guerra. La spinta russa verso la cosiddetta cintura del Donetsk, l’arco urbano fortificato che comprende Sloviansk, Kramatorsk e Kostyantynivka è finora un fiasco. I missili dalle retrovie non servono a molto, la Russia deve far arrivare uomini, mezzi e rifornimenti a ridosso di queste città e poi lanciare attacchi coordinati. Il problema per loro è che l’Ucraina non aspetta più questi attacchi sulle linee difensive: colpisce i reparti lungo le strade, nei punti di raccolta, nei depositi, durante gli spostamenti.
L’obiettivo non è solo distruggere il mezzo che arriva in trincea, ma interrompere il tragitto del carburante che lo alimenta, del deposito che lo rifornisce, del nodo di comunicazione che lo coordina, dell’operatore che ne guida i droni. In pratica smontare l’attacco pezzo per pezzo, prima che possa prendere forma. E quando le unità russe riescono finalmente ad arrivare vicino al fronte, spesso sono ridotte, senza un adeguato coordinamento o supporto logistico. Il risultato è che la Russia continua ad attaccare quasi ovunque e con numeri elevati, perché la superiorità numerica resta l’unico vero fattore a favore del Cremlino, ma viene in gran parte neutralizzata prima ancora di poter essere usata davvero sul campo.
Secondo il capo delle forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, tra il 17 e il 20 marzo la Russia avrebbe perso più di seimila uomini, tra morti e feriti, durante 619 azioni d’assalto lungo il fronte.Nella regione di Kharkiv, militari ucraini hanno spiegato che le unità russe sono spesso costrette a coprire a piedi da due a dieci chilometri prima di poter anche solo tentare un’infiltrazione.
L’unica formazione russa in grado di sostenere davvero una penetrazione diretta verso l’agglomerato Sloviansk-Kramatorsk sarebbe la 3ª Armata combinata russa, e nemmeno quella in condizioni ideali. Mancano avanzate coordinate sui fianchi, la pressione verso Lyman a nord e Kostyantynivka a sud procede più lentamente del previsto, e le condizioni del terreno non bastano a compensare una vulnerabilità diventata sistemica: concentrare truppe e mezzi senza essere individuati è sempre più difficile.
Le ultime settimane sono piene di episodi di questo tipo. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo, l’intelligence militare ucraina ha diffuso immagini geolocalizzate dell’attacco a una colonna di lanciatori Bastion-M in Crimea, che stava muovendo verso una posizione di tiro. Secondo Kyjiv, l’operazione ha distrutto un lanciatore e due missili ipersonici Zirkon, danneggiando un secondo veicolo e uccidendo sette militari russi.
La stessa logica vale per la campagna contro le infrastrutture energetiche e industriali russe. Tra il 22 e il 29 marzo l’Ucraina ha colpito ripetutamente i terminal petroliferi di Primorsk e Ust-Luga, nella regione di Leningrado, cioè uno dei principali corridoi di esportazione del greggio russo sul Baltico. Le immagini satellitari e le ammissioni delle autorità regionali indicano danni a serbatoi e interruzioni operative. Il senso di questi attacchi non è simbolico. Kyjiv prova a erodere una delle fonti di cassa più importanti per la macchina bellica russa, ma anche a dimostrare che il retroterra strategico di Mosca non è più al sicuro.
Secondo l’Institute for the Study of War, il 25 marzo un importante blogger nazionalista russo avrebbe pubblicato una critica dura all’andamento della guerra, sostenendo che con le tattiche attuali la Russia impiegherebbe «100 anni» per occupare il resto dell’Ucraina. La diagnosi del blogger è implacabille: Infiltrazioni in piccoli gruppi che non producono risultati decisivi, addestramento insufficiente, comandi inferiori sotto pressione per gonfiare i rapporti al vertice, industria della difesa incapace di reagire abbastanza rapidamente all’evoluzione tecnologica del campo di battaglia, mezzi corazzati ancora troppo vulnerabili ai droni FPV ucraini.
Mosca conserva superiorità di massa, capacità di rigenerare unità e una potenza di fuoco che resta devastante, soprattutto contro infrastrutture civili ed energetiche. Gli attacchi aerei degli ultimi giorni lo hanno dimostrato con chiarezza. Ma la strategia di premere lungo tutto il fronte con avanzate lente e continue alimentate da un flusso costante di uomini mandati all’assalto e senza vere pause operative non sta funzionando. Non andava bene nella prima guerra mondiale con la guerra di trincea, figuriamoci ora. E se l’esercito russo si fermasse per una riorganizzazione, come i blogger Z sembrano chiedere implicitamente, gli ucraini potrebbero avere l’occasione di riconquistare ancora più terreno.