Ci sono volute una guerra fallimentare e la minaccia esplicita di cancellare «un’intera civiltà» affinché il Partito democratico decidesse di dire apertamente che Donald Trump non è in grado di ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti. Oltre settanta parlamentari democratici, tra Camera e Senato, stanno chiedendo l’attivazione del venticinquesimo emendamento, la procedura prevista dalla Costituzione americana per rimuovere un presidente incapace di esercitare le proprie funzioni.
Non è più una posizione marginale, ma una linea politica sostenuta da figure di primo piano, come JB Pritzker, governatore dell’Illinois, uno dei profili più solidi e influenti del partito. La richiesta si è allargata rapidamente dentro il gruppo parlamentare democratico, coinvolgendo deputati e senatori di diversi Stati e correnti, da figure progressiste come Pramila Jayapal, deputata dello Stato di Washington, a esponenti più istituzionali come Chris Murphy, senatore del Connecticut. Il punto di convergenza delle diverse anime del partito è la sciagurata minaccia all’Iran postata da Trump su Truth durante le vacanze pasquali. «Nessun presidente nel pieno delle sue facoltà prometterebbe pubblicamente di cancellare un’intera civiltà», ha detto Murphy. «Dobbiamo invocare il 25° emendamento e rimuovere Trump», ha scritto Ro Khanna, deputato della California. Sulla stessa linea si sono espressi anche altri membri del Congresso, tra cui Ilhan Omar, deputata del Minnesota, Mark Pocan del Wisconsin e Rashida Tlaib del Michigan.
La quarta sezione del venticinquesimo emendamento alla Costituzione consentirebbe di rimuovere velocemente Trump dalla Casa Bianca se il suo vice JD Vance e la maggioranza dei membri del governo dichiarassero per iscritto al presidente pro tempore del Senato, Chuck Grassley, e allo Speaker della Camera, Mike Johnson che il presidente degli Stati Uniti è «incapace di esercitare i poteri e adempiere ai doveri del suo ufficio». In caso di contestazione, il Congresso dovrebbe confermare quella decisione con una maggioranza dei due terzi, in entrambe le Camere.
Difficilmente accadrà perché l’ambizione politica di JD Vance, al momento, è meno forte del suo spirito di sopravvivenza nell’amministrazione Trump. Ma lo stesso Vance sa quanto sarà sfavorito il prossimo candidato repubblicano alle elezioni del 2028, se ci saranno, e potrebbe decidere di forzare la mano per salvare il salvabile, oppure aspettare sul fiume il cadavere politico della vittima sacrificale, e poi riprovare a tornare alla Casa Bianca nel 2032.
Per mettere la pulce nell’orecchio a Vance, John Larson, deputato democratico del Connecticut gli ha inviato una letterà formale: «Un presidente che minaccia la morte di un’intera civiltà ha dimostrato un livello così preoccupante di egomania nichilista da non poter più essere considerato affidabile nel guidare la nostra grande nazione e nel mettere al primo posto la sicurezza del popolo americano e delle nostre truppe», scrive Larrson. «Pertanto, vi esorto ad agire immediatamente per fermare il presidente e invocare il 25° emendamento. Dobbiamo agire ora. La storia ci sta guardando».
Larson è lo stesso che, pochi giorni fa, ha depositato una risoluzione con tredici articoli di impeachment contro Trump. L’aver ordinato operazioni militari senza autorizzazione del Congresso, che secondo la Costituzione detiene il potere di dichiarare guerra, l’aver aggirato la War Powers Resolution del 1973, che impone al presidente di informare il Congresso entro 48 ore e di interrompere le operazioni entro 60 giorni senza approvazione, sono due motivazioni solidi per la messa in stato di accusa. Questi atti, uniti alle dichiarazioni deliranti degli ultimi giorni potrebbero rientrare nel concetto di alti crimini e misfatti (high crimes and misdemeanors) la formula volutamente ampia con cui i padri fondatori hanno definito gli abusi di potere rilevanti ai fini dell’impeachment.
Ma la gerarchia delle opzioni, dentro il partito, si è rovesciata. L’impeachment resta sullo sfondo, frenato dai numeri: i Democratici non controllano né la Camera, dove serve una maggioranza semplice per mettere in stato d’accusa il presidente, né il Senato, dove occorrono 67 voti per la condanna.