Al festival del putinismoVance dice che Meloni è stata d’aiuto. Si può sapere come?

Le parole del vicepresidente americano sulla guerra in Ucraina gettano un’ombra inquietante sulla presidente del Consiglio, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Nel corso del suo tour ungherese a sostegno di Viktor Orbán, in vista delle elezioni di domenica prossima, il vicepresidente americano J.D. Vance si è detto molto deluso dalle leadership europee sulla guerra in Ucraina, aggiungendo in compenso che «Giorgia Meloni in Italia è stata di grande aiuto», che «persino alcune capitali europee sono state d’aiuto, almeno dietro le quinte», anche se nessuno, sia chiaro, è stato utile come «Viktor». Vale a dire il principale cavallo di Troia putiniano in Europa, di cui sono state appena rese pubbliche le telefonate in cui offriva i suoi servizi al capo del Cremlino, mentre il ministro degli Esteri ungherese telefonava al suo omologo russo aggiornandolo in tempo reale sulle decisioni dei vertici dell’Unione europea e persino promettendo di fargli avere i relativi documenti tramite l’ambasciata. Non mi soffermo sugli aspetti più folcloristici, diciamo così, di questo incredibile festival del putinismo euro-americano, con Vance che, nel momento stesso in cui partecipa in modo così sguaiato alla campagna elettorale di Orbán, ha pure il coraggio di denunciare presunte interferenze straniere (da intendersi come europee e ucraine, naturalmente) sul voto. Al riguardo, il premio alla sintesi più esatta va senza dubbio al Guardian per il titolo: «J.D. Vance accusa l’Ue di “interferenze” mentre visita l’Ungheria per aiutare Orbán a vincere le elezioni».

D’altra parte, sulla posizione filo-putiniana dell’amministrazione Trump e in particolare di J.D. Vance non ci sono mai stati dubbi – indimenticabile il suo ruolo nell’innescare l’orrenda sequela di minacce e offese a Volodymyr Zelensky nel famoso incontro dello studio ovale – e se anche ci fossero stati, la sua semplice presenza in Ungheria a sostegno della rielezione di Orbán sarebbe bastata a fugarli (tanto più tenendo presente, come segnala Gianluca Eramo su Linkiesta, la contemporanea missione di Donald Trump Jr nei balcani). Ma Meloni? Gli affezionati lettori di questa newsletter sanno già quanti dubbi io nutra sull’autenticità della sua svolta filo-ucraina del 2022 (dopo che ha passato anni a chiedere di togliere le sanzioni alla Russia decise dopo l’occupazione della Crimea). Ma un conto è cambiare idea, o far mostra di avere cambiato idea, per ragioni tattiche e per opportunismo, tutt’altro conto sarebbe – se le parole di Vance fossero confermate e significassero proprio quello che sembrano significare – fare il doppio gioco. Giorgia Meloni non è una privata cittadina, guida il governo del paese e a questo punto direi che l’opposizione ha il diritto e anche il dovere di chiederle da che parte stia, e soprattutto da che parte intenda schierare l’Italia.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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