Quarta pareteCome i limiti dei chiodi europei cambiarono la tecnica americana dell’arrampicata su roccia

In “Visionario ribelle”, David Gelles racconta la vita di Yvon Chouinard che costruì chiodi da roccia più duri e leggeri, pensati per non deformarsi e poter essere recuperati durante le scalate lunghe sulle pareti americane

Scalata
Limina

Non poté arrampicare per un mese, ma più che l’infortunio in sé e il dolore fisico, a tormentarlo era l’errore di valutazione, la scelta che gli era quasi costata la vita. Per anni, ogni qualvolta si ritrovò in situazioni simili, con pareti a strapiombo e scarsi appigli, fu perseguitato da quel ricordo: gli tremavano le gambe e le membra si irrigidivano. 

Ma non riuscì a smettere del tutto di arrampicare: nonostante le piaghe sui polpastrelli, i muscoli che pulsavano, le giunture indolenzite, gli mancava il senso quasi di estasi che avvertiva in parete. E, anche se gli ci sarebbero voluti tre anni per riprendere del tutto confidenza con la roccia, non si perse d’animo finché non fu pronto a spingersi ancora oltre. Nell’arrampicata aveva trovato non solo una passione, ma un’identità: piủ che uno sport era un enigma, ma anche una comunità e una prova fisica massacrante. Era uno stile di vita, e presto sarebbe diventato anche un mezzo di sostentamento. […]

Dopo il diploma di maturità, Chouinard era pronto a tutto per racimolare qualche soldo: raccoglieva fieno, accompagnava altri rocciatori, e di tanto in tanto dava una mano al fratello Jeff, all’epoca responsabile della sicurezza dell’eccentrico ingegnere aeronautico e produttore cinematografico Howard Hughes. 

Yvon era sempre a disposizione quando servivano due braccia in più, il che a volte significava pedinare la fiamma di turno del magnate. Ma gli capitò anche di rimanere di guardia a uno yacht deserto su cui Hughes aveva messo gli occhi: germofobo conclamato, voleva la garanzia che nessuno mettesse piede a bordo prima di lui, tanto da costringere il nostro a sorvegliarlo sedici ore al giorno per settimane, benché perlopiù dormicchiando in auto.

Fra un lavoro assurdo e l’altro, Chouinard non abbandonò del tutto gli studi, frequentando per alcuni anni corsi di geografia in un junior college della San Fernando Valley, senza però laurearsi. Con delle basi così precarie, era difficile costruirsi una carriera solida. Come sappiamo, però, il suo vero futuro era a portata di mano, per non dire di polpastrelli. 

Nel tempo aveva imparato ad arrampicare servendosi dei chiodi da roccia, punte metalliche da conficcare nelle fenditure della parete per assicurarsi durante l’ascesa. Dotati di una lama tipo coltello su un lato e di un anello sull’altro, i chiodi sono un attrezzo essenziale e utilizzatissimo dai rocciatori che, man mano che salgono, li piantano nelle crepe per attaccarci il moschettone e fissare la corda, ripеtendo l’operazione per affrontare pareti sempre più alte, un foro alla volta. 

Via via però che le ambizioni di Chouinard e comраgni crescevano, la loro attrezzatura evidenziava i propri limiti. Il primo era l’ingente peso, visto che una scalata di più giorni fra i monti di Yosemite richiedeva decine e decine di chiodi: sarebbe stato meglio averne di più leggeri e trasportabili, se solo fossero esistiti. Il secondo limite era la robustezza: al tempo gran parte dei chiodi era importata dall’Europa e fabbricata con metalli relativamente duttili, che una volta piantati nelle imponenti pareti di Yosemite si piegavano, e diventava impossibile riutilizzarli. 

Per ovviare a queste mancanze, Yvon giunse alla conclusione di doversi fabbricare da solo l’attrezzatura da scalata, se non altro perché ne andava della sua stessa vita. E chissà che non fosse riuscito anche a spuntarci qualche soldo. Nel 1957, quando abitava ancora a Burbank con i genitori, comprò da uno sfasciacarrozze un’incudine da sessanta chili e una forgia a carbone. Dopo aver recuperato anche martelli e tenaglie da fabbro. Con l’aiuto del padre trasformò uno dei pollai nel loro cortile in una fucina. 

«Sembrerà strano, ma i suoi lo sostennero fin dall’inizio» racconta Karen Frishman, amica di famiglia di lunga data. «Non capivano cosa facesse, ma non cercarono mai di dissuaderlo in alcun modo». Chouinard aveva acquisito una certa manualità riparando la sua vecchia Ford, ma non aveva mai lavorato l’acciaio prima di allora. Dunque si rimise sui libri: dopo le fruttuose esperienze con i titoli sulla falconeria, trovò in biblioteca un volume sulle tecniche metallurgiche. Di lì a poco iniziò a fabbricare i suoi primi chiodi. […]

Contro ogni previsione, Chouinard stava diventando un imprenditore. Il problema è che non gli interessava affatto esserlo: se gli chiedevano che lavoro facesse, si definiva un fabbro. Va detto che gli utili erano scarsi, per non dire inesistenti, con un margine annuo attorno all’uno per cento. Eppure non poteva fare a meno di continuare: chiodi e moschettoni gli servivano.

Da climber navigato comprendeva le esigenze dei colleghi in materia di attrezzatura, e da abile artigiano aveva le competenze per soddisfarle. Nel suo piccolo stava lasciando il segno: in tutti gli Stati Uniti si contavano meno di un migliaio di alpinisti non dilettanti ma erano diventati quasi tutti suoi clienti, anche in virtù del passaparola. «La roba di Chouinard era di un altro livello» avrebbe riconosciuto anni dopo Royal Robbins, il miglior scalatore dell’epoca. «Era geniale e di qualità altissima, te ne accorgevi subito».

Tratto da “Visionario ribelle ”, David Gelles, Limina, pp.29-34, 18,90 €

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