Tra l’incudine e il martelloLa vittoria di Magyar in Ungheria è una brutta notizia per il governo slovacco di Fico

La fine dell’era Orbán priva Bratislava del principale alleato europeo su cui aveva costruito una linea sovranista e vicina a Mosca. Tra pressioni dell’Ue, tensioni nella coalizione e consenso in calo, il premier slovacco rischia ora un crescente isolamento politico sia interno sia internazionale

AP/LaPresse

Sabato Peter Magyar ha giurato come nuovo primo ministro, dopo aver vinto le elezioni ungheresi un mese fa, ottenendo i voti necessari a raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Viktor Orbán, al governo da 16 anni consecutivamente, ha dovuto concedere la vittoria. Se questa vittoria rappresenta una buona notizia per gli ungheresi, stanchi della corruzione del regime quasi-autocratico instaurato da Orbán, e l’Unione europea tira un sospiro di sollievo lieta dell’intenzione di Magyar di instaurare un rapporto costruttivo con Bruxelles, viste da Bratislava le cose appaiono assai meno rosee, specie se a guardarle è il primo ministro slovacco Robert Fico.

Fico, salito al potere nell’autunno del 2023, ha innegabilmente preso ispirazione dalla politica estera orbaniana di «Apertura a Est», nonché dal populista slovacco Vladimir Mečiar che, negli anni Novanta, è costato al Paese l’esclusione dal primo allargamento post Guerra fredda della Nato. Promettendo di «non inviare un singolo proiettile all’Ucraina», Fico è riuscito a ottenere la maggioranza dei voti (il 23 percento) e formare una bizzarra coalizione con il “moderato” partito social-democratico Hlas-Sd e il partito nazionalista di estrema destra Sns. Per quanto concerne la politica estera, il programma di governo della coalizione, pur ribadendo l’appartenenza della Slovacchia a Unione europea e Nato, prometteva una «politica estera sovrana» imperniata sul perseguimento di relazioni «in tutti e quattro i punti cardinali».

Nella pratica, questa politica estera di «tutti e quattro i punti cardinali» si è concentrata su uno solo di essi – l’Est, spesso a discapito dell’Ovest, quasi come se si trattasse di un gioco a somma zero (che è un po’ l’opposto di una politica di engagement in ogni direzione). Così vari politici del governo slovacco, in primis Fico, hanno cominciato a parlare di declino inevitabile dell’Occidente (e dell’Unione europea) e di superiorità dei modelli autoritari di Cina e Vietnam. Come Orbán, Fico ha mostrato vicinanza politica alla Federazione Russa, visitando frequentemente Mosca, partecipando alle celebrazioni del 9 maggio, e amplificando le narrazioni russe sull’Ucraina e sull’allargamento della Nato. Gli alleati europei sono stati più volte accusati di essere «guerrafondai», e l’Ucraina di essere «un fantoccio degli Stati Uniti», naturalmente prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Fico ha più volte criticato le sanzioni UE alla Russia, senza però de facto porre veti – a differenza di Orbán.

Questa è una delle ragioni principali per cui la dipartita di Orbán dal governo ungherese rappresenta un grattacapo non indifferente per Robert Fico. Senza il suo punto di riferimento e “scudo” in sede Ue, Fico rischia di trovarsi ancora più isolato in Europa se continua con la sua politica di vicinanza (principalmente simbolica) a Mosca e Pechino, oppure qualora decidesse di «prendere il posto di Orbán» come aveva minacciato di fare se l’Ucraina non avesse ripristinato il gasdotto Druzhba.  È vero che, tra il premier ceco Andrej Babiš e il neoeletto primo ministro bulgaro Rumen Radev, Fico non sarebbe completamente solo. Ma né Babiš né Radev hanno mostrato particolare intenzione di fare ostruzionismo nell’Unione europea, e nessuno dei due si è recato a Mosca in occasione del 9 maggio. Con una situazione economica in peggioramento, una maggioranza risicata e una popolarità decrescente, a Fico non conviene cercare lo scontro aperto con Bruxelles in questo momento e accrescere il rischio di una sospensione dei fondi Ue, già richiesta dal Parlamento europeo con una risoluzione non vincolante, per via di vari tentativi di riforme “à la Orbán” che minano lo stato di diritto nel Paese. C’è poi una questione specifica relativa alla minoranza etnica ungherese in Slovacchia che può complicare i rapporti tra Magyar e Fico: la modifica al Codice penale che ha reso la critica ai decreti Beneš, che colpiscono in particolar modo la minoranza ungherese, un reato punibile con sei mesi di carcere. Orbán si era limitato a sollevare proteste simboliche nei confronti della modifica, dando maggiore importanza all’allineamento in politica estera dei due leader. Magyar ha accusato Orbán di ipocrisia (d’altronde, quest’ultimo si è sempre posto come campione delle minoranze ungheresi nei Paesi vicini) e ha legato il futuro dei rapporti tra Ungheria e Slovacchia alla risoluzione della questione.

Sul piano interno, la vittoria di Magyar ha acuito le preoccupazioni della coalizione di governo e ha infuso speranza tra l’opposizione per le elezioni del prossimo anno: se 16 anni consecutivi di governo, un apparato statale studiato per mantenere il suo partito al potere e l’assistenza russa non hanno salvato Orbán dalla sconfitta, Robert Fico, che non può contare su un’influenza, un apparato ideologico ed un controllo dello stato pari a quelli dell’ex premier ungherese, può essere tranquillamente battuto. Se si osservano le intenzioni di voto ad oggi tramite il Politico Poll of Polls dedicato alla Slovacchia, appare chiara la portata dei problemi del premier slovacco e dei suoi partner: il partito di Fico – Smer – ha perso il 7 percento dei voti dalla sua elezione, i consensi del partito di Pellegrini Hlas-Sd si sono praticamente dimezzati in questi tre anni, e Sns di Andrej Danko difficilmente riuscirà superare la soglia di sbarramento alle elezioni del 2027. Fico sta provando a limitare i danni cercando di introdurre riforme elettorali come l’abolizione del voto per posta per gli slovacchi all’estero (proposta che ha causato diverse proteste e qualche malumore tra i membri di Hlas-Sd) o l’innalzamento della soglia di sbarramento dal 5 al 7 percento (che è indigesta ai partner di coalizione, soprattutto Sns). Quanto a quest’ultima, il ministro della Difesa, Robert Kaliňák, ha giustificato la proposta dicendo che «solo coloro che pagano tasse qui e vivono qui dovrebbero decidere il futuro della Slovacchia», ma potrebbe centrare anche il fatto che la stragrande maggioranza degli slovacchi all’estero ha votato per i partiti di opposizione alle ultime elezioni (come ha ammesso il parlamentare di Sns Roman Michelko). Anche se il governo dovesse riuscire ad abolire il voto tramite posta, il voto degli slovacchi all’estero non sarebbe determinante: basti pensare che nel 2023 circa 60.000 slovacchi residenti fuori dal Paese hanno votato tramite posta, una percentuale irrisoria dei circa tre milioni di voti totali. I decreti Beneš rappresentano un problema anche domestico: la modifica del Codice penale per punire la critica ai decreti fu infatti una risposta all’impegno preso dal principale partito di opposizione, Slovacchia Progressista (Ps), a sanare la questione delle dispute territoriali e confische ancora oggi in atto. La risposta del governo ha solo contribuito a peggiorare la sua situazione, avvicinando i partiti della minoranza ungherese all’opposizione.

La recente apparente inversione a U nella retorica di Fico sull’Ucraina si può interpretare come conseguenza di questo contesto. Fico ha detto, a seguito di un colloquio telefonico con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che nessun accordo di pace potrà essere raggiunto senza il consenso dell’Ucraina e di essere a favore dell’ingresso di Kyjiv nell’Unione europea. Bratislava non si è mai opposta all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea (mentre rimane opposta al suo ingresso nella Nato), anche se aveva minacciato di ritirare il proprio supporto ad essa a causa della chiusura del gasdotto Druzhba. Ha sorpreso però il commento del premier slovacco relativo alla pace in Ucraina, insolitamente in linea con la posizione dei partner europei. Fico ha, in passato, spesso caratterizzato l’Ucraina nei suoi discorsi come un «oggetto» nel contesto di uno scontro più ampio tra Occidente e Russia. Fico aveva supportato il piano di pace di Trump e ribadito più volte che l’Ucraina non poteva negoziare da una posizione di forza e che avrebbe dovuto accettare di cedere territorio.

Questa maggiore apertura è senz’altro un segnale positivo. Il ministro degli Esteri polacco, Radosław Sikorski, ha colto la palla al balzo e offerto di «perdonare» Fico per la sua visita a Mosca se quest’ultimo non ostacola gli aiuti europei all’Ucraina, tra cui il recente finanziamento da 90 miliardi. Il cambio di tono è stato percepito anche dai membri di Sns, categoricamente opposti all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Andrej Danko ha chiesto a Fico di garantire che il premier slovacco non voterà mai favore dell’adesione di Kyjiv durante il suo mandato, e minacciato implicitamente di far saltare la coalizione in assenza di queste garanzie. Parlare di svolta, però, sarebbe fuorviante: Fico si è comunque recato a Mosca e, al suo ritorno, si è autodefinito con orgoglio la «pecora nera dell’Unione europea». Anche dopo il suo incontro con Zelensky il 4 maggio a Yerevan, Fico ha sentito il bisogno di dire più volte che lui e il presidente ucraino «Non si piacciono, ma vogliono buone relazioni».

Fico aveva scommesso molto su Orbán come modello, nonché come complice in politica estera e sede Ue. Ora, però, quel punto di riferimento per le forze conservatrici, euroscettiche e filo-Mosca è venuto meno. A ciò si aggiunge una relazione transatlantica sempre più tossica, che rende l’affiliazione al mondo Maga politicamente rischiosa (si veda il risultato della visita del vicepresidente statunitense JD Vance a Budapest pochi giorni prima del voto). Perdipiù, Mosca si trova in crescente difficoltà in Ucraina e altrove, mentre l’Ucraina è diventata un attore di primo piano nel panorama della sicurezza internazionale. Fico si trova così tra l’incudine e il martello: se tenta di emulare appieno Orbán rischia di peggiorare il suo isolamento diplomatico e di subire ritorsioni a livello Ue dati anche i suoi attacchi allo stato di diritto nel corso degli ultimi tre anni circa. Non può però nemmeno virare troppo nella direzione pro-Ue, o potrebbe causare la reazione di Sns. L’unica cosa che il premier slovacco può fare, al momento, è continuare con la sua politica di ambivalenza, che però appare sempre meno sostenibile.

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