Universo paralleloÈ finita la favola di Meloni come grande statista draghiana

La recente sequela di passi falsi e gaffe del governo, e della premier in particolare, sono le ovvie conseguenze della propaganda sull’underdog e tutte le altre balle che alla fine, come sempre, finiscono per convincere prima di ogni altro chi continua a ripeterle

Lapresse

La pesantissima sconfitta referendaria è stata anzitutto responsabilità di Giorgia Meloni, ovviamente, ma non è che sia stata solo colpa sua. No, intendiamoci subito: non sto dicendo che sia stata colpa dei “suoi”, di quella “classe dirigente” di Fratelli d’Italia giudicata spesso inadeguata e incapace di tenere il passo della leader, come se i vertici e spesso anche le pendici dell’organizzazione non fossero stati tutti scelti accuratamente da lei, tra persone di sua massima fiducia, quando non proprio tra amici e parenti.

Al contrario, sto dicendo proprio che è stata questa narrazione, l’universo parallelo in cui sostenitori e analisti compiacenti hanno fatto gradualmente scivolare la nostra presidente del Consiglio, ad averla tradita, cullandola nell’illusione di essere una specie di incrocio tra Margaret Thatcher e Golda Meir.

Solo così si capisce l’incredibile sequela di passi falsi, gaffe, autogol di cui Meloni ha disseminato l’ultima parte della campagna referendaria, non appena i sondaggi hanno cominciato a cambiare segno (come tendono a fare spesso, in verità, all’avvicinarsi della controprova del voto reale), fino all’autentica esplosione di autolesionismo che ha caratterizzato i giorni immediatamente successivi alla sconfitta, quelli delle dimissioni a strascico (Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi prima, Daniela Santanchè poi). Un blackout spiegabile solamente, secondo me, con la dissonanza cognitiva prodotta dallo scoppio improvviso di una simile bolla.

C’entrano naturalmente anche il carattere, la presunzione e lo spirito di rivalsa, ma credo abbiano pesato in particolare la propaganda sull’underdog e tutte le altre balle che alla fine, come sempre, finiscono per convincere prima di ogni altro chi continua a ripeterle. Specie quando, all’inizio, sembrano avere successo. È uno strano fenomeno che in politica si ripresenta di continuo, quasi che a un certo punto il leader dicesse a se stesso: beh, se ci credono tutti, qualcosa di vero ci dev’essere.

E così ci siamo sorbiti per tre anni il racconto della leader che si era fatta da sé, con un partito che usciva finalmente dall’isolamento in cui era stato tenuto per settant’anni, neanche fossimo davanti alle prime maggioranze di solidarietà nazionale aperte al Partito comunista. Come se Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Adolfo Urso fossero appena tornati da trent’anni di esilio. Come se larga parte degli ultimi trent’anni non l’avessero passata al governo. Come se ciascuno di loro non fosse già stato ministro o viceministro nei governi di Silvio Berlusconi, ospite fisso dei suoi salotti televisivi e dei suoi giornali, cioè al vertice del potere politico, economico-finanziario ed editoriale del Paese.

E così ci siamo sorbiti persino la storia della destra legalitaria, mentre Meloni si teneva al governo e al partito una sfilza di personaggi con condanne e pendenze giudiziarie tali che Berlusconi nemmeno nei suoi sogni più selvaggi, come se negli ultimi trent’anni non avessero votato tutte le sue leggi ad personam, per non parlare di condoni e concordati fiscali, pubblici elogi degli evasori e crociate contro l’agenzia delle entrate. E così ci siamo sorbiti pure la teoria della Meloni liberale, persino «draghiana», mentre faceva campagna per Viktor Orbán, cioè il padre della «democrazia illiberale», e partecipava entusiasticamente ai raduni dei sostenitori di Donald Trump.

In questo universo parallelo Fratelli d’Italia e la sua leader venivano rappresentati, secondo le convenienze, ora come il Movimento sociale di Giorgio Almirante, ora come una specie di moderno partito conservatore europeo, guidato dalla versione italiana di Ursula von der Leyen. La propaganda meloniana e la sua disinvolta reinvenzione del passato hanno avuto talmente successo, sono state fatte proprie e ripetute da così tante e così autorevoli voci, che hanno finito per convincere pure lei. Ecco perché il risveglio è stato così traumatico.

D’altra parte, c’è pure da capirla. Secondo tutti i sondaggi era al trenta per cento da sola fino a un minuto prima del referendum, la sua coalizione era da tre anni stabilmente sopra il quarantacinque, pur avendo preso alle elezioni appena un quarto dei voti degli aventi diritto. Non c’era opinionista che non ne magnificasse l’abilità e la presa straordinaria sull’opinione pubblica, che non pronosticasse per lei un avvenire radioso, reso ancora più sicuro dalle divisioni e dall’insipienza degli avversari – governerà trecento anni, ripetevano tutti in coro – possibile che fossero tutte fesserie?

Lasciamo per il momento la domanda in sospeso e proviamo a ricordare quel che si diceva a suo tempo di Matteo Renzi, «Mr 40 per cento», come lo chiamava Angela Merkel. O anche di Giuseppe Conte, durante la pandemia. E un minuto dopo pure del suo successore alla guida del governo, Mario Draghi, l’unico di cui in effetti si prevedeva una rapida uscita da Palazzo Chigi, ma solo per trasferirsi al Quirinale (e si è visto come è finita).

Tutti invincibili fino a un minuto prima, anche e forse soprattutto per mancanza di alternative. Eppure ormai dovremmo avere imparato che non funziona così: non sono le divisioni degli avversari a rafforzare il governo; semmai è il suo indebolimento a unire le opposizioni, al momento necessario, con la prospettiva di una possibile rivincita.

Non appena l’occasione si è materializzata, con il referendum improvvidamente voluto da Meloni, i partiti del campo largo hanno cominciato a convergere. E allo stesso tempo, come per magia, la carrozza è ritornata una zucca, la statista che fino a un minuto prima tutto il mondo ci invidiava è ritornata una populista aggressiva e inconcludente, che si è autoisolata in Europa e screditata anche in Italia per il suo trumpismo. Il decisionismo e la superiore abilità tattica sono diventati di colpo incoscienza, incoerenza e impulsività. Quanto alla teoria della destra legalitaria, lasciamo perdere.

Lo spettacolo è talmente sconcertante da suscitare quasi un moto di solidarietà. Andando avanti di questo passo non è facile dire dove arriveremo. Sento che si sta avvicinando il giorno in cui mi verrà persino voglia di difenderla. Ma non è oggi, quel giorno.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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