Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a sette anni e quattro mesi di reclusione per «aver violato i diritti dei detenuti». L’ex comandante libico, già responsabile della sicurezza nel carcere di Mitiga e ricercato dalla Corte penale internazionale, è da oltre un anno al centro di un caso giudiziario e diplomatico che ha coinvolto anche l’Italia. Secondo quanto riportato dai media libici, oltre alla pena detentiva i giudici hanno disposto per Almasri la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della condanna e per l’anno successivo. La decisione arriva al termine di un procedimento avviato dopo le segnalazioni ricevute dalle autorità libiche su abusi commessi contro detenuti.
L’indagine della procura libica aveva riguardato in particolare la morte di un recluso nell’Istituto di correzione e riabilitazione di Tripoli e la violazione dei diritti di dieci prigionieri. Nel procedimento sono emerse accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti all’interno della struttura carceraria.
Almasri è anche destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, che lo accusa di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Libia dal 2015 al 2024. Le accuse dell’Aja comprendono omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, in relazione al suo ruolo nel carcere di Mitiga, una struttura indicata nei materiali della Corte come luogo di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.
Il caso è diventato particolarmente rilevante in Italia nel gennaio del 2025. Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio, in esecuzione del mandato della Corte penale internazionale, mentre si trovava nel paese dopo essere passato anche da altri stati europei. Due giorni dopo era stato rilasciato, in seguito alla mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello, per un problema procedurale legato alla trasmissione degli atti al ministero della Giustizia. Subito dopo il rilascio, Almasri era stato rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano. Il governo aveva motivato la decisione con ragioni di sicurezza nazionale, mentre le opposizioni, alcune organizzazioni per i diritti umani e la stessa Corte penale internazionale avevano criticato la mancata consegna all’Aja di un uomo ricercato per crimini molto gravi.
La condanna pronunciata a Tripoli non chiude automaticamente il procedimento davanti alla Corte penale internazionale. In base al principio di complementarità, la Corte dell’Aja può ancora valutare se il processo nazionale libico abbia riguardato gli stessi fatti contestati a livello internazionale e se sia stato condotto secondo criteri ritenuti genuini e adeguati.