The show must go onChissà che pensavano del razzismo contro i bianchi i migranti arsi vivi

Il motivo per cui quei braccianti sono «invisibili» è che a parlarne come esseri umani si perdono voti, copie e ascolti, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Un fermo immagine del video del rogo di Amendolara

In questi giorni in Gran Bretagna il governo di Keir Starmer è sotto attacco per il caso del diciottenne Henry Novak, accoltellato a dicembre da un giovane indiano, Vickrum Digwa, che subito dopo chiama la polizia raccontando di essere stato vittima di un’aggressione razzista ed essersi quindi dovuto difendere, e così Novak muore mentre gli agenti lo ammanettano, nonostante le sue richieste di aiuto. Con la condanna dell’assassino e le immagini delle bodycam rese pubbliche, la destra populista di Nigel Farage e la destra fascista di Tommy Robinson hanno lanciato la campagna «white lives matter», giudicando scandaloso che la polizia abbia creduto alla denuncia di un uomo di colore anziché alla parola di un ragazzo bianco, prova definitiva, ai loro occhi e a quelli dell’intera internazionale sovranista, a cominciare ovviamente da Elon Musk, che in Gran Bretagna, come in tutta Europa, la vera emergenza sociale ormai è il razzismo contro i bianchi.

Nel frattempo, in Italia, quattro braccianti di cui non ci sforziamo nemmeno di ricordare i nomi venivano bruciati vivi in un’auto dai loro caporali. Chissà che ne pensavano, loro, del razzismo contro i bianchi. Quanto la piaga sia diffusa anche in Italia lo testimonia del resto il fatto che sul Corriere della sera di martedì, come ricorda Guia Soncini su Linkiesta, il catenaccio in prima pagina era «La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati». Una sintesi che a Soncini fa tornare in mente una vecchia striscia di Pericoli e Pirella: «Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”».

Soncini cita anche un podcast di Luca Bizzarri, secondo cui di questa storia non ci frega niente perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Io però penso che non sia nemmeno questo il problema, o almeno non il problema principale. Il ragionamento di Bizzarri è fin troppo sofisticato. Non ce ne frega niente, anzitutto, perché non ce ne frega niente. Politici, giornalisti e twittatori di destra ripeteranno allo sfinimento slogan come «White lives matter» a proposito di quanto accaduto l’anno scorso in Inghilterra (e qui la mia insopprimibile vocazione al martirio mi obbliga a farvi notare che tale disgustosa strumentalizzazione della tragedia in chiave ritorsiva contro Black lives matter è perfettamente speculare a quella di chi non può trattenersi dal ritorcere l’accusa di «genocidio» contro gli ebrei), mentre ben pochi politici si sogneranno di farla tanto lunga su quei quattro braccianti senza nome, come non lo faranno i giornali, né le trasmissioni televisive, neanche a sinistra, perché la verità è che a parlare di immigrati come vittime, a riconoscerne i diritti, ad attribuire loro un ruolo nella società che non sia quello del carnefice, si perdono voti, si perdono copie e si perdono ascolti, motivo per cui non lo fa nessuno, e infatti quando finiscono in prima pagina perché uno dei Caronte che li tengono in quegli inferni a cielo aperto che noi non vogliamo vedere dà loro fuoco, o li lascia senza un braccio a morire dissanguati davanti alla porta di casa, li definiamo «invisibili», con una formula che vorrebbe essere autocritica ma è di fatto autoassolutoria, perché il significato letterale prevale di gran lunga su quello figurato.

E il primo politico così ingenuo da dire mezza parola al riguardo si sentirà subito domandare dal giornalista, di rimando, se ritenga dunque che gli italiani siano razzisti, e dovrà affrettarsi a giurare e spergiurare di no, assolutamente, ma nemmeno per un momento, se vorrà avere la minima speranza di essere rieletto, foss’anche solo al congresso di Rifondazione comunista.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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