
La Corte suprema ha dato torto a Donald Trump su tre delle sue ultime quattro ingiustificate pretese, dal desiderio di ribaltare la sentenza che lo ha condannato per abusi sessuali e diffamazione fino all’ennesimo tentativo di cambiare i criteri di ammissibilità delle schede elettorali a suo vantaggio, passando per la possibilità di licenziare un membro del board della Federal Reserve; in compenso, con la quarta sentenza, ha ottenuto la possibilità di licenziare gran parte dei regolatori indipendenti, ulteriore e considerevole espansione dei poteri presidenziali generosamente donatagli dalla maggioranza di cui dispone nella Corte.
A dimostrazione di come, in questi tempi impazziti, in un certo senso, abbia ragione lui, e dal suo punto di vista faccia benissimo ad avanzare sempre nuove e sempre più smisurate pretese, così da ottenere comunque molto più di quel che sarebbe giusto, consentendo pure ai suoi solerti facilitatori di passare per giudici realmente indipendenti ed equilibrati, che non esitano a dargli torto quando necessario. In tal modo anche la crescente torsione illiberale della democrazia americana, resa possibile, proprio come nell’Ungheria del non rimpianto Viktor Orbán, dalla cattura della Corte suprema, appare quasi come una questione controversa e opinabile, smentita proprio dalle sentenze della Corte. Ecco perché la nuova legge elettorale con cui Giorgia Meloni punta ad assicurarsi una maggioranza a prescindere, unita alle sue parole rivelatrici sulla possibilità di eleggere un capo dello stato «non di sinistra» nella prossima legislatura, dovrebbero allarmare tutti i sinceri democratici del paese, o almeno tutti quelli che non si siano bevuti la favola della Meloni statista liberale, europeista e persino draghiana.
Purtroppo la qualità del nostro dibattito pubblico non aiuta. Basta vedere come gran parte della stampa ha raccontato finora proprio le imbarazzanti vicissitudini del rapporto tra Meloni e Trump. Ricapitolando: quando andavano d’amore e d’accordo, la nostra presidente del Consiglio veniva lodata per l’abilità con cui aveva dimostrato di sapersi muovere sullo scenario internazionale, come ponte tra Europa e Stati Uniti; quando è arrivata la rottura, era la prova della sagacia con cui Meloni aveva saputo cogliere l’impopolarità del presidente americano in Italia e sfruttarla a suo vantaggio; ma anche quando aveva dichiarato che non gli avrebbe più risposto, e aveva invitato i ministri a fare altrettanto, aveva dimostrato le sue grandi doti di statista responsabile, che anteponeva l’interesse dell’Italia alle questioni personali. In pratica, una tripla: 1-x-2.
Cambiando non solo l’ordine, ma anche il numero e il valore dei fattori, il risultato non cambia mai: Meloni ha fatto benissimo a sposare Trump, ha fatto benissimo a divorziare da Trump e ha fatto benissimo pure a non rispondere a Trump. Fermo restando che il vero problema di Meloni, cioè nostro, come qui ho già diffusamente argomentato, non è la sudditanza, ma la somiglianza con Trump.
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