La grande tendaL’europeismo riempie il Parenti e trova una nuova voce

Da Calenda a Picierno, da Monti a Marattin e Gualmini, il mondo che sta fuori dai due poli populisti si incontra a Milano. Resta aperta la questione più difficile, trasformare una comunità in una proposta politica

AP/Lapresse

Un Teatro Franco Parenti pieno, una maratona di interventi senza pause e l’europeismo esibito senza timidezze. È questa l’immagine che restituisce la prima uscita pubblica di Europeisti.eu, il movimento promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. Più che la nascita di un nuovo movimento, però, l’appuntamento milanese è sembrato una verifica politica: capire se esiste ancora uno spazio per un’area che si riconosce nel sostegno all’Ucraina, nell’integrazione europea, nell’economia di mercato e nella tradizione liberaldemocratica, ma che da anni fatica a trovare una rappresentanza politica stabile.

La risposta, almeno guardando la sala, è stata incoraggiante per gli organizzatori. Il teatro era pieno e soprattutto attraversato da generazioni diverse. C’erano giovani che vedono nell’Europa l’unica dimensione possibile della politica contemporanea, ma anche protagonisti di stagioni politiche più lontane, ex radicali, amministratori locali, professionisti ed esponenti del mondo associativo. Un pubblico attento e partecipe, che ha seguito una lunga maratona di interventi. Sul palco si sono alternati leader politici, amministratori, parlamentari, studiosi e rappresentanti della società civile. Con sensibilità diverse, ma attorno ad alcuni punti condivisi: il sostegno all’Ucraina, la necessità di una difesa europea, la competitività economica, la sovranità tecnologica e la critica a quel bipopulismo che da anni domina la politica italiana.

Grandi applausi per Mario Monti, che ha ricordato la sua lunga esperienza nelle istituzioni europee. «Sono stato in una Europa a dodici membri e poi a ventotto. Sono sempre stato convinto dell’importanza dell’Europa per noi europei e noi italiani perché l’Europa integra e, integrando, trasforma: di solito in meglio, come vettore di riforme strutturali». E ha aggiunto una frase che sintetizza una delle questioni aperte per quest’area politica: «Per contribuire all’Europa bisogna rinunciare ai personalismi». Qui è partita l’ovazione del pubblico.

Anche Carlo Calenda ha insistito sulla dimensione esistenziale della sfida europea. «L’Europa rischia di cadere perché l’età degli imperi è tornata ma noi ora siamo le colonie, e siamo diventati colonie per nostra assenza di volontà», ha detto il leader di Azione. «Europeisti è una casa per chi pensa che fare un’Europa federale sia l’unica cosa che conta davvero se vogliamo salvarla da tre imperi che vogliono distruggerla. È un modo per risollevare quell’animo riformatore che è esistito nel centrodestra e nel centrosinistra e che oggi appare disperso».

Luigi Marattin ha ripreso il discorso sulla necessità di superare vecchie appartenenze e vecchie competizioni. «Per noi dichiarare l’indipendenza significa dichiarare che i due schieramenti, per come sono costituiti oggi, non ci rappresentano», ha detto il leader del Partito Liberaldemocratico. «Decolleremo se capiremo che la cooperazione rende più della competizione».

L’Europa, però, è stata raccontata soprattutto come una risposta alle sfide del presente. «Oggi serve determinazione per capire che Europa vogliamo», ha detto Elisabetta Gualmini. «Servono difesa comune, deterrenza militare e autonomia energetica. Serve una politica che rifugga gli estremismi».

Se c’è un tema che ha attraversato quasi tutti gli interventi, è stato quello dell’Ucraina. Non soltanto come questione di politica estera, ma come spartiacque politico e morale. Per molti dei protagonisti presenti al Parenti, la resistenza ucraina rappresenta il punto in cui si misura la coerenza dell’europeismo contemporaneo. Da qui anche la distanza crescente rispetto a una parte della destra sovranista e rispetto a quel campo largo che continua a esprimere ambiguità sulla guerra, sul riarmo europeo e sul ruolo dell’Occidente.

È stata probabilmente questa la cifra più riconoscibile dell’iniziativa: l’idea che l’europeismo non sia soltanto una collocazione istituzionale, ma una risposta politica al nazionalismo, alle autocrazie e agli estremismi che attraversano l’Occidente.

In questo quadro la presenza di Pina Picierno assumeva un significato particolare. La vicepresidente del Parlamento europeo è diventata negli ultimi mesi il punto di riferimento più visibile di un’area che non si riconosce né nel sovranismo della destra né nell’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein. Il successo iniziale di Spazio Pubblico e l’attenzione che continua a raccogliere tra amministratori, militanti e dirigenti riformisti spiegano perché molti guardino a lei come a una possibile figura di aggregazione di questo mondo. «La complessità non si affronta cancellando le scelte», ha detto Picierno. «Bisogna iniziare ad assumersi la responsabilità di scegliere, senza dire sempre no. Noi sappiamo bene da che parte stare. Non esistono autocrazie buone e non esiste Europa senza la difesa di Kyjiv».

Nessuno al Parenti ha dato l’impressione di avere già trovato una formula organizzativa o una leadership condivisa. Ma rispetto a pochi mesi fa qualcosa sembra essersi rimesso in movimento. Per la prima volta dopo molto tempo, mondi che si erano allontanati stanno tornando a incontrarsi. E in una fase politica dominata dai due populismi, non è un dettaglio.

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