I presupposti impliciti dell’alleanza transatlantica sono diventati la posta in gioco, e finora l’Unione europea ha cercato soprattutto di contenere i danni. L’annuncio di dazi statunitensi tra il dieci e il quindici per cento, dopo la bocciatura a fine febbraio da parte della Corte Suprema della precedente architettura tariffaria, ha suscitato da Bruxelles una prudente richiesta di chiarezza. Il nuovo passo di Washington getta un’ombra sull’accordo di Turnberry, già poco favorevole all’Unione e accettato essenzialmente per evitare uno strappo politico.
Da due anni Washington sollecita un maggiore contributo europeo, sostenendo che il continente ha beneficiato in modo sproporzionato della protezione americana. Al vertice Nato dell’Aia del 2025 gli alleati europei si sono impegnati a portare la spesa militare al cinque per cento del Pil e ad aumentare il sostegno all’Ucraina. Ma quando questo sforzo finanziario si traduce in programmi coordinati di riarmo e in partnership industriali europee, emergono nuove frizioni. Le clausole di preferenza buy European, pensate per rafforzare una base industriale autonoma, hanno incontrato l’opposizione di Washington. L’amministrazione Trump ha lasciato intendere possibili ritorsioni e criticato gli alleati per aver dato priorità alla propria industria. All’Europa si chiede dispendere di più, ma non di trasformare quella spesa in autonomia industriale.
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump sta facendo venire al pettine la storica contraddizione fra il desiderio americano di un’Europa più forte e al contempo altrettanto allineata. È un bene: complice le minacce alla sicurezza europea, finalmente questo dilemma strategico può passare dalle mani di Washington in quelle dei suoi protagonisti.
L’interdipendenza transatlantica è profonda. Stati Uniti e Unione europea rappresentano insieme circa il 43 per cento del Pil globale e quasi il trenta per cento del commercio mondiale di beni e servizi. Gli stock di investimenti reciproci raggiungono i 4.700 miliardi di euro. Le esportazioni americane verso l’Ue sostengono circa 2,3 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti; gli investimenti europei negli Stati Uniti ne sostengono circa 3,4 milioni.
La posta non è dunque la rottura ma una ricalibrazione su cui l’Europa si sta ancora interrogando. Senza una strategia coerente, le leve europee restano teoriche ma con una postura diversa possono diventare strumenti negoziali effettivi. Diversi elementi suggeriscono che Washington cambia corso quando il costo del confronto cresce: la traiettoria del confronto con la Cina sulle terre rare mostra che il controllo di nodi critici può influenzare scelte tariffarie e industriali. La rampa di uscita imboccata dalla Casa Bianca sulla Groenlandia suggerisce che la percezione di essersi cacciati in un vicolo cieco può indurla a un’inversione di marcia.
L’Unione non dispone delle stesse leve americane o cinesi, ma ha alcune frecce al suo arco. La prima è il mercato unico: oltre quattrocentocinquanta milioni di consumatori e una domanda aggregata di circa dieci trilioni di dollari. Per un’amministrazione che interpreta il commercio stesso in chiave transattiva, l’accesso a questo mercato è una variabile fondamentale. A questo si somma, a dispetto del suo peso sull’innovazione, il potere regolatorio europeo. Il cosiddetto Bruxelles effect è in qualche misura reale.
Inoltre, un’analisi del think tank tedesco Dezernat Zukunft suggerisce che il quadro delle interdipendenze sia meno sbilanciato di quanto appaia. L’Europa fornisce circa l’ottanta per cento delle importazioni statunitensi di uranio a basso arricchimento, cruciale per l’espansione nucleare americana, e detiene una posizione dominante nelle turbine a gas di media taglia necessarie ai data center statunitensi, in un mercato già sottodimensionato. Per le grandi piattaforme digitali americane, l’accesso al mercato europeo è difficilmente sostituibile e restrizioni significative inciderebbero su ricavi e valutazioni, con effetti sulla stabilità finanziaria domestica.
Anche sul piano energetico l’interdipendenza è reciproca. Oggi l’Europa assorbe circa il cinquantotto per cento delle esportazioni americane di Lng. Con il previsto surplus globale dal 2027, il potere contrattuale dei compratori è destinato ad aumentare. L’Europa resta la destinazione più redditizia per gli esportatori statunitensi.
La superiorità materiale americana non elimina queste vulnerabilità. Il deficit federale supera i 1.800 miliardi di dollari annui e il suo finanziamento dipende da una domanda di Treasury sensibile agli operatori attivi nei mercati finanziari europei, in particolare a Londra. Inoltre, le valutazioni delle principali società tecnologiche, che sostengono una quota rilevante della capitalizzazione dell’S&P 500, presuppongono un accesso stabile al mercato europeo: per alcune di esse fino a un quarto dei ricavi proviene dall’Unione. Insomma, gli Stati Uniti non possono beneficiare pienamente dell’integrazione nei mercati globali e, allo stesso tempo, ritirarsi selettivamente senza generare costi interni. Finanza pubblica, tecnologia ed energia restano intrecciate con l’accesso al mercato europeo.
Un altro fronte da cui l’Europa può trarre leverage è la capacità di incidere nel proprio vicinato strategico. In questo senso
l’Europa resta sorprendentemente assente in politica estera anche nei quadranti del proprio cortile di casa come il Mediterraneo e il Medio Oriente. La crisi iraniana di queste settimane lo dimostra ancora una volta. Mentre le dinamiche diplomatiche e militari vengono gestite principalmente da Washington e da altri attori regionali, l’Unione appare ai margini. Una presenza più coerente e assertiva in queste partite rafforzerebbe direttamente il peso negoziale europeo anche nel rapporto transatlantico.
Il nodo, però, è soprattutto interno. Ogni volta che si analizzano le dinamiche negoziali tra Unione europea e Stati Uniti riemerge lo stesso limite strutturale: l’Europa negozia come un attore economico integrato, ma senza la capacità decisionale di uno Stato. Washington può muoversi con la rapidità di un sistema politico unitario; l’Unione deve conciliare interessi nazionali, procedure e un’architettura istituzionale pensata per gestire l’integrazione e non per esercitare potere strategico.
In questo senso, il confronto con gli Stati Uniti è un test della traiettoria del progetto politico europeo. Le asimmetrie che emergono nella ricalibrazione transatlantica sulla difesa, sull’industria, sull’energia o sulla tecnologia riflettono, ancor più che il risultato di un gap di potenza, i limiti di un’Unione politicamente incompleta.
In altre parole, il rapporto con gli Stati Uniti non è solo un problema da gestire, ma anche unalente attraverso cui leggere le trasformazioni di cui l’Unione ha bisogno. L’asimmetria transatlantica non scomparirà nel breve periodo ma può indicare con chiarezza le trasformazioni necessarie per diventare un politico con l’agilità e la resilienza richieste dal mondo multipolare.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.