Due caccia, due crisiL’aereo franco-tedesco non decollerà, e anche quello di Italia, Uk e Giappone fatica

La crisi del programma Fcas conferma le difficoltà strutturali dei grandi progetti europei di difesa ad alta integrazione industriale. E il Gcap mostra tensioni legate a finanziamenti, governance e tempi di realizzazione

Airbus

La crisi del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas (Future Combat Air System o Scaf, alla francese, cioè Système de combat aérien du futur) non è solo l’ennesimo episodio di frizione industriale europea. È il primo segnale di una più ampia fragilità strutturale nei grandi progetti di difesa del continente. Mentre Parigi e Berlino avrebbero deciso di non proseguire con la componente centrale del caccia di sesta generazione, il sistema europeo di combattimento aereo rischia di ridursi alla sola architettura digitale e alla combat cloud, svuotando di fatto il pilastro aeronautico del programma.

La rottura tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron conferma un pattern già noto: la difficoltà europea nel tradurre ambizioni strategiche in piattaforme industriali condivise. Il conflitto tra Airbus e Dassault Aviation su controllo tecnologico e ripartizione del lavoro ha progressivamente eroso la fiducia reciproca, fino a rendere il programma ingestibile nella sua forma originaria.

In questo contesto, l’Economist ha introdotto un elemento chiave: il problema non è isolato all’Europa continentale. Anche il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto trilaterale tra Regno Unito, Italia e Giappone, mostra segnali di vulnerabilità simili, seppur di natura diversa. Il programma, noto nel Regno Unito come Tempest, punta a realizzare entro il 2035 un caccia stealth integrato con sistemi senza pilota e una rete di combattimento avanzata. Ma il suo equilibrio si regge su una condizione fragile: il finanziamento britannico.

Il nodo è il ritardo nella pubblicazione del Defence Investment Plan, legato a un deficit di bilancio stimato in circa 28 miliardi di sterline. Il governo di Sir Keir Starmer ha finora garantito solo fondi ponte, insufficienti per trasformare il Gcap in un contratto multinazionale stabile. Questa incertezza sta già producendo effetti politici: il Giappone, guidato da Sanae Takaichi, considera il programma centrale per la sostituzione dei propri F-2 e osserva con crescente irritazione i ritardi britannici.

La prossima settimana, la visita di Takaichi a Londra e a Roma si svolgerà dunque in un clima tutt’altro che celebrativo. Tokyo potrebbe portare il tema Gcap in cima all’agenda, mentre dietro le quinte emergono accuse al governo britannico di essere un partner formalmente impegnato ma finanziariamente incerto. Anche Roma segue con attenzione: il programma rappresenta uno dei pilastri della sua proiezione industriale nel settore difesa.

Secondo l’Economist, il rischio non è solo il ritardo, ma la possibile trasformazione del Gcap in un progetto sempre più ampio e quindi più instabile. L’ipotesi di aprire il programma a nuovi partner – dal Canada alla Germania stessa – potrebbe fornire risorse aggiuntive, ma riaprirebbe inevitabilmente la negoziazione su requisiti e quote industriali, replicando in forma diversa la crisi del Fcas.

Il risultato è un paradosso strategico: mentre l’Europa continentale vede il proprio progetto di caccia implodere per eccesso di complessità politica, l’asse anglo-italo-giapponese rischia di indebolirsi per eccesso di incertezza finanziaria. Due modelli diversi, ma un destino simile: la difficoltà strutturale dell’Occidente nel sostenere programmi di difesa di lunga durata, ad alto costo e con governance multinazionale.

Sul fondo, entrambe le crisi pongono una domanda più ampia sulla capacità europea e alleata di competere in un’era di riarmo globale. Se il Fcas si sta svuotando dall’interno e Gcap il rischia di rallentare prima ancora di consolidarsi, il 2035, data simbolica per entrambi i programmi, potrebbe segnare meno l’arrivo di una nuova generazione di caccia e più il limite politico della cooperazione industriale occidentale. Il quadro che emerge è quello di un’Europa destinata ad avere almeno tre caccia di nuova generazione separati, più che un unico sistema condiviso.

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