Conteniamo moltitudiniIl caso De Gregori, e la fine del diritto al dubbio

Le parole del cantautore su Springsteen, Gaza e il ruolo degli artisti hanno acceso una polemica che dice molto del nostro tempo. Più che di schieramenti, parlano della crescente difficoltà di convivere con la complessità

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È il dibattito culturale del momento, ed è nato quasi per caso. A fine maggio, al Teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori presenta “Nevergreen”: un docufilm, un disco dal vivo, una serie di concerti per pochi intimi tra Roma e Milano. I giornalisti lo incalzano sul caso del giorno: Bruce Springsteen, che apre il “Land of Hope and Dreams Tour” dichiarandosi contro l’amministrazione Trump. De Gregori risponde di getto, e da una settimana quelle parole rimbalzano dai social ai giornali fino alle grandi firme dei quotidiani, ma nessuno sembra aver colto fino in fondo il senso di quelle parole. Vale la pena, mentre il dibattito è ancora aperto, provare a mettere ordine.

Cosa ha detto davvero
Spogliato dalla riformulazione mediatica, il discorso ha due nuclei e un ponte tra i due. Il primo nucleo potremmo definirlo “epistemico-etico”. Le questioni internazionali, dice De Gregori, vanno analizzate con cura; schierarsi «in maniera netta e apodittica» tradisce la complessità dell’oggetto. E lui stesso confessa di avere idee confuse, citando il «contengo moltitudini» di Whitman come rivendicazione del diritto al dubbio. Non è un attacco all’impegno civile in quanto tale: è un attacco alla forma rigida del pensiero unico, e una professione di onestà conoscitiva contro le certezze sospette.

Il secondo nucleo riguarda invece la forma comunicativa. Il proclama dal palco – o l’appello firmato – lo lascia indifferente perché trova inadeguato il dispositivo stesso. E rilancia con la domanda più tagliente, quella meno ripresa eppure più radicale: non capisce gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché non è già abbastanza sensibile per conto suo? Qui c’è il rifiuto netto della postura pedagogica dell’artista verso l’ascoltatore.

A cavallo tra i due sta il passaggio sui titoli. «Che titoli ha un uomo di spettacolo per dare lezioni?» è la frase più ripresa, ed è interessante perché “titolo” può significare al tempo stesso “credenziale” o “legittimazione”: ciò che ti permette di parlare con cognizione e ciò che ti dà il diritto di parlare agli altri. Letto in un senso si salda al primo nucleo (l’artista non sa abbastanza); letto nell’altro al secondo (l’artista non ha diritto di insegnare). De Gregori usa il termine sfruttando entrambi i significati, forse consapevolmente. È in quell’ambivalenza che il discorso acquista vera profondità: non difende un pudore personale, mette in questione la nozione stessa di autorità artistica in democrazia.

Per leggerlo nel modo giusto, però, bisogna evitare due tentazioni speculari. La prima è quella nichilista: se nessuno ha titoli per parlare, allora tutti tacciano. È la conclusione che si ricava se si interpreta il «che titoli ha?» come domanda retorica universale, ma è una conclusione che si autocontraddice nel momento stesso in cui viene enunciata pubblicamente, e che svuota di senso l’idea stessa di sfera pubblica democratica. La seconda è quella tecnocratica: se non ce li hanno gli artisti, ce li hanno gli esperti, gli analisti, gli accademici, i diplomatici. È rassicurante, ma trasforma la politica in amministrazione e i cittadini in audience da plasmare. La via stretta tra i due è una posizione che De Gregori implica senza enunciarla (ed è con questo silenzio che presta il fianco alle critiche più centrate): i titoli esistono, ma sono diffusi tra i cittadini in quanto tali, nessuno è autorizzato a esercitare un’autorità pedagogica sugli altri. È il senso di quel «non è abbastanza sensibile per conto suo?»: una fiducia nella maturità politica del pubblico che non è disimpegno, è il contrario del disimpegno. Lascia però un fianco scoperto: la presunzione che esista una distinzione netta tra «proclama dal palco» e «canzone civile», su cui torneremo.

L’assordante silenzio della politica
Sul fronte delle reazioni, l’aspetto più significativo è ciò che non è successo: nessun politico di prima fila si è pronunciato, considerando il terreno minato: schierarsi a favore o contro De Gregori significava esporsi a contraccolpi su Gaza, su Trump, sul ruolo della cultura nella propaganda. I politici hanno preferito che il dibattito restasse prevalentemente in ambito culturale con il risultato paradossale che chi del posizionarsi ha fatto il proprio mestiere ha scelto il silenzio.

Tre modi di rispondere
Le reazioni del mondo dello spettacolo sono andate dal totale fraintendimento all’«alta fedeltà».

Enzo «coda-di-paglia» Iacchetti, esposto da mesi sul tema Gaza e da ospite nei talk televisivi in servizio permanente, ha scritto sotto un post Instagram del Fatto Quotidiano: «grande cazzata, l’uomo di spettacolo è un uomo che pensa al mondo e al futuro dei suoi figli, che delusione che sei». Tre righe, zero argomenti: un colpo di bandiera, perdendo l’occasione per dire qualcosa all’altezza della sfida intellettuale lanciata dal cantautore romano.

Morgan ha fatto qualcosa di più approfondito, anche se sbaglia le citazioni del repertorio di De Gregori. Gli rimprovera di non capire perché gli artisti debbano schierarsi, cita Gaza, parla di indifferenza grave e porta in soccorso “La donna cannone” e “La leva calcistica della classe ’68” come prove dell’impegno passato del Principe. Ma quelle canzoni non sono proclami e sono “politiche” solo in senso lato: un inno all’amore e alla libertà e una poesia sull’adolescenza. Confondendo l’impegno civile con il proclama dal palco, Morgan finisce per dimostrare il punto di De Gregori invece di confutarlo.

Vasco Rossi, dal palco di Rimini, ha fatto il commento più rispettoso. Ha riconosciuto la legittimità della posizione altrui senza condividerla, e ha rivendicato la propria: le sue canzoni parlano da sole, lui si schiera attraverso quelle. Ha definito De Gregori «un poeta, non un politico». Sembra una formula di cortesia, è una distinzione concettuale: lo legge come voce situata, non come piattaforma da combattere. È stato, paradossalmente, il più coerente con lo spirito di un discorso che diceva di non condividere.

Il dittico del Corriere (e oltre)
Sul versante delle “grandi firme”, il Corriere della Sera si distingue dalle altre testate costruendo un dispositivo a due voci. Il 31 maggio Antonio Polito scrive un pezzo più «politico»: parla con qualche ragione di «sinistra illiberale», legando le polemiche che hanno investito sia Francesco De Gregori, sia Erri De Luca, e denuncia la «shitstorm» abbattutasi su chi ha rivendicato il diritto di non schierarsi. Coglie con precisione il punto più radicale – la critica alla pedagogia del palco – e lo usa come clava contro una parte. Il giorno dopo Walter Veltroni, vecchio amico personale di De Gregori (testimone alle sue nozze nel 1982, decennale collaborazione all’Unità), si colloca su un altro livello: mette al centro la citazione di Whitman, il diritto al dubbio, la complessità come sfida antropologica del nostro tempo.

Veltroni è uno dei commentatori che ha letto De Gregori con maggiore aderenza testuale. Coglie il nucleo epistemico, distingue tra pensiero totalitario e impegno civile, cita “Il fischio del vapore” con Giovanna Marini come prova di una sensibilità intatta. Ma elude i passaggi più scomodi: non parla mai di Springsteen, non cita la frase sul pubblico già sensibile, non affronta le idee confuse. Costruisce una versione presentabile del discorso, quella che il proprio campo può accettare senza traumi. Polito fa il Polito e polarizza, Veltroni fa il Veltroni e concilia: una raffinata operazione editoriale.

Sul fronte aperto da Polito si è inserito poi, da Linkiesta, Cataldo Intrieri con un pezzo che ha il coraggio di puntare l’indice dove va puntato. Ripercorre il celebre processo del Palalido del 1976 – quando estremisti di Autonomia Operaia invitarono De Gregori dal palco a suicidarsi come Majakovskij – e lo usa come specchio dei nostri giorni, dato che oggi qualcuno gli sta facendo lo stesso processo sul suo silenzio su Gaza. Ma il colpo più radicale è un altro: Intrieri nomina esplicitamente quello che Polito aveva soltanto adombrato, il fatto che parte della pressione conformista a schierarsi su Gaza pesca, oggi, in «una grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria»: il re è nudo.

Schierati, ciascuno a modo suo
Più interessanti, per ragioni diverse, le posizioni di tre testate con una matrice identitaria forte. Da una parte, Il Foglio ha scritto un elogio della ritrosia contrapponendo Dylan a Springsteen, il Principe italiano agli attivisti di stadio. È stato l’uso più scoperto: De Gregori arruolato come testimone interno al campo avverso, con un sottotesto retorico che potremmo riformulare così: «anche a sinistra qualcuno ha capito». Operazione classica, efficace perché l’autorevolezza dell’eretico si misura sulla provenienza.

Dall’altra, al Fatto Quotidiano la traiettoria è stata più tortuosa. Dopo aver rilanciato per giorni gli attacchi a De Gregori, il giornale ha chiuso la settimana con un lungo pezzo non di una firma di punta ma del cronista Marco Pasciuti, che ricostruisce cinquant’anni di rifiuti dell’incasellamento: dal processo del Palalido nel ’76 al «no, grazie» a Craxi che voleva “Viva l’Italia” come inno socialista, fino alla dedica «A M., con autonomia» di “Signor Hood” per Marco Pannella. È stata, forse, la difesa più autonoma dalle esigenze del campo: storicizzante invece che ideologica.

Massimiliano Coccia nel podcast “Quel che resta del giorno” su Linkiesta si è mosso su un terreno interessante. Difende De Gregori con argomenti vicini a quelli del Foglio, ma sposta il discorso dal piano della rissa contingente a quello della diagnosi culturale. Parla di «tempo claustrofobico dell’attivismo» in cui «nessuno si ricorda di chi ha vinto Cannes», ma «compiliamo liste di proscrizione di chi non si è schierato contro il genocidio a Gaza» – la stessa pressione conformista che Intrieri definisce «voglia di antisemitismo»; di una «società di autodichiaranti» incapace di «trasformare la propria disperazione in arte». È un salto qualitativo: il problema non è più chi ha ragione tra De Gregori e Springsteen, è la povertà simbolica di un’epoca che ha sostituito la produzione culturale con la performance identitaria. E quando osserva che De Gregori «viene da una tradizione culturale in cui la profondità contava molto più della visibilità», il riferimento a una sinistra che non esiste più – quella della cultura come spessore e non come segno di riconoscimento – è evidente. Da qui la denuncia conclusiva: manca «il coraggio di intestarsi una complessità e agire dentro quella complessità».

Una voce dissonante è venuta da Luca Sofri, che sulla sua newsletter “Canzoni” ha contestato l’impianto stesso del ragionamento di De Gregori. Tutti i pensieri che assumono «separazioni categoriche tra le cose della realtà», tra artisti e non artisti, tra argomenti politici e non, tra proclama dal palco e canzone civile sono fallimentari. Dire «Trump sta devastando l’America», per Sofri, non è categorialmente diverso dallo scrivere “Imagine” o “Generale”. È il fianco scoperto che avevamo segnalato: il rifiuto del proclama dal palco presuppone una distinzione formale tra modalità di intervento, che è meno netta di quanto De Gregori la presenti. Non azzera la sua lettura, ma vi mette di fronte un punto che neanche l’intervento di Coccia – che pure è quello intellettualmente più ricco – aveva colto.

De Gregori e i suoi specchi
Resta una cosa, ed è certamente la più singolare e probabilmente la più importante. De Gregori ha costruito un discorso per sottrarsi alla logica di campo: niente lezioni, niente proclami, «contengo moltitudini»… Eppure il discorso è stato immediatamente catturato dalla logica che voleva evitare. Iacchetti lo ha letto come tradimento di un fronte, Polito come prova di un altro, Il Foglio come arma anti-sinistra. Persino Veltroni, l’amico, lo ha difeso ricontestualizzandolo dentro un perimetro accettabile per il proprio pubblico. Tutti, o quasi, l’hanno usato per posizionarsi; quasi nessuno l’ha discusso per quel che è.

È la più classica delle eterogenesi dei fini: il discorso anti-arruolamento per antonomasia è diventato la bandiera di arruolamenti contrapposti. E anche per questo conferma la tesi che voleva sostenere: il dispositivo mediatico costringe alla semplificazione, e nessuno, nemmeno chi lo denuncia, ne esce indenne. Quello che resta della polemica è una piccola dimostrazione plastica di ciò che De Gregori aveva enunciato. Le sue parole sono state contestate, difese, strumentalizzate, ammorbidite, rilanciate: tutto, tranne che comprese nel loro significato più profondo.

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