La tavola rotonda Il cibo come forma di potere, persuasione e partecipazione collettiva

Un percorso nella storia della convivialità, dalle sue origini fino a “Plates Up!”, la serata benefica di Moninga e Franceschetta58 a sostegno di alcuni ospedali in Congo

Ph. Filippo Florindo

La storia dell’umanità potrebbe essere raccontata attraverso le volte in cui ci si è riuniti attorno a una tavola. In assenza di molti degli strumenti con cui oggi si costruisce il consenso, si trasmettono informazioni o si consolidano relazioni sociali, il pasto svolgeva contemporaneamente diverse funzioni. Riuniva le persone in uno stesso spazio fisico, rendeva visibili le gerarchie della comunità e offriva un contesto favorevole alla costruzione dei rapporti. Mangiare insieme significava creare le condizioni perché qualcosa accadesse: un accordo, una riconciliazione, una celebrazione. A produrre questi effetti non era soltanto il cibo, ma il tempo (condiviso) che il pasto rendeva possibile. Una pratica tanto ordinaria quanto fondamentale che, nel corso dei millenni, avrebbe assunto forme diverse senza perdere la propria funzione, ossia trasformare un insieme di persone in interlocutori.

Prima ancora che un luogo deputato al consumo, la tavola è uno spazio di parola. Non è un caso che molte delle forme attraverso cui le società hanno immaginato il proprio futuro siano passate da una ricetta gustata insieme. È per questo motivo che il pasto come occasione sociale continua a proliferare anche in contesti molto lontani da quelli che l’hanno visto nascere. Le prime testimonianze risalgono alle civiltà mesopotamiche. Già nel terzo millennio avanti Cristo, i banchetti rappresentavano una parte centrale della vita comunitaria, come dimostrano le numerose scene raffigurate su sigilli cilindrici, rilievi e manufatti provenienti dalle città sumere. Come sottolinea l’archeologo Davide Nadali, queste immagini mostrano gruppi di persone riunite attorno a cibo e bevande durante cerimonie pubbliche e funzioni religiose. L’attenzione non è rivolta tanto alle pietanze quanto agli individui e ai rapporti che si costruiscono attraverso la condivisione del pasto.

Una dinamica simile si ritrova nel mondo greco, dove allo sviluppo delle relazioni si affianca progressivamente la circolazione delle idee. Il simposio costituiva infatti una delle principali occasioni di incontro per i cittadini appartenenti alle élite e si svolgeva dopo il banchetto vero e proprio. In questo caso il consumo del vino accompagnava la conversazione su temi che riguardavano la vita della polis, contribuendo alla formazione di un sapere condiviso. La partecipazione era regolata da convenzioni che definivano il significato stesso dell’incontro. I partecipanti, generalmente uomini appartenenti ai ceti sociali più elevati, si disponevano su letti reclinati collocati lungo le pareti della stanza destinata all’incontro, l’andrón. Il legame tra convivialità e riflessione emerge chiaramente nell’opera di Platone, che sceglie il simposio come cornice di una discussione sull’amore destinata a occupare un posto centrale nella storia della filosofia occidentale.

I convivia organizzati in epoca romana erano invece momenti in cui si comprendeva la natura dei rapporti umani. Invitare qualcuno alla propria mensa significava riconoscerlo come parte di una cerchia e attribuirgli una posizione di rilievo all’interno di un sistema di relazioni. Persino il linguaggio conserva traccia del legame tra cibo e socialità. La parola “compagno” deriva dal latino cum panis, espressione utilizzata per indicare chi condivideva un pasto con un’altra persona. Nei secoli successivi il significato attribuito alla condivisione del cibo evolve, ma non cambia. Il cibo pertanto resta uno strumento capace di mobilitare persone, raccogliere risorse e attirare l’attenzione su questioni che riguardano la collettività. Funzioni che continuano a manifestarsi nel presente, attraverso il lavoro di chi utilizza la cucina come occasione di incontro.

Francesco Vincenzi, chef de La Franceschetta58, ha raccontato: «Un ristorante può essere molto di più di un posto dove si sta bene. Si possono scoprire nuove culture; scambiare idee; portare avanti battaglie». Non è la prima volta che gli capita di sostenere un progetto sociale attraverso la gastronomia, dato che molti dei prodotti che arrivano nel piatto dei commensali provengono dall’orto della Casa circondariale di Modena. È lì che Vincenzi ha iniziato a rendersi conto di come pochi semplici ingredienti – per i detenuti prossimi al fine pena – fossero in realtà forieri di ben altro. Sono proprio le verdure coltivate in quei pochi ettari di terreno le protagoniste di “Plates Up!”, cena di beneficenza organizzata da Franceschetta58 e Moninga il 6 giugno scorso a Villa Cesi, a Nonantola (Modena). Un appuntamento nato per sostenere l’acquisto di alcuni macchinari destinati a diverse strutture ospedaliere della Repubblica democratica del Congo. «Preparare un menu per una serata così richiede attenzione, impegno ma soprattutto territorio. Ciò a cui crediamo maggiormente sono le nostre radici e se possono portare linfa anche molto lontano da qui vuol dire che siamo riusciti nella nostra missione».

Chef Francesco Vincenzi, ph. Filippo Florindo

Del resto, è proprio sulla condivisione di idee (e mondi) che si fonda anche il lavoro di Moninga. Gabriele Goldoni ha fondato l’associazione di volontariato undici anni fa, appena ventiduenne, assieme ad altri sette colleghi d’università. Fresco degli studi in cooperazione internazionale e dopo essere rientrato da un viaggio in Congo, in particolare presso la pediatria di Kimbondo, si è presto reso conto di voler fare qualcosa. Da allora la onlus è cresciuta, arrivando a sostenere progetti sanitari, educativi e assistenziali fino in Etiopia. Un impegno che si è tradotto nel sostegno a ospedali, scuole, orfanotrofi e percorsi di formazione, ma anche nella ricerca di nuovi modi per coinvolgere la comunità.

Ha sottolineato infatti Goldoni: «Ci siamo resi presto conto che la beneficenza difficilmente raggiungeva fasce d’età vicine alla nostra, mentre era proprio quello il target che desideravamo sensibilizzare». Così sabato scorso è stata onorata quella convivialità che da millenni detta le regole della buona tavola, del buon costume e (pure) delle buone cause. Oltre centocinquanta persone si sono ritrovate a condividere un pasto, ascoltando le storie dei volontari rientrati da pochi mesi dall’ultimo sopralluogo a Kinshasa. Hanno guardato video, fotografie, si sono confrontati sulle azioni che anche da lontano possono fare la differenza e, nel frattempo, hanno contribuito alla raccolta fondi che ha superato le iniziative iniziali.

I fondi raccolti hanno permesso di acquistare tre ecografi destinati ad altrettante strutture ospedaliere congolesi, mentre un quarto è stato donato dall’Ospedale Fanfani di Firenze. Il successo della serata non si misura soltanto nei macchinari che presto raggiungeranno le due città Kikwit e Kisangani. Per qualche ora persone che fino a quel momento non si conoscevano hanno condiviso un tavolo, ascoltato storie lontane e discusso di una realtà che, almeno all’apparenza, non apparteneva loro.

I quattro ecografi acquistati arriveranno a destinazione nei prossimi mesi, le conversazioni nate attorno alle due tavolate seguiranno percorsi meno prevedibili. Del resto, la convivialità è anche la storia di tutto ciò che accade dopo il pasto. Perché non sempre una cena cambia le cose, ma spesso cambia il modo in cui le guardiamo.

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