Baciati dal soleIl paradosso italiano della vitamina D

Nel Paese del sole, il colecalciferolo è arrivato in cima alle classifiche dei farmaci più consumati. Tra giornate trascorse al chiuso, carenze reali e promesse ridimensionate dalla ricerca, la vitamina D racconta come una terapia mirata sia diventata una precauzione quasi universale

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Una spiaggia mediterranea, un giorno di luglio. L’ombrellone è piantato, la crema cinquanta è stata stesa due volte, le spalle sono coperte da un telo bianco e il tragitto fino al pedalò ha richiesto la stessa organizzazione di una spedizione polare. Abbiamo imparato a difenderci dal sole – giustamente – come da qualcosa che concede piacere ma pretende cautela.

Tre mesi dopo, lo stesso bagnante entra in un laboratorio di analisi. Nel referto trova un valore basso: 25-OH-D, la forma con cui si misura nel sangue lo stato della vitamina D. Come l’anno prima, e forse come l’anno prossimo. È uno dei paradossi del Paese del sole: passiamo l’estate a cercare l’ombra e l’inverno a comprare la luce in farmacia.

Nel 2023 il colecalciferolo, la vitamina D3 utilizzata nei medicinali, si è confermato al primo posto tra i principi attivi più consumati nell’assistenza farmaceutica convenzionata italiana. Da solo ha rappresentato più di un decimo dei consumi complessivi di quel canale. Anche tra i farmaci di classe A pagati direttamente dai cittadini è risultato il principio attivo più utilizzato. Più che un’integratore, ormai, è una presenza nazionale.

Compare nei referti, nelle prescrizioni, sugli scaffali e nelle conversazioni sul benessere. C’è chi la prende per le ossa, chi per le difese immunitarie, chi contro la stanchezza e chi perché «male non può fare». Da trattamento mirato è diventata, a tratti, una specie di paracetamolo della prevenzione: una risposta disponibile prima ancora che sia chiara la domanda.

Eppure rappresenta un’eccezione già a partire dal nome. La chiamiamo vitamina, ma il nostro organismo è in grado di produrla. Nella pelle, grazie alla componente ultravioletta B della luce solare, comincia una catena di trasformazioni che passa dal fegato e dai reni e conduce alla forma biologicamente attiva. Per il modo in cui viene prodotta e agisce, assomiglia dunque più a un ormone endogeno che alle vitamine essenziali che dobbiamo necessariamente ottenere dal cibo.

Il suo compito meglio documentato riguarda l’equilibrio di calcio e fosforo, la mineralizzazione dell’osso e la funzione muscolare. Nel tempo, però, a questa molecola sono state attribuite responsabilità molto più vaste. Prevenire il cancro, proteggere il cuore, allontanare la depressione, difendere dalle infezioni, sostenere la memoria: la vitamina D sembrava avere ottenuto un impiego stabile nell’amministrazione generale del corpo umano.

L’equivoco nasceva anche da un’osservazione reale. Le persone con livelli bassi presentano spesso condizioni di salute peggiori. Ma un’associazione non dimostra che la carenza sia sempre la causa. Può essere anche la conseguenza di un’età avanzata, dell’obesità, di malattie croniche, di una mobilità ridotta o di una vita trascorsa prevalentemente al chiuso.

Quando gli studi clinici hanno provato a somministrare vitamina D a migliaia di persone generalmente sane, molte delle promesse si sono ridimensionate. Nel grande studio americano VITAL, pubblicato nel 2018 sul New England Journal of Medicine, oltre 25 mila adulti hanno ricevuto 2.000 unità internazionali al giorno oppure un placebo per più di cinque anni. L’integrazione non ha ridotto l’incidenza complessiva dei tumori invasivi né quella dei principali eventi cardiovascolari. Anche sul fronte dell’osso, il quadro si è fatto più cauto: una revisione sistematica appena pubblicata nel 2026 su The BMJ, basata su 69 studi randomizzati e oltre 153 mila partecipanti, ha ridimensionato il ruolo di calcio e vitamina D nella prevenzione di fratture e cadute nella popolazione adulta generale.

La conclusione, però, richiede una virgola importante. Questi risultati non dimostrano che la vitamina D sia inutile. Mostrano che distribuirla a persone generalmente sane, non selezionate per una carenza, una fragilità ossea o un’osteoporosi, non la trasforma automaticamente in uno scudo contro le malattie. È la distanza che separa una terapia da una consuetudine assodata.

Anche l’Agenzia italiana del farmaco ha provato a tracciare questo confine. Nel 2019 ha introdotto la Nota 96, aggiornata nel 2023, per regolare la sua prescrizione a carico del Servizio sanitario nazionale. Il principio è meno meccanico di quanto spesso venga raccontato: non esiste un valore che, da solo, stabilisca chi debba assumere un farmaco.

Contano il dosaggio ematico e il quadro clinico complessivo. Negli adulti senza particolari fattori di rischio, l’aggiornamento del 2023 ha ristretto ulteriormente la rimborsabilità, portando a 12 nanogrammi per millilitro la soglia massima della 25-OH-D. In presenza di condizioni specifiche, invece, valgono criteri differenti. È una distinzione tecnica che racconta bene il cambio di prospettiva: la vitamina D non dovrebbe essere prescritta per scaramanzia. La carenza, però, esiste e in alcune persone ha un peso maggiore: negli anziani che escono poco, in chi soffre di osteoporosi o malassorbimento, in chi assume farmaci che ne alterano il metabolismo, in chi ha la pelle scura e vive a latitudini poco favorevoli o trascorre gran parte delle giornate al chiuso.

Anche l’obesità è associata più frequentemente a livelli ridotti. Essendo liposolubile, la vitamina D viene distribuita anche nel tessuto adiposo e la quantità rilevabile nel sangue può risultare inferiore. In queste situazioni il dosaggio può essere utile e l’integrazione, scelta dal medico per forma e quantità, acquista un significato preciso. La compressa smette di essere un gesto benaugurante e torna a essere ciò che dovrebbe: uno strumento.

Per chi non presenta una carenza o specifici fattori di rischio, la questione è meno comoda di una dose settimanale. La produzione cutanea varia infatti con la stagione, la latitudine, l’ora del giorno, l’età, la pigmentazione, l’abbigliamento e la quantità di pelle esposta. Gli stessi raggi UVB che la rendono possibile contribuiscono, se l’esposizione è eccessiva, ai danni cutanei e all’aumento del rischio oncologico.

Non esiste quindi una razione di sole valida per tutti, né la vitamina D può diventare un lasciapassare per rinunciare alla protezione. Il punto non è scegliere tra salute ossea e melanoma o mettere la crema solare sul banco degli imputati. È riconoscere una contraddizione più quotidiana. Lavoriamo dietro vetri che bloccano gli UVB, ci spostiamo in automobile, ci alleniamo al coperto e affidiamo a due settimane di mare il compito di compensare un anno trascorso tra casa e ufficio. Abbiamo molto sole intorno e pochissimo sole addosso.

Sul piano nutrizionale, la questione si fa controversa. Nel piatto, infatti, la vitamina D è una presenza rara. Pochi alimenti ne contengono naturalmente quantità rilevanti. Le fonti più generose sono i pesci grassi: salmone, sgombro, sardine, aringa e trota. Seguono, molto più distanti, il tuorlo d’uovo e i funghi esposti ai raggi ultravioletti, capaci di aumentare il proprio contenuto di vitamina D2. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha fissato per gli adulti un apporto adeguato di 15 microgrammi al giorno, calcolato ipotizzando una sintesi cutanea minima. Una porzione di pesce grasso può fornire una parte consistente di questo riferimento e, in alcuni casi, avvicinarlo o superarlo. Un uovo o una porzione di funghi ne apportano generalmente molto meno.

Sgombro al forno con limone e origano, sardine alla griglia, una trota, una pasta con le sarde: il Mediterraneo dispone già di un piccolo repertorio solare. Il cibo può contribuire allo stato vitaminico e riportare la vitamina D dentro una vita concreta, fatta di pesce azzurro, uova, movimento e tempo trascorso all’aperto. Ma non basta, da solo, a correggere una carenza importante né a trasformare il menu in una terapia.

La compressa quindi, quando serve, resta una cura. Quando precede la diagnosi diventa invece il simbolo perfetto del nostro rapporto con la salute: preferiamo aggiungere qualcosa al comodino piuttosto che domandarci che cosa manchi alle giornate. Il paradosso italiano della vitamina D è tutto qui. Abbiamo il sole fuori dalla finestra, ma ci siamo abituati a cercarlo nel flacone.

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