L’esito più significativo del recente tour in cinque Paesi del Primo ministro Narendra Modi – Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Italia – non emerge soltanto dai comunicati ufficiali o dalle immagini della diplomazia. Il vero significato del viaggio sta nel progressivo consolidamento di una nuova intesa indo-mediterranea, destinata a collegare India, Golfo ed Europa sul piano commerciale, infrastrutturale, tecnologico, energetico e marittimo.
Per gran parte dell’ultimo decennio, l’Europa ha guardato all’India soprattutto come a un grande mercato e a un partner democratico, mentre l’India ha considerato l’Europa principalmente in termini di commercio, investimenti e accesso alla tecnologia. Questo schema sta però cambiando rapidamente. Sta emergendo qualcosa di molto più strutturale: uno spazio indo-mediterraneo che collega Oceano Indiano, Golfo ed Europa tramite reti commerciali, infrastrutture, corridoi digitali, sicurezza marittima e cooperazione industriale. Il corridoio India-Medio Oriente-Europa (India-Middle East-Europe Economic Corridor, Imec) rappresenta l’espressione più evidente di questa trasformazione.
La logica alla base del corridoio nasce da una dura lezione geopolitica: la vecchia architettura della globalizzazione non è più resiliente. Le crisi nel Mar Rosso, l’instabilità nell’area del Bab el-Mandeb, le vulnerabilità emerse con la guerra Russia-Ucraina e la dipendenza europea da supply chain troppo concentrate hanno modificato profondamente il modo in cui gli Stati concepiscono le rotte commerciali e la sicurezza economica. Per l’India, la sfida è garantire un accesso stabile ai mercati, rafforzare la connettività verso ovest ed evitare di restare intrappolata in una competizione sempre più polarizzata tra grandi potenze. Ne è derivata una convergenza guidata meno da affinità ideologiche e più da comuni preoccupazioni geoeconomiche.
Tuttavia, troppo spesso l’Imec viene descritto in modo semplicistico come un rivale della Nuova via della seta cinese. Si tratta però di una lettura riduttiva. L’Imec non riguarda semplicemente il trasporto più rapido di container da Mumbai all’Europa, ma punta a riorganizzare le interdipendenze strategiche nello spazio eurasiatico attraverso una rete di collegamenti diversificata e basata su regole condivise. Al centro dell’iniziativa vi è la crescente consapevolezza, da parte di India, Europa e Paesi del Golfo, che la globalizzazione non possa più dipendere da singoli choke point, da rotte marittime fragili o da supply chain politicamente concentrate. L’importanza del progetto non risiede tanto nella creazione di un’alternativa unitaria a Pechino, quanto nella costruzione di percorsi commerciali e logistici più diversificati, capaci di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. Sotto molti aspetti, l’Imec riflette l’emergere di una forma di globalizzazione più frammentata e multipolare.
È proprio per questo che il tempismo della visita di Modi in Italia assume particolare importanza. Mentre l’attenzione globale restava concentrata sull’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping in Cina – interpretato soprattutto attraverso la consueta lente della rivalità tra grandi potenze – nello spazio indo-mediterraneo stava prendendo forma un riassetto geopolitico più silenzioso ma altrettanto significativo.
Mentre Washington e Pechino continuano a dominare il linguaggio della competizione strategica, India e Unione europea si stanno concentrando sempre di più sulla costruzione delle basi economiche e infrastrutturali della resilienza strategica: supply chain più sicure, connettività marittima, diversificazione energetica, tecnologie critiche e corridoi commerciali protetti. In questo senso, il dialogo di Modi con Italia ed Europa non è stato marginale rispetto all’evoluzione dell’ordine globale; al contrario, riflette l’emergere di una logica parallela, nella quale potenze medie e attori regionali cercano di ridurre le vulnerabilità sistemiche senza ricadere in una rigida politica dei blocchi.
I recenti negoziati conclusi sul Free Trade Agreement tra Unione e India, insieme all’Eu-India Security and Defence Partnership firmato nel gennaio 2026, mostrano come Bruxelles e New Delhi stiano consolidando la cooperazione nei settori del commercio, della sicurezza marittima, della governance cibernetica e del coordinamento della difesa. La dimensione economica è già considerevole: gli scambi bilaterali tra India e Unione europea hanno raggiunto circa 118 miliardi di euro nel 2024-25, rendendo l’Unione il principale partner commerciale dell’India nel commercio dei beni. Ma il cambiamento realmente significativo è politico. L’Europa ha iniziato a considerare l’India non più soltanto come un mercato, ma come un fattore di stabilizzazione in un’epoca di frammentazione internazionale.
In questo scenario in evoluzione, il ruolo delle potenze medie assume particolare rilevanza. Il futuro della connettività indo-europea non sarà determinato soltanto da Bruxelles, ma anche da una rete di Stati strategicamente posizionati, capaci di collegare politica industriale, infrastrutture marittime e geografia regionale. L’Italia vede sempre più sé stessa come uno di questi attori. La sua posizione nel Mediterraneo, il suo sistema manifatturiero e il crescente interesse per l’Indo-Pacifico consentono a Roma di proporsi sia come stakeholder europeo sia come porta d’accesso geopolitica, soprattutto ora che il Mediterraneo sta tornando a essere un teatro strategico centrale piuttosto che periferico.
L’Italia guarda sempre più all’India attraverso la lente della partnership industriale, della connettività marittima e della centralità mediterranea. La India-Italy Joint Declaration seguita all’incontro tra Modi e il primo ministro Giorgia Meloni riflette chiaramente questo cambiamento. La dichiarazione è significativa non tanto per il suo valore simbolico, quanto per i settori su cui concentra l’attenzione: porti, semiconduttori, minerali critici, logistica, trasporto marittimo, tecnologie digitali, supply chain resilienti e cooperazione infrastrutturale. Anche la crescente rilevanza dell’Italia è legata alla sua posizione geografica.
L’Italia comprende inoltre qualcosa che molti Stati europei faticano ancora a cogliere: il Mediterraneo non deve essere un teatro periferico. Sta rapidamente diventando il nodo centrale che collega il futuro economico dell’Europa all’Indo-Pacifico. In questo senso, l’Imec trasforma l’Italia da economia dell’Europa meridionale a Stato-porta strategico. Porti come Trieste potrebbero diventare nodi fondamentali della nascente rete indo-mediterranea. Il progetto immagina già un sistema marittimo-ferroviario-marittimo che colleghi i porti indiani al Golfo, attraversi Arabia Saudita e Giordania, raggiunga i porti israeliani sul Mediterraneo e infine l’Europa meridionale. La posizione geografica dell’Italia le conferisce un vantaggio naturale nel plasmare questa trasformazione.
Ancora più importante è il fatto che il crescente ruolo dell’Italia aiuta l’Europa a uscire da una trappola concettuale. Per troppo tempo il coinvolgimento europeo nell’Indo-Pacifico è rimasto ambizioso sul piano retorico ma distante sul piano geografico. L’Imec modifica questa dinamica, ancorando fisicamente l’Europa all’Indo-Pacifico attraverso il Mediterraneo e il Golfo.
Sebbene l’Imec riguardi fondamentalmente la diversificazione strategica – il corridoio potrebbe ridurre i tempi di transhipment tra India ed Europa di quasi il quaranta per cento, generando miliardi di dollari di risparmi annuali – l’aspetto più importante resta quello politico. Europa e India stanno tentando di costruire un sistema di supply chain meno vulnerabile a coercizioni, choke point e shock geopolitici.
Le ambizioni più ampie dell’Imec – dalla connettività digitale all’energia verde, dai cavi sottomarini agli hub logistici fino alle partnership industriali – mostrano come il progetto riguardi in ultima analisi la ridefinizione della geografia economica del ventunesimo secolo. L’obiettivo non è soltanto creare nuove rotte commerciali tra Oceano Indiano e Mediterraneo, ma costruire ecosistemi strategici integrati.
Nonostante l’ottimismo che circonda l’Imec, restano però ostacoli significativi. Il più evidente è rappresentato dalla guerra e dall’instabilità in Medio Oriente. La sostenibilità del corridoio dipende in larga misura dalla normalizzazione politica regionale, in particolare nei rapporti tra Israele e Stati arabi. Il contesto successivo al 7 ottobre ha rallentato significativamente il processo di integrazione regionale. L’escalation attorno allo Stretto di Hormuz e le ricorrenti interruzioni del traffico marittimo hanno evidenziato proprio quelle vulnerabilità che l’Imec mira a superare, pur rendendo paradossalmente più difficile la realizzazione del corridoio nel breve periodo.
Il corridoio deve inoltre affrontare ostacoli finanziari e normativi. Alcuni collegamenti ferroviari essenziali restano incompleti. L’armonizzazione tra le diverse regolamentazioni è ancora limitata, mentre i rischi assicurativi e di sicurezza continuano a scoraggiare gli investimenti privati in alcuni segmenti del progetto. Alcune sezioni del corridoio restano poco attraenti dal punto di vista commerciale senza meccanismi di mitigazione del rischio sostenuti dagli Stati.
Esiste poi una questione strategica più ampia che Europa e India devono affrontare con realismo: possono sostenere ambizioni geopolitiche senza un analogo livello di coordinamento politico? I progetti di connettività non sopravvivono grazie ai soli memorandum. Richiedono continuità politica di lungo periodo, coordinamento istituzionale e garanzie di sicurezza. Il successo del corridoio Imec dipenderà meno dalle dichiarazioni dei vertici e più dalla capacità degli Stati partecipanti di mantenere un allineamento strategico nei momenti di crisi regionale.
Tuttavia, liquidare l’Imec a causa di questi ostacoli sarebbe miope. I grandi corridoi geopolitici raramente nascono in condizioni stabili. Emergono proprio quando i sistemi esistenti diventano insufficienti. Le crisi degli ultimi anni – dall’Ucraina al Mar Rosso – hanno mostrato i limiti del vecchio modello di globalizzazione. L’Imec rappresenta uno dei primi tentativi seri di costruire un’alternativa, e in questo quadro l’Italia è ormai diventata uno dei principali punti di riferimento europei per l’India.