Dal Ganimi Kava all’IACome l’innovazione sta cambiando gli equilibri della guerra asimmetrica

Dalle tattiche di logoramento e sorpresa sviluppate da Shivaji Maharaj contro l’Impero Moghul fino ai conflitti contemporanei, la capacità di compensare l’inferiorità materiale ha assunto forme sempre più sofisticate. Oggi droni, cyberattacchi e sistemi basati sui dati estendono questa logica su scala globale, ridefinendo i rapporti di forza tra attori statali e non statali

AP/LaPresse

Più di quattro secoli fa, Chhatrapati Shivaji Maharaj, un piccolo principe dell’India occidentale, sviluppò e perfezionò il Ganimi Kava, una forma di guerriglia pensata per affrontare un avversario immensamente più forte: il potente Impero Moghul. La sua strategia si basava su attacchi rapidi e improvvisi, sull’interruzione delle linee di rifornimento, sulla profonda conoscenza del territorio, sulla sorpresa e sull’inganno. Un modo per compensare la netta inferiorità numerica e materiale delle sue forze.

La guerriglia, tuttavia, non è un’invenzione esclusiva dell’India. Nel corso della storia, anche in Europa molte popolazioni hanno adottato tattiche simili di fronte a eserciti più potenti. In età romana, ad esempio, le tribù della Hispania e della Germania evitavano spesso lo scontro frontale, preferendo imboscate e l’uso di terreni difficili per logorare le legioni. La battaglia della foresta di Teutoburgo, in cui i guerrieri germanici annientarono tre legioni romane sfruttando sorpresa e conoscenza del territorio, resta uno degli esempi più celebri.

Durante la guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814), le formazioni irregolari locali condussero una campagna continua contro le truppe di Napoleone. Non a caso, il termine “guerriglia” deriva proprio dallo spagnolo e significa “piccola guerra”. Tattiche analoghe riemersero nelle guerre d’indipendenza scozzesi e, più avanti, nella Seconda guerra mondiale, quando movimenti di resistenza come quella francese, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito e diverse organizzazioni clandestine polacche ricorsero a sabotaggi, intelligence, attentati e imboscate contro le forze occupanti.

Ciò che rese davvero innovativa l’opera di Shivaji Maharaj non fu soltanto l’uso della guerriglia, ma la sua integrazione sistematica nella dottrina militare e nella gestione del potere. Un principio che si è evoluto nel tempo. Dalle occupazioni statunitensi in Iraq e Afghanistan fino alla lotta contro l’ISIS, attori statali e non statali hanno fatto sempre più ricorso alla guerra asimmetrica in un contesto in cui la vittoria decisiva non è più garantita. Al contrario, situazioni di stallo prolungato sono diventate sempre più frequenti quando una grande potenza affronta un avversario più debole ma determinato.

La guerra tra Russia e Ucraina, che Vladimir Putin aveva inizialmente definito una “operazione militare speciale”, prosegue ormai da oltre quattro anni senza una prospettiva chiara di conclusione. Allo stesso modo, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran – che molti ritenevano potessero provocare un cambio di regime o indebolire il governo fino a favorire una sollevazione interna – hanno prodotto effetti molto più limitati del previsto. Anche il conflitto in Yemen rappresenta un caso significativo: le forze Houthi, sostenute dall’Iran e relativamente meno equipaggiate, avrebbero dovuto essere rapidamente sconfitte dalla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dotata di risorse superiori e di una netta superiorità tecnologica e aerea. Eppure hanno dimostrato una notevole capacità di resistenza.

Nonostante la comparsa delle armi nucleari e il progresso tecnologico militare, la guerra asimmetrica ha dimostrato più volte che attori statali e non statali determinati possono logorare, bloccare o persino mettere in difficoltà avversari molto più forti. Davide continua a sfidare Golia.

In molti casi, attori non statali e regimi autoritari godono di vantaggi strutturali rispetto alle democrazie. Operano spesso senza i vincoli del diritto, del controllo dell’opinione pubblica o delle norme internazionali. Le democrazie, al contrario, combattono con vincoli politici, mediatici e sociali che ne limitano la libertà d’azione, dovendo rispondere non solo ai nemici esterni, ma anche al costante scrutinio interno.

Parallelamente, la guerra dell’informazione si è evoluta insieme alla connettività digitale. Accanto alla propaganda e alla disinformazione, il dominio cibernetico è diventato un vero campo di battaglia. Attacchi informatici possono colpire reti di comunicazione, infrastrutture e sistemi governativi, generando caos e minando la fiducia pubblica. Con la crescente digitalizzazione di trasporti, sanità, energia, finanza e istruzione, aumenta anche la vulnerabilità delle società moderne.

La sovranità digitale, un tempo concetto teorico, è ormai una necessità strategica. La decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ad alcuni modelli avanzati di intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza nazionale mostra chiaramente come l’IA sia diventata parte della competizione geopolitica. Oggi viene utilizzata in ambito militare, nei sistemi autonomi, nell’analisi di intelligence e in una vasta gamma di applicazioni civili. Sta rapidamente diventando uno dei pilastri del potere contemporaneo e quindi della guerra asimmetrica.

Sebbene Stati Uniti e Cina restino gli attori dominanti sia nella guerra convenzionale sia in quella asimmetrica, lo sviluppo delle tecnologie emergenti – in particolare l’intelligenza artificiale – sta progressivamente riequilibrando il campo di gioco. Paesi come Italia e India, pur non disponendo della massa militare delle superpotenze, possiedono basi industriali e tecnologiche che potrebbero consentire loro di ridurre il divario.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato come la potenza militare tradizionale – aerei, navi, carri armati e sistemi d’arma costosi – possa essere messa in difficoltà da piattaforme relativamente economiche e senza equipaggio, operanti su più domini. Allo stesso tempo, operatori cyber altamente specializzati possono compromettere satelliti, sistemi di guerra elettronica e reti critiche. Software malevoli possono causare danni rilevanti alle infrastrutture civili, generando effetti psicologici e politici ben oltre il campo di battaglia.

Le fondamenta della guerra asimmetrica moderna non si misurano più soltanto in mezzi militari tradizionali, ma sempre più in capacità di calcolo, banda, talento tecnologico, innovazione e accesso all’energia. In molti sensi, l’era digitale sta riportando la guerra a una dimensione quasi “artigianale”, in cui singoli individui o piccoli gruppi possono sviluppare capacità un tempo riservate alle grandi potenze industriali. L’era industriale ha concentrato il potere; quella digitale lo sta redistribuendo.

A questo punto, la domanda è: su cosa dovrebbero puntare gli Stati per mantenere un vantaggio?

Innanzitutto sulla resilienza tecnologica e sul riciclo delle risorse. I minerali critici restano fondamentali, ma l’evoluzione tecnologica potrebbe ridurne gradualmente la centralità. Nuovi materiali come il grafene potrebbero integrare o sostituire il silicio in alcune applicazioni, mentre il riciclo avanzato potrebbe recuperare una quota crescente di materie prime dai rifiuti industriali.

In secondo luogo, l’accesso a energia affidabile ed economica diventa cruciale. Le rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma richiederanno progressi nei sistemi di accumulo e una minore dipendenza da materiali critici. Nel medio periodo, il nucleare – in particolare i piccoli reattori modulari – potrebbe rappresentare una delle soluzioni più pragmatiche per la sicurezza energetica.

Terzo: la protezione delle infrastrutture di comunicazione e della banda. I cavi sottomarini sono già obiettivi sensibili per attori statali e non statali. Parallelamente, le comunicazioni wireless ad alta capacità determineranno sempre più il controllo dei flussi informativi e della consapevolezza situazionale.

Nonostante il dibattito politico sull’immigrazione, tre categorie di lavoratori resteranno strategiche: manodopera, personale sanitario e professionisti Stem altamente qualificati. Questi ultimi saranno i “combattenti” dell’era digitale.

La competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità di attrarre questi talenti. Che un Paese abbia una rendita demografica o affronti un declino della popolazione conterà meno rispetto alla qualità della vita, alla libertà individuale e al benessere complessivo.

Le forze armate del futuro non vinceranno solo grazie alla forza bruta, ma attraverso operatori in grado di gestire sciami di droni, interrompere comunicazioni in tempo reale, difendere infrastrutture critiche e coordinare sistemi autonomi su più domini. Anche il GPS, da vantaggio strategico, sta diventando una vulnerabilità, imponendo lo sviluppo di sistemi alternativi di navigazione.

Stiamo entrando in una nuova fase storica. Le tecnologie che stanno trasformando la vita quotidiana stanno ridefinendo anche la guerra e la pace. La guerra asimmetrica non è più una tattica dei deboli: è diventata il principale paradigma attraverso cui il potere viene esercitato, contestato e ridistribuito nel XXI secolo.

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