Davanti alla cattedra c’era il professor Romani. Non lo vedevo dalle ore passate nell’anticamera del suo studio in attesa di parlare della tesi e stentai a riconoscerlo: il tempo gli aveva asciugato le spalle. Mi aveva fatto sgobbare per mesi. Diceva che ero la laureanda più brillante e che un amico editore avrebbe di sicuro accettato di pubblicare la ricerca una volta completa. Dopo la laurea, in effetti, una pubblicazione c’era stata. Su una rivista di settore era uscito un articolo firmato da Romani – che non si era degnato neanche di citarmi. Per questo non avevo proseguito la carriera accademica. Il mondo universitario non faceva per me. Troppo arrivismo, troppi rapporti da tenere per non affondare, troppe cerimonie e ostentazioni, troppe attese.
Due file dietro Romani, Gloria. Si sistemò i capelli dietro l’orecchio, prese appunti e annuì col mento come una brava scolaretta. Lei ce l’aveva fatta a coronare il suo sogno. Avevo saputo scorrendo il profilo Facebook che dirigeva una casa-famiglia in un quartiere periferico di Roma. Accanto a lei Gaetana Girelli, figlia del temutissimo professore di Psicologia dello Sviluppo 1, ora assistente di Romani. A due banchi da me, sulla sinistra, c’era Alessandro, uno dei pochi ragazzi che avevano frequentato la facoltà. Non aveva più i rasta fino alla schiena, ma sembrava ancora lo studente tre anni fuori corso che aveva seguito le lezioni tra una manifestazione e un concerto. Lo avevo incontrato mesi prima e mi aveva raccontato che lavorava in libreria. Si era sposato con una ragazza norvegese e aveva avuto un figlio che si chiamava Syd – come il cantante dei Pink Floyd, aveva precisato. «E tu?» mi aveva chiesto accorgendosi che gli fissavo la fede al dito. «Io niente», avevo risposto. Quella mattina Alessandro alzava di continuo la testa al soffitto, poi tornava a Giulivi. Le sue distrazioni mi sollevarono solo in parte dalla sensazione di essere l’unica in sala le cui ambizioni del passato si erano arenate. Avevano tutti una strada di cui essere fieri o lamentarsi. Una vita, magari non perfetta, non completa, ma in movimento.
Eppure, forse, in quel gruppo ero l’unica consapevole del limite del nostro tempo, pensai. Il senso dell’immortalità l’avevo perso quando avevo iniziato a lavorare di nascosto sui discorsi funebri. Per anni offrire sostegno ai parenti colpiti dal lutto mi era sembrata una sorta di vergogna, qualcosa che avrebbe dovuto ispirare repulsione. Tanto da non aver mai confessato ai miei genitori quel secondo lavoro. Nemmeno a Michele. Avevo accampato scuse, accatastato bugie, fatto sparire appunti, fogli, tracce. Avevo pensato che i miei avrebbero scatenato un finimondo, non solo perché avrei dovuto cercami qualcosa di serio anziché le pompe funebri e le cooperative sociali dove lavoravo, è che sarebbe stato inaccettabile sapermi sul libro paga dei Morenzi (in nero e a percentuale). E poi Michele, spezzato dalla morte della madre, come avrei potuto parlargliene? Nel tempo il silenzio si era sedimentato, giorno su giorno s’era indurito fino a diventare un segreto che vivevo con un senso di colpa e godimento insieme.

Tratto da “La Guardiana”, di Caterina Battilocchio, Garzanti Editore, 2026, 18€, 336 pagine