Puntare un coltello alla gola dell’Europa è oggi tanto facile quanto premere un interruttore. L’Unione, da organo complesso e a tratti compassato quale è, sta cercando di reagire a suon di regolamenti. Ma la coperta è corta, e per difendersi è costretta a spostare i suoi fondi da una priorità all’altra. Quanto potrà durare ancora la partita a Monopoly di Ursula von der Leyen?
È del 3 giugno la notizia dell’annuncio di un nuovo pacchetto di misure dal nome roboante, il Tech Sovereignty Package (Tsp). L’idea, secondo la Vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, è quella di impedire che nessun barone digitale (americano o cinese che sia) possa minacciarci o addirittura premere quel famoso interruttore. In primo luogo per quanto riguarda i sistemi di cloud e intelligenza artificiale, le aziende e le amministrazioni pubbliche fanno ricorso per la maggior parte a sistemi con casa madre statunitense. Amazon, Microsoft e Google detengono il settanta per cento della quota di mercato europea e investono circa dieci miliardi di euro a trimestre nell’Unione, mentre la quota combinata dei produttori europei è scesa al tredici per cento. Le soluzioni del Berlaymont implicano introdurre un sistema di misurazione della sovranità per cloud e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di imporre agli operatori che forniscono servizi cloud in settori sensibili – energia, sanità, amministrazioni e servizi pubblici – requisiti più stringenti sulla localizzazione dei dati, sul controllo della catena di fornitura, sulla proprietà delle infrastrutture e sull’indipendenza dalla giurisdizione di Paesi terzi.
Infine, mira a triplicare entro sette anni la capacità di data center in Europa con una serie di facilitazioni su accesso a terreni e finanziamenti, energia, acqua. I data center sono strutture altamente idrovore ed energivore (In Irlanda nel 2024 alimentarli ha richiesto il ventidue per cento del consumo elettrico nazionale, superando il consumo domestico urbano) ma soprattutto necessitano suolo. In Europa stanno già sorgendo i primi comitati contrari al “riarmo digitale” e l’accettazione sociale rischia di essere uno scoglio per le ambizioni di sovranità brussellesi.
Ma le difficoltà non finiscono qui. Al di là delle tempistiche (il Tsp dovrà passare attraverso il processo di varo del trilogo) dove sono i soldi per pagare questo ambizioso pacchetto? Il finanziamento di tutto è rinviato al bilancio europeo 2028-2034, tramite un Fondo competitività da due miliardi. Ma siamo nel regno dei sogni dei policy officer, anche perché il divario di dipendenza è stimato in 264 miliardi. La seconda misura del pacchetto è un Chips Act parte due, per rafforzare le filiere di produzione di semiconduttori e chip. Senza la pretesa di fare i conti in tasca a Bruxelles, si tratterebbe di un Chips Fund per finanziare le start-up e le imprese del tech. Anche questo stanziamento è rinviato al 2028. Per dare un ordine di grandezza, il primo Chips Act mobilitava oltre cinquantadue miliardi di euro, tra pubblici – in prevalenza degli Stati – e privati.
Il 5 giugno il Commissario al commercio Maroš Šefčovič ha provato a fissare un altro paletto per rafforzare il grande progetto dell’autonomia strategica. La Commissione vorrebbe obbligare le imprese dei settori critici a rifornirsi da almeno tre fornitori distinti, in maniera tale da aumentare la diversificazione e quindi la sicurezza delle supply chains. Per sostenere l’industria del tech, quella dell’energia pulita, il comparto farmaceutico (l’Europa dipende dalla Cina per i principi attivi necessari a produrre farmaci salvavita) serve renderla invulnerabile alle coercizioni. Quale sia il costo per farlo è tutto da discutere. Bruxelles può pure obbligare le sue imprese a diversificare, ma non può obbligare nessuno a investire in alternative che, finché il prezzo è deciso da un Paese terzo, restano difficilmente bancabili. Lo ha spiegato Bernd Schäfer, direttore di EIT RawMaterials, organizzazione che lavora sul rafforzamento delle filiere europee delle materie prime. L’Europa deve darsi un proprio indice di prezzi, un parametro di riferimento trasparente e alternativo all’orbita cinese. Pechino non è solo il principale estrattore e raffinatore. I prezzi di gran parte delle materie prime critiche, in particolare delle terre rare, vengono fissati da due agenzie cinesi (Asian Metal e Shanghai Metal Market) che recepiscono direttamente le indicazioni del governo. Un privato che volesse aprire una miniera, una raffineria o una fabbrica di chip in Europa, non avrebbe un parametro affidabile per calcolare i ritorni, perché basterebbe una mossa di Pechino a spostare l’ago e modificare ogni previsione su vendite e ricavi. Schäfer afferma che tale indice potrebbe coinvolgere non solo l’Europa, ma anche paesi “amici” come gli Usa (ed è tutto un dire), l’Australia, il Canada e la Gran Bretagna. Gli americani stanno pensando anche ad un price floor, un prezzo minimo garantito da estendere a tutta l’area occidentale tramite la Mineral Security Partnership a cui l’Unione partecipa, così da isolare il proprio mercato dai ricatti e dal dumping e quindi rendere più conveniente investire.
Lo stesso 3 giugno la Commissione ha concesso agli Stati di usare una parte della flessibilità fiscale che avevano ottenuto per la difesa per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’escape clause dai vincoli di bilancio era nata per permettere ai governi di spendere fino all’1,5 percento del Pil in armi, ma ora si potrà dirottare fino allo 0,3 percento di quella quota sulla transizione energetica. La spinta per questo scostamento è giunta proprio da Roma, che però voleva più fondi per finanziare il taglio delle accise in risposta alla crisi di Hormuz, che non ha ottenuto. Al contrario, Giorgia Meloni potrà spendere quei soldi per finanziare misure come reti elettriche, infrastrutture per le energie rinnovabili, sistemi di accumulo, interconnessioni, elettrificazione industriale. Sicurezza energetica e sicurezza militare non sono compartimenti separati, ma convivono e si condizionano vicendevolmente. Riconoscerlo è già un passo avanti. Ma la Commissione non ha trovato risorse nuove, ha semplicemente spostato una piccola parte di un budget che non possiede, in quanto è degli Stati. L’Europa allarga il perimetro dell’autonomia strategica più in fretta dei mezzi che dovrebbero sostenerla.
La sovranità non si costruisce per decreto, l’industria non nasce solo regolando il mercato perché l’allocazione dei fondi dovrebbe riflettere la domanda reale e non le preferenze di un ufficio. In meno di dieci giorni l’Unione europea ha annunciato di voler essere sovrana sul cloud, sui chip, sulle materie prime, sull’energia e sulla difesa. Ma l’autonomia si paga, e al momento il portafoglio più capiente ce l’hanno gli Stati, non la Commissione, e possono opporsi in qualsiasi momento al varo dei pacchetti proposti dalle direzioni generali. È purtroppo una questione di vile denaro, e nient’altro. Scrivere regole chiare è necessario, ma per poter competere allo stesso livello di Washington e Pechino serve essere più veloci, decisi e serve spendere. Sappiamo elencare con precisione tutte le vulnerabilità, gli angoli ciechi e le dipendenze, ma possiamo veramente permetterci di superarle?