«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani!». La celebre frase attribuita allo statista piemontese Massimo d’Azeglio ben riassume la questione che l’élite politica deve affrontare ad unificazione compiuta. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, l’italiano era parlato da una quota compresa fra il 10 e il 25% della popolazione (Lepschy, 1990, pp. 65-9).
Come socializzare ai valori della nuova nazione quanti fino a quel momento avevano vissuto all’interno degli Stati preunitari? Come garantire la necessaria legittimità alle nuove istituzioni? Nel tentativo di risolvere tali questioni la classe dirigente liberale si ispira a una visione idealizzata del modello britannico, attratta dalle potenzialità modernizzanti di un sistema politico fondato sul circolo virtuoso fra il confronto e l’alternanza (bipartitica) a livello parlamentare e le sollecitazioni provenienti da una società attiva e propositiva (Cammarano, 1999).
Il processo di unificazione realizzato da Cavour rappresenta un capolavoro diplomatico costruito sull’utilizzo spregiudicato delle alleanze internazionali in chiave antiasburgica. Tuttavia, in seguito alla rapidità di tale processo, l’Italia affronta in rapida successione sfide che altrove sono state diluite nel corso dei secoli: l’edificazione dell’armatura statuale in grado di garantire sicurezza esterna e interna; la costruzione della nazione, intesa come identità condivisa e manifestazione di legittimità per il nuovo sistema politico; lo sviluppo della partecipazione popolare e la redistribuzione delle risorse (Guarnieri, 2006).
A causa dell’allineamento temporale di tali questioni e dell’eredità politico-amministrativa degli Stati preunitari, che non costituisce una base di legittimità sufficiente, per il sistema politico italiano il rischio di sovraccarico delle domande risulta congenito (ibid.; Ziblatt, 2006).
Alla presenza di una ridotta lealtà istituzionale nel Mezzogiorno si aggiunge la difficoltà di connettere alle nuove istituzioni il capitale sociale esistente in altre porzioni del paese, a volte caratterizzato – come in Veneto – da venature antistituzionali. Proprio allo scopo di provare a sanare il deficit di legittimazione del sistema politico, nel 1881 Sidney Sonnino chiede l’introduzione del suffragio universale.
La popolazione, nota Sonnino (cit. in Maranini, 1967, p. 224), si sente «estranea affatto alle nostre istituzioni […], in una parola, lo Stato nostro non poggia su quella base solida e sicura che è il consenso di tutti i suoi cittadini. Esso è costituito in diritto da poco più del 2% della popolazione e nel fatto da meno dell’1%».
Tuttavia, una posizione cosiffatta si rivela minoritaria. Infatti, ispirandosi al gradualismo di stampo britannico, l’élite liberale prevede una strategia di integrazione “indiretta” (cfr. cap. 2), con ampliamenti successivi del potere di influenza politica a cerchie di attori della società, progressivamente convertite alle regole del parlamentarismo. Lo testimonia la ratio della prima legge elettorale dell’Italia unita, che è infatti orientata a proteggere le arene decisionali dalle incursioni di gruppi potenzialmente ostili (Zincone, 1992).
Mutuando la Carta costituzionale dello “Stato predecessore”, il Regno di Sardegna, l’architettura istituzionale del nuovo Stato ne riproduce alcune caratteristiche su scala più ampia. Il governo è nominato dal re ed è responsabile di fronte alle Camere, ma senza che si specifichi la necessità di un rapporto di fiducia con il Parlamento. Ciò significa che non è statuita alcuna forma di accountability interistituzionale fra governo e Parlamento.
Lo Statuto, addirittura, stabilisce che al Re «solo appartiene il potere esecutivo […] [il Re] dichiara la guerra, fa i trattati […] dandone notizia alle Camere tosto che l’interesse e la sicurezza dello Stato lo permettano» (art. 5).
L’accountability tra le istituzioni costituisce una prerogativa quasi esclusiva del monarca, il quale influenza la scelta del capo del governo e dei principali ministri (Cotta, Verzichelli, 2008, pp. 44-5), come accadrà nel 1922 con la nomina di Mussolini dopo la marcia su Roma (Pezzino, 2002, p. 17). Tale scelta deriva da una convinzione profonda: la Corona condivide con ampi settori della società la sfiducia nel Parlamento, nel timore che all’interno di tale organo costituzionale si affermi una proposta di mutamento nella forma di governo che neghi il suo fondamento monarchico.
Pertanto, in Italia non si realizza un sistema simile al cabinet inglese, caratterizzato dal bilanciamento dei poteri della monarchia e delle garanzie di controllo parlamentare. Questi squilibri non sono compensati da ulteriori forme di controllo: la ristrettezza del suffragio esclude dai meccanismi di accountability e responsiveness la maggioranza della popolazione, mentre le difficoltà finanziarie dello Stato consentono solo una limitata estensione dei diritti di cittadinanza sociale.
Tali condizioni comportano il radicalizzarsi delle contese, che si aggiunge a un rispetto solo parziale della rule of law da parte dei governanti: le modalità di gestione del conflitto sovente contraddicono i principi del liberalismo e favoriscono la riproduzione del capitale sociale in ambiti lontani e contrapposti rispetto alle istituzioni politiche.
Dopo il Risorgimento la classe dirigente e gli intellettuali sono dilaniati da un dubbio, che riguarda proprio la strada da seguire per “fare gli italiani”: l’Italia deve diventare una potenza civile o imperiale? Esponenti democratici come Giuseppe Zanardelli (1878, cit. in Cammarano, 2024, p. 219) hanno pochi dubbi:
In Italia […] dove abbiamo tanto da invidiare ad altre nazioni in prosperità, in ricchezza, in potenza, facciamo che sempre più le altre nazioni ci abbiano ad invidiare il pieno possesso delle libertà pubbliche, che sono la nostra forza, la nostra dignità, il nostro orgoglio, che ci sono prezioso e sacro compenso alla mancanza di altre grandezze
