
I cavalli bianchi al galoppo per quella specie di autostrada urbana di Roma che si chiama via Cristoforo Colombo l’altro giorno sembravano il simbolo di una Repubblica a briglie sciolte che incede verso l’ignoto.
Quei cavalli avrebbero dovuto sfilare alla Festa del 2 giugno, ma erano sfuggiti non si sa come e perché: un brutto presagio? L’appuntamento per gli ottanta anni della Repubblica quest’anno sarà una festa di piazza, non dunque il tradizionale mega-ricevimento nei giardini del Quirinale, appuntamento diventato negli ultimi anni più kitsch che glamour, troppe fidanzate e fidanzati, troppi tacchi dodici, troppi ipocriti sorrisoni tra gente che si detesta, troppo contrasto con la realtà.
Meglio la Festa tendenzialmente di tutti: più “mattarelliano” come omaggio. Bravo, Presidente. Eppure la scena dei cavalli impazziti sull’asfalto rovente della Colombo e delle Terme di Caracalla è stata come uno nuvolone nel cielo. È superstizione, ma insomma… La Repubblica è forte. Ma bisogna stare attenti: non sono tempi felici. Perché si avverte come un’aria di fine stagione senza che sia chiaro cosa accadrà dopo. L’economia, la giustizia, i giovani, la cultura, la posizione internazionale: se ci si pensa, non esiste un solo capitolo della vita nazionale che poggi su un fondamento di certezza.
Ecco, al di là delle critiche di giornata che si possono fare al primo esecutivo di destra di questi ottant’anni di storia repubblicana, si può ben dire che la responsabilità maggiore del governo Meloni è di non aver saputo dare una prospettiva credibile a nessun segmento della società. In nessun campo. L’Italia dunque è più debole di prima.
Colpa esclusivamente di Giorgia Meloni? No. La sinistra e dintorni dovrebbero essere in pieno slancio in vista di un volo agevole, ed invece sta lì rannicchiata al sole come un gatto pigro. In questo mix tra incapacità della destra e inanità di una sinistra che si balocca con patrimoniali, salari minimi, disarmi e pale eoliche sta il vuoto esistenziale dell’attuale politica. La destra e il centrosinistra paiono inadeguati davanti a sfide enormi – di intelligenza artificiale si occupa Robert Francis Prevost, non Elly Schlein.
Non che siano mancati, in otto decenni, altre e più drammatiche fasi di crisi della Repubblica. Ma si riteneva, o comunque molti ritenevano, che dopo la fine della Prima Repubblica, il collasso del berlusconismo, gli incerti anni di una transizione un po’ progressista un po’ populista un po’ tecnica, un’uscita a destra sotto la direzione di una donna giovane potesse essere un’occasione per sistemare almeno qualche pezzo del sistema. Oggi possiamo dire che non è stato così.
Gli ottant’anni che ci separano da quel solare 2 giugno 1946 sono stati costellati da alti e bassi: come la vita umana ma un senso comunque c’era. Non lineare, ma c’era. Oggi abbiamo un grande presidente della Repubblica e tutt’intorno una spaventosa incertezza. Altro che protagonisti sulla scena mondiale, l’Italia sembra piccola e provinciale mentre alza i ponti levatoi all’Ucraina nell’Unione europea.
Ci sono simboli piccoli che scavano come le talpe: non andiamo ai Mondiali di calcio, persino Sinner si è fermato. Si litiga su qualunque cosa, i social andrebbero chiusi per qualche tempo. Persino la nostra letteratura, il nostro cinema, la nostra musica si presentano timidini, scontati, cose già viste e già sentite. E dunque sono passati ottant’anni, e l’Italia è anchilosata, ripiegata su se stessa, impaurita da quei cavalli bianchi della Repubblica che correvano pazzi senza meta.