SoncinomicsL’Italia è una Repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti

I più contrari alla patrimoniale sono gli squattrinati (e sono tanti) che vivono o che sperano di vivere col patrimonio dei nonni: e guai a chi glielo tocca

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Ho capito la questione della patrimoniale parlando con una ragazza di romanzi rosa (in neolingua: romance). La ragazza mi stava spiegando che il romance era la ragione per cui era andata, il mese scorso, al Salone del libro di Torino.

Io annuivo pensando fortissimo a Wanna Marchi. Le avevo viste, al Salone, le indicazioni per il (chiedo scusa per le brutte parole) pop-up romance, ma non avevo approfondito cosa fosse. Era il trionfo di ciò che vuole il mercato: libri per lettrici semianalfabete che, invece di comprarsi gli Harmony all’edicola del mare come facevamo noialtre a dodici anni, si comprano a venticinque quelli che chiamano pretenziosamente romance e vanno a farseli autografare dalle autrici.

Ma lo sai, mi diceva la ragazza, che ci sono quelle che arrivano coi trolley? Lo sapevo, me l’avevano raccontato anni fa quando avevo scritto di non ricordo quale di queste autrici di romanzi rosa e nutrici di analfabetismo che hanno lettrici assatanate che arrivano con l’opera omnia per le foto e le dediche.

Ma mi par di capire, leggendo in ritardo sulla pagina del sito del Salone che informava le visitatrici (femminile sovresteso) circa le condizioni di accesso, che sia stato necessario arginare i trolley. «Quanti libri posso farmi autografare ad [sic] ogni firmacopie?», chiedeva la frequently asked question. «Potrai portare con te un massimo di 2 libri a [sic] ogni meet&greet a cui parteciperai», risponde il Salone, nell’evidente speranza che la domandatrice impari dalla risposta a non adoperare l’eufonica nella domanda.

Il meet&greet, lo dico casomai foste tra i quindici adulti rimasti sul pianeta, è un’usanza che si colloca all’incrocio di capitalismo, culto della personalità, mitomania e relazioni parasociali. Io – io lettore, io spettatore, io disperato qualunque – pago, e tu – tu cantante, tu scrittore, tu semidio da quando non crediamo più nell’aldilà ma crediamo nella fama – mi saluti, ti fai una foto con me, fingi di ascoltare come mi chiamo, mi fai splendere per cinque secondi di fama riflessa.

Per andare al romance pop-up (mi scuso per il lessico) le visitatrici pagavano 55 euro, ma la ragazza con cui ho parlato mi ha detto 90, perché evidentemente l’ha percepito più costoso, l’ha percepito un sacrificio economico, l’ha percepito un investimento quanto i 70 euro di non so che edizione di “Twilight” col dorso colorato che mi ha spiegato di aver dovuto proprio comprare, è stato più forte di lei, pur vergognandosi del suo consumismo.

Io non le ho detto, perché certe vergogne le confesso solo quando siamo in più di due, che una decina d’anni fa ho speso duecento euro per una tiratura limitata autografata da Gay Talese di “Frank Sinatra has a cold”, e che una quindicina d’anni fa, avevo rimosso ma purtroppo le transazioni delle carte di credito lasciano tracce, ho speso 460 sterline, mi vergogno anche solo a ricopiare la cifra, per un libro con le foto che Eric Meola aveva fatto a Bruce Springsteen per la copertina di “Born to run”. È arrivato, ho detto «che bello», l’ho messo su un ripiano e non l’ho mai più sfogliato.

Ora voi penserete io stia per dire che la patrimoniale non mi riguarderà mai perché spendo accuratamente tutto in stronzate, e se compri golfini di Prada e libri di fotografie poi non te li possono tassare come ti tasserebbero gli appartamenti, e vai a capire se questo ne faccia un investimento più sciocco o più saggio.

Ma no, la ragione per cui parlo della ragazza dei romance è che lei e le altre che racconta d’aver visto coi trolley al Salone sono coetanee di quelle (forse sono addirittura proprio loro) che vediamo sui social lamentarsi perché i libri costano troppo. Venti euro per leggere qualcuno di più intelligente di te no, ma cinquanta per l’autoscatto con un’analfabeta romantica allora sì? Quindi i soldi ce li hai, è che vuoi – giustamente – spenderli come pare a te. Meglio: i soldi non ce li hai, altrimenti non ti peserebbero dilatandosi nella memoria i 55 euro di biglietto, ma ce li hai, cioè hai la vita che avresti se i soldi li avessi. La vita in cui 55 euro li spendi senza esitazioni.

La tesi che volevo esporvi oggi riguarda non la patrimoniale in sé ma la patrimoniale in noi. Leggo continuamente polemiche sul fatto che i più contrari alla patrimoniale sono quelli che non hanno soldi, e quindi non si capisce perché difendano il fatto che i ricchi paghino meno tasse invece di fare, come sarebbe di loro competenza, la lotta di classe. Poiché quasi tutto ciò che so della politica l’ho imparato da “The West Wing”, pensavo c’entrasse quella puntata in cui i deputati afroamericani sono contrari alla tassa di successione, e qualcuno dice che è perché la prima generazione di milionari neri sta per morire, e qualcun altro risponde che il problema del sogno americano è che pensi sempre che riguardi anche te.

Ecco, non avevo capito quanto siamo diventati americani, ma non nel senso dell’ascensore sociale. Quelli che parlano della figura, non so se immaginaria o reale, dell’italiano squattrinato contrario alla patrimoniale, quelli dicono che il povero mitomane s’illude che diventerà ricco, e io ci avevo creduto.

Ma poi ho capito che il problema non è la convinzione che domani vincerò al Totocalcio (esiste ancora?), il problema è sempre il solito: che siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti.

Le generazioni precedenti pagano le scuole private ai nostri figli, le generazioni precedenti hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere, le generazioni precedenti non andavano al ristorante tutti i giorni e all’estero tutti i weekend, e quindi hanno messo da parte patrimoni.

E quindi le generazioni successive, che nei giorni pari frignano perché i boomer si compravano casa con venti milioni di lire e a noi diecimila euro neanche bastano come cauzione per l’affitto, gli stessi frignoni abituati a vivere al di sopra delle loro possibilità, loro nei giorni dispari non vogliono che lo Stato, quest’entità astratta e rapace, intacchi i patrimoni dei loro nonni, perché i patrimoni dei loro nonni sono quelli grazie ai quali vanno a Londra con la disinvoltura con cui i nonni andavano al paesello, i patrimoni dei loro nonni sono quelli che permettono loro di prendere lauree inutili con cui baloccarsi cercando il lavoro dei sogni, i patrimoni dei loro nonni sono la ragione per cui loro vivono una vita che non potrebbero mai permettersi. I patrimoni dei loro nonni guai a chi glieli tocca.

Ieri mi è apparso un tweet (o come si chiamano ora) in cui una tizia raccontava d’aver visto, al supermercato, una donna dire alla cassiera di smettere di passare le cose che aveva preso non appena raggiungeva i venti euro di prezzo. Mentre non era in grado di fare più di venti euro di spesa, questa figura simbolica avrebbe discusso con l’amica che era a favore della patrimoniale: lei e la sua carta di credito con meno di ventun euro di disponibilità erano contrarie.

Non importa che l’aneddoto fosse probabilmente inventato come i novanta euro del romance torinese, importa solo che la scena avrebbe una logica che chi la riportava su Twitter non ha individuato.

Un giorno la nonna di quella signora squattrinata morirà, e meno tasse avrà pagato, la nonna, più intatto sarà il patrimonio che le lascerà. Un giorno l’ex squattrinata potrà fare la spesa senza neanche ascoltare quant’è il totale mentre striscia la carta, e non potrà farlo perché gli stipendi in Italia saranno aumentati o il costo della vita sarà sceso: potrà farlo perché intanto nessuno sarà stato così scortese da far pagare delle tasse ai benestanti della cui elemosina ha vissuto per la prima metà della sua vita.

Io non vorrei scrivere sempre lo stesso articolo, ma il problema è sempre lo stesso: non quante tasse paghino i pochi veri ricchi (i quali peraltro hanno tutti soldi investiti in modi intassabili, perché la prima cosa che fai da ricco, prima ancora di far installare una risonanza magnetica in tavernetta, è procurarti ottimi commercialisti), ma come camperanno gli italiani quando, fra un paio di generazioni, i soldi delle generazioni precedenti saranno finiti, scialati in RyanAir e altri passatempi da poveri la cui frequenza farà un totale di spesa da ricchi.

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