Il nemico riluttanteL’ultimo timore di Kyjiv, un nuovo fronte dalla Bielorussia

Ultimatum di Zelensky a Lukashenko, stop ai droni dal suo territorio: una guerra dei nervi tra avvertimenti e provocazioni, col dittatore di Minsk che resiste alle pressioni di Mosca per trascinarlo nel conflitto

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko presenzia alle esercitazioni nucleari con i russi il 21 maggio scorso / Ap

Chi ha giocato qualche volta a Risiko lo sa. Se il tuo avversario ti ha messo alle strette e lo hai contro anche in un altro territorio: schiera un paio di carri armati e apri il nuovo fronte. Male non ti farà. 

Ecco, i generali di Volodymyr Zelensky non lanciano dadi in aria, ma temono qualcosa di simile. I russi messi in ginocchio sul fronte sud, con la Crimea quasi isolata, martoriata dai droni, senza più benzina (come raccontato da Linkiesta già due settimane fa), potrebbero decidere di riaprire le ostilità a nord, per la precisione dalla Bielorussia, convincendo Alexander Lukashenko, padre-padrone del Paese da trentadue anni, a entrare in guerra o quantomeno a concedere totale libertà di movimento all’ingombrante alleato. 

La questione non è inedita. Nel febbraio del 2022 l’invasione cominciò così, con parte delle colonne corazzate entrate dal territorio bielorusso in direzione della capitale Kyjiv e con l’imprevista, decisiva resistenza di Chernihiv, città da duecentottantamila abitanti, assediata per cinque settimane e poi occupata per un breve periodo. Memore del passato e visto l’intensificarsi di attività oltreconfine, già a metà aprile Zelensky aveva lanciato messaggi a Minsk, ma è nelle ultime settimane che la tensione si è alzata davvero, fino al vero e proprio ultimatum rivolto venerdì scorso dal leader ucraino: gli impianti di ripetizione del segnale presenti lungo il confine utilizzati per guidare gli attacchi dei droni russi devono essere disattivati. 

«Penso che una settimana gli basterebbe per farlo – ha detto Zelensky, rivolgendosi a Lukashenko -. E il motivo per cui parlo di una settimana è che in questo momento, ogni giorno, i nostri civili muoiono e i bambini restano feriti per questo. Se non lo farà lui, lo faremo noi». 

Al di là delle schermaglie diplomatiche, secondo Kyjiv dall’inizio dell’anno le incursioni dei droni russi sono aumentate del venti per cento, e nella sola regione di Chernihiv ne sono stati abbattuti oltre cinquecento. L’intelligence ha segnalato la costruzione di nuove strade vicino al confine e il dislocamento di artiglieria, mentre le immagini satellitari in meno di un mese avrebbero individuato la comparsa di dieci nuovi lanciatori per droni-kamikaze Geran-5 nella grande base di Tsymbulova, a soli centosettanta chilometri dalla frontiera.   

Gli esperti dell’Institute for the study of war (ISW) e quelli dell’Hudson Institute sono convinti che la Bielorussia non sia una minaccia militare credibile. Le forze armate di Minsk contano meno di cinquantamila uomini, in caso di conflitto Lukashenko potrebbe mobilitarne altri duecentocinquantamila, ma poi servirebbe armarli e l’addestramento per renderli operativi. Soprattutto, la Bielorussia in più di quattro anni di guerra si è ben guardata dall’inviare truppe, limitandosi a sostenere lo sforzo bellico di Vladimir Putin. La morsa del Cremlino, però, si è fatta sempre più asfissiante: il Paese produce a tutto spiano componenti per le industrie militari di Mosca e ospita i suoi ordigni nucleari. A maggio si sono svolte esercitazioni congiunte, con preparativi di lancio dei micidiali missili Oreshnik e secondo BelPol, un gruppo di ex militari oggi tra gli oppositori del dittatore, almeno cinquecento stabilimenti industriali bielorussi producono armi, riparano equipaggiamenti danneggiati, assistono la logistica russa. Insomma, la nazione sarebbe stata trasformata in una immensa fabbrica a supporto dell’invasione.

Meglio prevenire che curare. Così l’Ucraina si prepara al peggio, fortificando da tempo le zone di confine. Peter Beaumont, inviato del Guardian, ha visitato la settimana scorsa il confine con la Bielorussia e ha trovato squadre di operai intente a scavare fossati anticarro, a posizionare denti di drago e filo spinato. 

Anche le schermaglie diplomatiche tra i due Paesi devono essere lette in questa direzione. L’ultimo avvertimento di Zelensky è giunto dopo quello pronunciato a fine maggio da Robert Brovdi, lo stratega della guerra con i droni, secondo cui Kiev avrebbe individuato cinquecento obiettivi in territorio bielorusso e non esiterebbe a colpirli. Lukashenko ha replicato minacciando la rappresaglia su un obiettivo «molto serio», per poi rassicurare il vicino («Non ci si devono aspettare azioni militari dalla Bielorussia, e soprattutto da me»), scusarsi con Zelensky e al tempo stesso definirlo «giovane e inesperto». 

Una guerra dei nervi che potrebbe essere solo al principio, in attesa di capire se l’astuto Lukashenko riuscirà ancora a lungo a non farsi coinvolgere in quella vera. La Russia proverà ad «allineare narrativamente la Bielorussia» hanno scritto gli esperti dell’ISW il 17 giugno nel loro quotidiano resoconto, a proposito di un autobus colpito da droni vicino a Bryansk e a bordo del quale si sarebbe trovata una squadra giovanile di calcio bielorussa. Lo Stato Maggiore ucraino ha negato, l’ha definita un’operazione di disinformazione, Minsk ha protestato blandamente, e la cosa è finita lì. Per ora.

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