Bancale di provaLa farmacia non può diventare il supermercato dei bisogni sanitari inventati

In “Farmaci. Luci e ombre”, Silvio Garattini racconta la presenza sempre più invadente, accanto ai medicinali, di integratori, cosmetici e promesse salutistiche senza solide prove scientifiche

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Come siamo arrivati al commercio di farmaci come se fossero beni di consumo alla pari di vestiti o prodotti alimentari? Questo è il risultato della trasformazione della medicina da servizio a mercato e ogni mercato tende per sua stessa natura a crescere, ad autoalimentarsi. Uno dei fattori che spingono alla crescita è la pubblicità che alimenta bisogni, spesso inesistenti.

La pubblicità oggi è onnipresente, ossessionante, completamente incontrollata, e quindi molto spesso porta a false convinzioni e a bisogni indotti. La televisione diffonde informazioni confuse e spesso ingannevoli su quelli che chiama farmaci, ma che farmaci non sono. Nelle pubblicità che arrivano sulle nostre televisioni, riviste, telefoni cellulari c’è di tutto: prodotti da banco non soggetti alla prescrizione medica, i cosiddetti integratori alimentari, come pure prodotti estetici. I primi hanno principi attivi utilizzati a piccole dosi – rispetto ai farmaci – e per lievi problemi di salute, come mal di testa, diarrea, stipsi o dolori intestinali e solo per trattamenti limitati nel tempo. I secondi (gli integratori alimentari) sono essenzialmente rappresentati da varie combinazioni di vitamine a cui si aggiungono prodotti che tendono a caratterizzarli e a differenziarli tra loro, in generale con estratti di piante.

Non trattandosi di farmaci, la pubblicità non può parlare di effetti terapeutici perché non ne hanno; tuttavia, usa parole ed espressioni che li suggeriscono: immunità, benessere, salute, invecchiamento e così via. E la televisione convince le persone: ancora vale per molti il detto «L’ho visto in TV, sarà vero». Anche chi non viene convinto, si ritrova comunque con qualche dubbio. Come una signora che recentemente mi ha scritto per chiedere se un integratore alimentare poteva contrastare la sua tendenza a mangiare troppi grassi; o un giovane ragazzo che mi ha consultato per sapere se un integratore alimentare per il fitness poteva migliorare il suo ruolo di terzino in una squadra di calcio. Molto spesso, poi, la pubblicità si trova su giornali e riviste, addirittura accanto ad articoli scientificamente corretti che magari criticano l’eccesso di pubblicità e l’inutilità di molti prodotti farmaceutici.

Per non parlare di internet o dei social network. Basta accettare la presenza di cookies per essere sommersi da prodotti di tutti i tipi su cui si vantano effetti spettacolari e si promettono sconti su acquisti di più prodotti (ecco un altro motivo per non essere pigri e quando, aprendo un sito, si presenta la noiosa finestra, andare a cliccare «altre informazioni» per negare il consenso ai cookies non necessari). Ma è il numero di cosiddetti influencer (forse oggi definiti creator) che contribuisce – soprattutto per quel che riguarda i prodotti estetici – al bombardamento mediatico in costante aumento. Come detto, il mercato tende a crescere e usa la pubblicità per creare mode, tendenze, diffondere nuove «filosofie». […]

Purtroppo, nel tempo, come è accaduto per molti altri esercizi commerciali, anche le farmacie hanno visto snaturata, almeno in parte, la loro vocazione iniziale. E infatti oggi in farmacia si vendono molti prodotti che non sono collegati alla salute vera e propria, ma piuttosto all’estetica e ai famosi bisogni indotti di cui abbiamo parlato prima.

La cosmetica farmaceutica è oramai uno dei cosiddetti prodotti salutistici che si traduce in un fatturato di miliardi di euro. Entrando in farmacia, prima di arrivare all’area in cui si possono consegnare le ricette cosiddette «rosse», quelle del Servizio sanitario nazionale, o «bianche» quelle che paghiamo di persona, si passa attraverso una serie di espositori dove c’è di tutto, prodotti sbandierati con altisonanti dichiarazioni di efficacia a cui spesso non corrisponde alcuna evidenza di tipo scientifico.

Affollano scaffali prodotti per l’igiene sostanzialmente non differenti da quelli che si trovano ai supermercati, ma che costano significativamente di più; prodotti vegetali, integratori alimentari, prodotti da banco e tutta una serie di oggetti come scarpe, zoccoli, calze che, stando a quanto indicato nelle confezioni, avrebbero proprietà terapeutiche. Infine, all’uscita troviamo a volte anche un «angolo alimentare», dove oltre a prodotti per chi soffre di celiachia e vuole essere sicuro di cosa cucina o mangia, se ne trovano altri meno legati alla salute: preparati iperproteici, tagliolini più o meno integrali e sughi per preparare pastasciutte dietetiche. […]

Le farmacie potrebbero svolgere realmente il ruolo dei watchdogs, di guardiani della salute, di promotori della prevenzione. In Italia le farmacie che hanno spesso l’intestazione «Farmacia, omeopatia, cosmesi» sono diffuse in modo capillare su tutto il territorio, raggiungendo il numero di 18.164, a cui si devono aggregare circa 2.778 parafarmacie, quindi una farmacia per ogni 3.338 abitanti e una farmacia più una parafarmacia per ogni 2.780 abitanti. Quanto potrebbero essere utili se fossero punti di salute con un ruolo importante per il Servizio sanitario nazionale, rinunciando alla parte mercantile, e si dedicassero in primis alla prevenzione?

 

Tratto da “Farmaci. Luci e ombre”, di Silvio Garattini, Il Mulino, pp. 170, 15 euro

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