«Hai presente quando ti tirano un pugno nello stomaco e resti completamente senza fiato?», raccontò Steve a Newsweek nel 1985. «Devi rilassarti per ricominciare a respirare. È così che mi sono sentito per tutta l’estate.» Per tutta l’estate del 1985 Steve aveva cercato di rilassarsi e respirare. Erano sparite le frenetiche riunioni sui prodotti, le scadenze incessanti e le folle adoranti che fino ad allora erano state la sua vita. Riempiva il tempo con letture, lunghe passeggiate nei boschi e viaggi.
A giugno andò in Italia con la fidanzata, Tina Redse, consulente informatica dallo spirito idealista e un po’ hippy, per esplorare le maestose chiese e i dolci vigneti della Toscana. Traeva ispirazione da tutto ciò che vedeva, persino dai marciapiedi di Firenze rivestiti in pietra serena, un’arenaria locale dalle sfumature grigio-azzurre (in seguito la userà come pavimentazione negli Apple Store).
Poi fu la volta di Parigi. Si chiedeva se non fosse giunto il momento di usare le ingenti fortune accumulate per condurre una vita tranquilla da espatriato americano: leggere letteratura nei caffè e studiare i grandi maestri nei musei. A Tina piaceva l’idea di ritirarsi insieme a lui e stabilirsi lì.
[…] Ma Steve non riusciva a stare lontano dal lavoro a lungo. Voleva continuare a costruire e a creare. All’inizio del luglio 1985 visitò l’Unione Sovietica, dove incontrò funzionari del Partito comunista per parlare della possibile apertura di una fabbrica di Macintosh.
Due giorni dopo Steve abbandonò il suo futuro europeo e tornò in California, meditando di entrare in politica – gli piaceva l’idea di diventare una figura storica leggendaria come John F. Kennedy o Ronald Reagan. Parlò perfino con due consulenti politici, Pat Caddell e Scott Miller, della possibilità di candidarsi al Senato.
Ma aveva un problema: non sapeva se candidarsi nelle file dei democratici o dei repubblicani. Non si era mai nemmeno registrato per andare a votare. Alla fine rinunciò. «Ho ancora troppi capelli per la politica», disse.
[…] Nella sua quiete, Steve stava avviando un processo di riflessione più strutturato per decidere i suoi prossimi passi. Cominciò a elencare punto per punto i suoi progetti preferiti durante gli ultimi dieci anni in Apple. Emergeva una tendenza molto evidente: era attratto dalle iniziative legate all’istruzione. Aiutare scuole e studenti lo riportava in contatto con la sua gioventù felice. Un ricordo spiccava su tutti: l’Apple University Consortium. Avviato prima dell’uscita del Mac, il Consortium era stato un piano per assicurarsi l’acquisto in grandi quantità di Macintosh da parte delle università a prezzi scontati, incoraggiando al tempo stesso i professori a sviluppare la libreria di software di cui Apple aveva bisogno. Il programma era nato da un’idea di Dan’l Lewin, raffinato e brillante esperto di vendite dall’eloquio sicuro e dal volto angelico. […] Nei suoi viaggi si sentiva ripetere sempre la stessa richiesta: i professori vogliono macchine 3M. Il termine 3M indicava postazioni di lavoro con un megabyte di memoria, un display da un milione di pixel e una potenza di calcolo sufficiente a eseguire un milione di istruzioni al secondo.
[…] Steve decise di fondare una nuova azienda dedita alla creazione di un computer 3M. […] Aveva bisogno di una squadra di prim’ordine per costruire la macchina che i ricercatori desideravano davvero. Cominciò così a contattare i colleghi Apple di cui si fidava di più. Convincerli non sarebbe stato facile – Apple, nonostante le difficoltà, restava un marchio di successo. Steve, di contro, era sul punto più basso della sua carriera. Puntare su di lui e sulla sua visione era rischioso. Restare in Apple presentava però anche degli svantaggi. Come Dan’l, molti dipendenti di Apple trovavano indigeste sia la leadership rigida di John sia la tracotanza di Jean-Louis. Sentivano la mancanza della visione di Steve, della sua passione per la tecnologia e del suo stile. Alcuni arrivarono a indossare in ufficio magliette con la scritta «Vogliamo indietro Jobs».
Steve presentò l’idea di fondare una nuova azienda prima di tutti a Rich, chiedendogli di entrare nella startup – ancora senza nome – come vicepresidente dell’ingegneria hardware digitale. Rich, ancora esasperato da Jean-Louis, accettò.
Susan Barnes era un altro obiettivo chiave. La sua competenza finanziaria era indispensabile per raccogliere fondi per la nuova azienda. MBA a Wharton, assunta inizialmente come responsabile della contabilità generale di Apple, era stata promossa a controller della divisione Macintosh, dove era una delle quattro persone che rispondevano direttamente a Steve. […] Bud Tribble, compagno di Susan, era entrato in Apple nel 1981 mentre studiava medicina e conduceva ricerche sui disturbi neurologici nell’ambito di un programma MD/PhD congiunto presso la Washington University. Aveva imparato l’informatica da alcune delle menti più brillanti dell’epoca nel ramo del software e decise di abbandonare un futuro stabile nella medicina per entrare in Apple, dove aveva contribuito a progettare l’interfaccia utente del Mac. Bud apprezzava Steve. Ammirava la sua capacità di portare l’arte nella tecnologia. Insoddisfatti della direzione presa da Apple sotto John, Bud e Susan decisero di partecipare insieme alla nuova impresa di Steve.
George Crow, l’ingegnere analogico che aveva progettato il sistema video e l’alimentazione del Mac, non aspettò neanche la chiamata di Steve. […] Il martedì dopo il fine settimana del Labor Day il telefono di Dan’l squillò mentre era sotto la doccia. Era Steve che gli chiedeva di incontrarlo quella sera a casa sua, a Woodside, per fare una passeggiata. Camminando fianco a fianco, Steve gli espose la sua visione: una nuova azienda informatica incentrata sulle università, il mercato che Dan’l conosceva meglio di chiunque altro.
[…] Steve telefonò a tutti per dare la notizia che rendeva reale la loro congiura: si sarebbe dimesso da Apple la settimana successiva, giovedì 12 settembre. Proponeva che i cinque cofondatori facessero altrettanto il giorno dopo, come raccomandato dallo stesso consulente legale esterno di Apple, Larry Sonsini, che consigliava Steve sul modo più giusto di gestire le dimissioni. «Apple non sarebbe stata una concorrente diretta, non necessariamente», racconterà in seguito Larry per spiegare perché avesse deciso di aiutare Steve. Se erano ancora dell’idea di portare avanti il piano, si sarebbero incontrati tutti a casa di Steve la sera successiva alle sue dimissioni.
Dan’l, Susan, Bud, Rich e George capivano di aver architettato un ammutinamento. Non potevano più tirarsi indietro. Se avevano preso la decisione sbagliata, le loro carriere e le loro vite avrebbero potuto uscirne stravolte.
