
«Mi vivo le nostre giornate con un mix di emozioni pressoché negative che mi fanno soffrire»: Alessio è un avvocato, l’unica categoria che parli un italiano persino più traballante di quello dei medici e dei giornalisti, vive a casa di una donna che ha dieci anni più di lui, e non è che per le emozioni pressoché negative possa cominciare a pagarsi l’affitto.
Tre ore più tardi, quando la fidanzata di Alessio lo convoca al falò di confronto anticipato, lui piange, urla, dice che lei non lo ama perché vuole togliergli questa pazzeschissima occasione, «io questo programma me lo sono studiato col cervello», dice a Bisciglia «tu per me sei una persona importante, anche se non ti ho mai conosciuto». Nel frattempo allo Strega un’attrice declama Pasolini, che se ieri sera avesse avuto un telecomando mica avrebbe guardato Rai 3.
È difficile spiegare la letteratura a chi non ha mai visto “Temptation Island”. È difficile capire, se non hai capito già, che le emozioni pressoché negative sono niente senza la dizione, senza i capelli, senza il tutto e l’abbastanza che ci viene donato ogni estate dai più formidabili addetti al casting della televisione mondiale: quelli che scelgono le coppie che a luglio allieteranno il pubblico di Canale 5.
Come già nell’anno del “Colibrì”, anche ieri sera lo Strega è andato in controprogrammazione a quello con le emozioni pressoché negative che si lamenta che la fidanzata non metta il perizoma, a quella che dice che prima ancora di andare a “Temptation Island” ha fatto le valigie perché sa già che il fidanzato sbaglierà, a quella che siccome litiga col fidanzato «mi sento proprio prosciugare l’animo», a quello che «tu m’hai fatto sempre senti’ sbajato».
Poi è arrivato lo Strega, destinato a uscire sconfitto dal falò di confronto con “Temptation”: inevitabilmente un doppione, dopo tutta quella letteratura. Alla premiazione dello Strega, ogni anno viene chiesto agli scrittori della lingua dei loro romanzi (nessuno risponde mai: è italiano), mentre nessuno domanda a quelli di “Temptation Island” del posizionamento letterario delle loro piazzate in dialetto, nessuno offre un lavoro da traduttori presso Adelphi a quelli che rendono intellegibile Antonio, che strilla che la fidanzata Valentina lo ritiene un debole perché non va «da ’o meccanico a fa’ ’a tarantella», sottotitolando per gli italiani degli altri codici postali il fatto ch’egli non voglia fare una scenata all’elettrauto.
(Allo Strega sottotitolano le letture dei romanzi: sotto Timi che declama Bajani passano le parole madre, genitori, muro; sotto la declamazione della Rasy mare, cerimonia, emergenza: sarà il loro omaggio ai trending topic).
Anche Valentina mantiene Antonio, perché – così come l’editoria ha preso la strada dell’autofiction acciocché gli adulti possano incassare royalties dal regolare conti coi genitori – “Temptation Island” ha deciso che l’istanza più letteraria della società è quella che osserviamo ogni giorno: la crisi in cui entrano le coppie quando le donne guadagnano più degli uomini.
Nessuno chiede alla cinquina del Ninfeo come reagirebbe l’opinione pubblica se «Ti ammazzo, giuro che ti ammazzo», a “Temptation”, non fosse Maria Concetta di Gela a dirlo al fidanzato, ma viceversa; se «Tu da cca’ esc’ muort’» non fosse Valentina di Napoli a dirlo al suo ganzo, ma lui a lei.
Nessuno domanda agli scrittori in attesa di sapere chi di loro avrà la fascetta gialla moltiplicatrice di copie sul libro (Andrea Bajani con “L’anniversario”) se i fidanzati che quando vedono arrivare i manzi retribuiti per tentare le loro fidanzate, con gli addominali professionisti, se i fidanzati che a quel punto vogliono spogliarsi per dimostrare che anche loro hanno il fisico, se quei fidanzati lì rappresentino la crisi del patriarcato o il suo trionfo.
Pensa gli editoriali dolenti se fossero le donne a sentirsi messe in discussione dal fisico altrui e quindi a ritenere di levarsi i vestiti per dimostrare al pubblico che a loro le tette stanno altrettanto su anche se di mestiere non fanno le strafighe tentatrici.
Non c’è, d’altra parte, un Pino Strabioli che vada a “Temptation Island” a chiedere a Sonia, pettinata come in una puntata di “Dynasty”, se davvero soffra per le frasi di Alessio che la regia continua a mandare per dirci che a lei rimbombano in testa. Quei «c’ho il tarlo, io quando vedo una donna che mi piace me la immagino», quei «sento il desiderio, alle volte è viscerale», quei «quando io vedo una donna che mi piace, io ci voglio fare l’amore» con cui Alessio sembra voler emulare Oronzo, quello che nel “Temptation” 2018 aveva «la malattia delle donne», o l’insuperato Tony della scorsa stagione, a un’osservatrice anche distratta paiono un modo un po’ goffo con cui Alessio simula eterosessualità: fossi Sonia, sarei più preoccupata del barista all’angolo.
«Sto pensando a mia madre che se l’è cresciuto come un figlio», si lamenta Sonia sentendosi disamata, per poi formulare le stesse recriminazioni di Valentina, «Lui sta con me solo per comodità: non paga mutuo, non paga affitto»: “Temptation Island” è il romanzo dal quale scopriamo che cos’è successo dopo l’emancipazione, che le cose che agli uomini sono per millenni sembrate normali nei confronti delle donne (mantenerci) sono inaccettabili per le donne nei confronti degli uomini.
Su Maria De Filippi, la cui casa di produzione è responsabile di “Temptation Island”, il ceto medio complessato si divide in due. I più implacabilmente citrulli sono convinti ella sia colpevole dello sfascio del presente: che gli esibizionisti tamarri, il proletariato ambizioso, il paese reale cui pare che sia normale andare a controllarsi le corna in un programma televisivo, che quell’Italia lì l’abbia inventata lei.
Gli altri sanno che Maria De Filippi su quell’Italia lì ha semplicemente acceso un riflettore con più tempismo e mira di quanto abbiano fatto tutti gli altri, e che se Pier Paolo Pasolini fosse vivo farebbe l’opinionista a “Uomini e donne”. Ma non c’illudiamo, noi della metà meno stolida, che basti la De Filippi a ridare alla televisione una centralità che non potrà mai più avere.
Forse quella di ieri, col suo palinsesto perfettissimo in cui Pino Strabioli annuncia che Filippo Timi ora declamerà l’incipit di “Quello che so di te”, il romanzo di Nadia Terranova, e subito dopo dall’altro schermo si sente Sonia che arriva al falò di confronto e dice a Bisciglia «Come stai Filippo?», quella in cui tutto parla con tutto e a tutto e di tutto, è la prima serata da molto tempo in cui la tv abbia un senso, ché ormai in genere ne ha persino meno dell’editoria.
Se la tv avesse abitualmente la centralità culturale che ha nelle sere di “Temptation”, le scritte “Terranova” sui costumi e i copricostume di tutte le concorrenti dell’“Isola dei famosi” (ma anche sui bermuda dei maschi) avrebbero fatto a Nadia Terranova sufficiente promozione da convincere gli amici della domenica a votarla. E invece ormai è tutto finito. Tutto tranne “Temptation Island”, che ha le patatine Cipster in scena con la pervicacia con cui quegli altri avevano i bikini Terranova. Al prossimo premio letterario candidate un autore che si chiami Cipster, e vediamo se vince.