Mentre i pupazzi italiani dei ventriloqui moscoviti, forti di un credito immeritato di indipendenza, imperversano ogni giorno a reti unificate per celebrare la resistenza della Santa Madre Russia all’aggressione ucraina e per giustificarne, con dolente rassegnazione, le inevitabili rappresaglie, che senso ha censire tutti gli eventi mediaticamente minori, quando non insignificantemente minimi, in cui piccole organizzazioni russofile diffondono in modo semi-carbonaro la propaganda di guerra di Russia Today, malgrado dal 2022 un Regolamento europeo ne vieti la diffusione sul territorio dell’Unione?
Che senso ha chiedere che nell’oscurità di una bocciofila o di un teatro amatoriale, davanti a poche decine di persone, non si mostrino le presunte prove grazie a cui i canali ufficiali del Cremlino annunciano l’invasione prossima ventura della Russia da parte delle repubbliche baltiche, quando i Caracciolo, Travaglio, Di Battista, Orsini, D’Orsi e Basile possono dire tranquillamente, davanti a milioni di spettatori, le stesse o analoghe bestialità in nome del free speech anti-russofobo?
Insomma, se le diverse versioni domestiche di Russia Today sono più viste ed efficaci di quella originale, rubricare e denunciare le piccole violazioni di un Regolamento europeo non assomiglia a quello che nel calcio si definirebbe “fallo di frustrazione”, per l’impotenza di fronte al grande scandalo di un’informazione liberamente e ufficialmente prostituita alle ragioni di Mosca?
Qualcuno, anche tra i sostenitori della causa ucraina, ieri avrebbe potuto porsi queste domande assistendo alla presentazione in Senato del dossier “La Peste putiniana”, curato dall’Associazione Europa Radicale, con la mappa delle 205 violazioni, nei due anni tra la primavera del 2024 e quella del 2026, del Regolamento Ue 2022/350 del 1° marzo 2022, con cui si vieta la diffusione di programmi e prodotti di Russia Today e Sputnik in tutto il territorio dell’Unione.
Per ciascuno di questi eventi Europa Radicale ha inviato richieste ufficiali alle Prefetture e Questure territorialmente competenti per chiedere un intervento, non ricevendo quasi mai alcuna risposta. In 25 casi gli eventi sono stati annullati, in larghissima parte per le polemiche suscitate dalla mobilitazione delle comunità ucraine e per le polemiche scatenatesi sulla stampa locale, che hanno dissuaso quanti – enti pubblici o privati – mettevano a disposizione le sale per le proiezioni.
Alle domande sull’inutilità di questa certosina opera di raccolta, catalogazione e denuncia hanno implicitamente risposto Laura Botti e Silvja Manzi presentando il dossier e spiegando che l’inadempienza delle istituzioni italiane nel far rispettare il Regolamento europeo è semplicemente l’altra faccia della medaglia della negligenza con cui politica e informazione, anche quella non direttamente schierata col Cremlino, trattano la guerra ibrida russa, rifiutando di considerare la “dottrina Gerasimov” per quella che è – cioè una strategia militare non convenzionale, che integra l’inquinamento informativo e la destabilizzazione cognitiva nei sistemi d’arma a fini bellici – ma ragguagliandola a una forma particolare, ma non per questo illegittima, di propaganda politica.
Le violazioni sono piccole nelle dimensioni e negli effetti, anche se non nel numero, ma la loro impunità illumina un problema decisamente più grosso e sistemico.
Del resto in Italia, anche in questa fase estrema e potenzialmente terminale della parabola putiniana, il giudizio sul paranoico restauratore dell’imperialismo zarista e sovietico, acquartierato da quasi tre decenni ai vertici del regime russo, riflette le tendenze che mostrava ai suoi albori e non fotografa reali divisioni, se non quelle, puramente apparenti, tra i putiniani e i non-antiputiniani, tra chi sta dalla sua parte e chi non vuole stare dall’altra, tra chi afferma la sua statura mondiale e chi nega il suo rango criminale, tra chi lo difende e chi pensa che in fondo sia più pericoloso difendersene e provocarne l’orgoglio che tollerarne le intemperanze, sperando di tornare, primo a poi, al business as usual con la Russia.
Nel report di Europa Radicale, si definisce l’Italia come il ventre molle dell’Unione europea rispetto al pericolo putiniano e giustamente si addebita questa mollezza molto più a quanti da quattro anni si rifiutano di applicare la legalità europea che a quanti scelgono di violarla. È la stessa logica – denunciata ripetutamente da Europa radicale – per cui dal 2022 il governo italiano non ha revocato per indegnità le più importanti onorificenze della Repubblica riconosciute in passato ad alcuni ufficiali di collegamento del regime russo (il portavoce di Putin Dmitry Peskov, l’ambasciatore in Italia Alexei Paramonov). Sarebbe apparso uno sgarbo, meglio evitare. Allo stesso modo, meglio evitare di dare applicazione alla normativa europea, non approntandone i dispositivi normativi nazionali e lasciando che sia l’inerzia burocratica a fare il lavoro sporco che la politica non può apertamente rivendicare.
Ieri in Senato, chiamati a raccolta dal senatore di Azione Marco Lombardo, presentatore con Carlo Calenda dell’unica proposta di legge organica per l’istituzione di uno scudo democratico a difesa delle libertà costituzionali e dell’integrità del processo democratico dalle ingerenze straniere, erano presenti alcuni dei pochissimi parlamentari nazionali ed europei che ritengono il contrasto alla guerra ibrida russa una questione di sicurezza nazionale: la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (Pd), i senatori Filippo Sensi (Pd) e Ivan Scalfarotto (Iv), il segretario del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin e i deputati Benedetto Della Vedova (Più Europa) e Federica Onori (Azione).
Tutti hanno dato atto e reso merito al lavoro di Europa Radicale e indicato una strada – quella della denuncia puntuale delle inadempienze e delle complicità implicite del governo – che al momento non sembra troppo affollata, a dire il vero, neppure da parlamentari di opposizione.