
Il Commendatore al Merito della Repubblica italiana e portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha censurato le «rozze affermazioni» dei politici occidentali che hanno sostenuto che Vladimir Putin c’entri qualcosa con la morte di Alexei Navalny. Tra queste, evidentemente, anche quella del Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, che nel 2017 gli conferì la più alta onorificenza della Repubblica, caldeggiata dall’allora ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini, il quale poi casualmente finì a fare il vicepresidente della banca statale russa Veb e ovviamente sostenuta dal Governo dell’epoca (Paolo Gentiloni, con Angelino Alfano alla Farnesina), sempre in bilico, come i precedenti e i successivi, tra la formale fedeltà atlantica e la dichiarata amicizia con Mosca.
L’infornata di onorificenze per l’élite economica e politica putiniana ebbe in seguito una formidabile accelerazione con il secondo governo Conte.
Dei ben trentatré rappresentanti del “cerchio magico” di Putin con una o più onorificenze della Repubblica italiana conferite tra il 2014 – invasione del Donbas e annessione della Crimea – e il 2022 – inizio della cosiddetta operazione speciale – ben ventitré sono state elargite dopo l’arrivo di Luigi Di Maio alla Farnesina (5 settembre 2019).
Dal 2020, come attivisti radicali e militanti dei diritti umani, seguiamo e denunciamo questo dossier con un misto di stupore e sgomento. Fino al 24 febbraio 2022 siamo stati trattati alla stregua di poveri scemi da tutti gli interlocutori istituzionali cui abbiamo provato a rivolgerci. Dopo quella data, siamo stati considerati, se non scemi, esagerati nella pretesa di chiudere definitivamente questa pagina di vergogna della nostra diplomazia. È vero, qualcosa si è fatto. Ma non tutto il doveroso e il necessario.
Con due decreti del 9 maggio 2022 (pubblicati sulla Gazzetta ufficiale del 25/05/2022), il Presidente della Repubblica ha revocato “per indegnità” quattro delle suddette onorificenze, attribuite ai seguenti cittadini russi: Mikhail Mishustin (primo ministro della Federazione russa), Denis Manturov (ministro dell’Industria e del commercio), Andrey Kostin (Presidente della banca russa Vtb) e Viktor Evtukov (Segretario di stato della Russia). Con tre decreti del 8 agosto 2022 (pubblicati sulla Gazzetta ufficiale del 20/08/2022), il presidente Mattarella ha revocato “per indegnità” altre dieci onorificenze.
Dopo di allora non risultano essere stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale altri decreti di revoca. Restano ancora “medagliati”, fra gli altri: Dmitry Peskov (portavoce di Putin, che ogni giorno diffonde ai media di tutto il mondo le veline dello Zar), Alexei Paramonov (ambasciatore russo in Italia, che ha attaccato pesantemente il governo italiano sia nel marzo 2022 sia non più tardi di una settimana fa) e Igor Sechin (amministratore delegato di Rosneft, uno dei più stretti consiglieri di Putin).
Se si può ammettere che fino a febbraio 2024 qualcuno (un po’ troppi, a dire il vero) potesse ancora sbagliare in buona fede e credere che la Russia di Putin fosse la migliore Russia possibile e i suoi esponenti andassero trattati con particolare riguardo, dopo il febbraio 2024 questo non è più possibile e quindi non è comprensibile o, se comprensibile, giustificabile questa differenza di trattamento tra l’uno e l’altro dei gerarchi del regime putiniano. Perché il portavoce di Putin, Peskov sarebbe meno indegno di una onorificenza del primo ministro di Putin, Mishustin?
Il 4 ottobre scorso, nel sesto anniversario del conferimento dell’onorificenza a Peskov, alcuni firmatari dell’appello per la sua revoca sono stati ricevuti dal capo di gabinetto del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Dopo questo incontro, che sembrava promettente, non è successo nulla, malgrado la legge stabilisca che le procedure di revoca debbano essere necessariamente attivate dal Governo e, nel caso di questa onorificenza, dallo stesso Presidente del Consiglio.
Giorgia Meloni ha tenuto finora sul dossier Ucraina una posizione imprevista e ineccepibile; a maggior ragione, non devono più esserci “zone grigie”
Non sappiamo se la mancata revoca di queste onorificenze così disonorevoli per l’Italia sia dovuta a una ingiustificabile sciatteria burocratica o a un altrettanto ingiustificabile calcolo politico. Crediamo che dopo l’omicidio di Alexei Navalny non ci debbano più essere ambiguità e zone d’ombra: il governo Meloni avvii la procedura di revoca di tutte le onorificenze – tranne quella concessa all’imprenditore Oleg Tinkov, l’unico dei medagliati ad essersi espresso pubblicamente contro la guerra di Putin – entro il 24 febbraio 2024, nel secondo anniversario del secondo tempo dell’ennesima guerra della Russia contro l’Ucraina.
Gli autori Giulio Manfredi, Silvja Manzi e Igor Boni sono esponenti di Europa Radicale.