Come Montecarlo, però meglio Cocktail, stile e dolce vita sul Lago di Como

La Como Lake Cocktail Week è un’ottima lente per capire che cosa è diventato il Lario, oggi: un sistema globale dell’ospitalità di altissima gamma, tra grand hotel ottocenteschi, cocktail letterari, turismo internazionale e una bellezza che, a differenza del lusso replicabile ovunque, è pressoché impossibile imitare altrove

Feeling of sweetness di Roberto Simonetti e Marco Tetta, ph. Gabriele Ferraresi

Lago di Como, un giovedì pomeriggio di luglio: una Porsche 911 Targa di un bel verde scuro parcheggiata davanti a un cinque stelle lusso, con l’addetto al servizio parcheggio che sembra esitare, e volerla lasciare volutamente lì, davanti all’albergo. Del resto, è talmente armoniosamente inserita nella scena da arricchire la fotografia di un sistema dall’opulenza già semidivina: il cortiletto perfetto, la ghiaia regolarissima, le siepi probabilmente scolpite al laser, aiuole stupende, con centinaia, migliaia di fiori magnifici, freschissimi, che sembrano fatti con l’Ai o sbocciati dieci secondi prima. E poi Ferrari anche piuttosto recenti, parcheggiate con noncuranza o direttamente incolonnate come in una tangenziale lacustre; Mercedes Classe G di colori a malapena immaginabili, tra cui spicca un viola ametista metallizzato visibile da altri universi; altre auto sportive e suv grandi come un Ducato, arrivati da mezzo continente – e da tanta, vicinissima Svizzera – infilati tra le curve, le strettoie, i lungolaghi, le facciate delle ville. Persino, a un certo punto, due autogiro – specie di elicotterini biposto da film di James Bond epoca Sean Connery – a fare il pelo alle acque del lago. A tratti sembra una scena di Montecarlo spostata in Lombardia, solo che qui lo sfondo è migliore. Nettamente migliore di Monaco.

A Montecarlo il lusso è la città, la sua funzione, il suo spettacolo; sul Lago di Como, invece, il lusso arriva un attimo dopo. Prima c’è il paesaggio: l’acqua, le montagne, le ville, i giardini, i paesi appoggiati sulle rive, le facciate degli alberghi storici e il pensiero di  un’idea antica, tornata molto contemporanea – ma forse mai passata davvero di moda per i ricchi veri: la villeggiatura. È forse per questo che, anche quando si entra in luoghi costruiti per un pubblico globale – moltissimi statunitensi: incontrato persino Kenan Thompson del Saturday Night Live, lì in vacanza con la famiglia – non si ha la sensazione di trovarsi in spazi intercambiabili. Non sono lounge aeroportuali con materiali migliori, non sono alberghi di lusso che potrebbero stare a Dubai, Singapore, Miami o Doha cambiando la carta da parati. I grandi hotel del Lago di Como usano il luogo incantevole dove il destino li ha piazzati come materia prima, in modo che il lago così non sia lo sfondo di Instagram, ma il motivo per cui tutto il resto può esistere.

Villa Serbelloni, ph. Gabriele Ferraresi

Dentro questo scenario, la Como Lake Cocktail Week è interessante perché, certo, è una settimana dedicata alla miscelazione, ai bartender, ai signature cocktail, ai brand, agli hotel, ai ristoranti, agli eventi. Ma è anche un dispositivo molto preciso per capire che cosa è diventato oggi il Lago di Como: una piattaforma internazionale dell’ospitalità di fascia altissima, un sistema in cui turismo, beverage, hôtellerie, design, ristorazione, automotive, nautica, immaginario cinematografico si tengono insieme in una cosa se non nuova, non vista altrove in queste eccellenti e perfette proporzioni.

L’edizione 2026, la settima, si è svolta dall’1 al 5 luglio e ha scelto come tema “Stories from a Book”. Libri, personaggi, fiabe, romanzi, opere letterarie trasformati in cocktail. Un’idea che rischia facilmente l’esercizio di stile, il giochino narrativo e didascalico, ma che sul lago, tra certi bar e certi alberghi, trova una sua ragione di esistere. Perché il Lago di Como è già, da secoli – da Manzoni in poi! – una formidabile macchina narrativa.

Grand Hotel Tremezzo, ph. Gabriele Ferraresi

Noi ci siamo entrati su invito da Belvedere Vodka, tra tre grandi alberghi del lago. Al Bar Manzoni del Grand Hotel Victoria, “Ode” di Alan Cartolano partiva da Alessandro Manzoni e metteva insieme vodka, Riesling alla mandorla, caffè, banana fermentata, cacao, salicornia e finocchietto selvatico. Al Grand Hotel Villa Serbelloni, “Swan Lake” di Alessandro Buonadonna traduceva “Il lago dei cigni” con vodka, Comoncello, lime, agrumi e pepe sansho. Al T Bar del Grand Hotel Tremezzo, “Feeling of Sweetness” di Roberto Simonetti e Marco Tetta lavorava invece su “Hansel e Gretel”, in una direzione più dolce, tra miele, panna, sciroppo d’acero, cioccolato e arancia candita. Più che giudicarli sul piano tecnico, interessa il meccanismo: ogni drink provava a trasformare il tema letterario della settimana in una piccola narrazione da bar: dopo tre cocktail il però pensiero non resta sui cocktail, ma va sul sistema che li rende possibili.

Ode di Alan Cartolano, ph. Gabriele Ferraresi
Swan Lake_ì di Alessandro Buonadonna, ph. Gabriele Ferraresi

La Como Lake Cocktail Week coinvolge oltre trenta indirizzi tra hotel, cocktail bar e ristoranti. È una rete, e come tutte le reti racconta il territorio molto meglio dei singoli nodi. Dice che sul Lago di Como il bar è diventato un luogo strategico dell’ospitalità. Dice che il turista internazionale non vuole solo dormire bene e vedere un bel panorama, dice che bere un cocktail in un grande albergo, oggi, non significa necessariamente affondare in un lusso sterile, dove un cocktail può costare tranquillamente una trentina di euro, può significare attraversare una scena culturale. Lo si capisce anche guardando il podio dell’edizione 2026: a vincere il titolo di Best Cocktail by the Lake è stato “Red Remedy”, signature cocktail del cocktail bar del ristorante Da Pietro, firmato da Nicholas Sciarrabba. Il secondo posto è andato a Omar Vesentini dell’Hemingway Cocktail Bar di Como con “Plainclothes Martini”. Il terzo a Giorgio Acelti di SILK Lake Como con “Il Giovane Ardbeg”. Tre cocktail, tre indirizzi, tre modi diversi di abitare la stessa scena.

La vittoria di Sciarrabba è significativa perché arriva da Da Pietro, non da uno dei grandi hotel affacciati direttamente sull’acqua. Da Pietro è una sigla storica della ristorazione comasca, in Piazza Duomo, nel cuore della città: un locale nato nel 1955, cresciuto come ristorante familiare e diventato negli anni un punto di incontro tra cucina, american bar e clientela internazionale. Qualcosa di simile ma anche molto diverso dai grandi alberghi del lago, che conferma una cosa: la Cocktail Week non vive solo di terrazze e cinque stelle, ma anche di cocktail bar che si sono costruiti un’identità forte nel centro di Como.

Cocktail 1873, Grand Hotel Villa Serbelloni, ph. Gabriele Ferraresi

Non è un caso che spesso dietro i banconi di questi locali ci siano professionisti di caratura internazionale, che parlano la lingua dell’hôtellerie globale, persone che hanno girato, studiato, e che arrivano o tornano sul Lago di Como perchéqui lo standard tecnico incontra una domanda sempre più alta. E i numeri confermano quello che si percepisce passando una giornata sul lago: secondo la prima edizione dell’Osservatorio Turistico Como e Provincia, tra ottobre 2024 e settembre 2025 il territorio ha registrato circa 1,8 milioni di arrivi e 5,3 milioni di presenze. La componente straniera pesa per l’83 per cento. Gli hotel quattro e cinque stelle rappresentano solo il 22 per cento degli alberghi, ma concentrano 6.790 posti letto: quasi metà dell’offerta alberghiera provinciale.

Non è quindi soltanto un’impressione da lungolago affollato di macchine costose: Como è da tempo un marchio globale dell’ospitalità, ma il punto è capire perché quelli lì vengono proprio quì. La risposta più semplice è: perché è bello. Ma il mondo è pieno di posti belli.

Il Lago di Como offre qualcosa di più raro: un lusso con le radici e che può permettersi di non urlare perché, prima ancora del servizio, ha l’acqua, le montagne, le facciate, il tempo. Anche quando diventa spettacolo – e a volte lo diventa – parte da una materia autentica. Per questo può permettersi di sembrare Montecarlo e insieme di non esserlo affatto.

ph. Gabriele Ferraresi

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